
Dicono i legali di Berlusconi che il tribunale di Milano è convinto già da ora della colpevolezza del loro assistito.
Quindi li vogliono ricusare.
Quando ho sentito la notizia, mi è venuta in mente una domanda. Quasi un problema di aritmetica. Potete, se vi va, sottoporlo a figli, fratelli e nipoti.
C’era una volta un processo.
Il processo, in origine, era a carico di Berlusconi e Mills. Accusato di corruzione il primo e di essere stato corrotto il secondo.
Grazie a leggine che tutti conosciamo, il processo si è diviso. Prima è toccato a Mills, ora a Berlusconi.
Mill è stato condannato. Il tribunale ha accertato che è stato corrotto.
Chi è il corruttore?
Se rispondete “Berlusconi”, secondo Ghedini e Longo siete prevenuti.
Pino Daniele, non c’entra. Questo non è un post musicale.
Parla piuttosto di stupro della logica, di cialtroneria, di quella meravigliosa forma di presunzione di intelligenza di cui sembra affetta una parte di mondo.
E parla di Lega.
In due giorni, molto materiale da orticaria. Due chicche in particolare.
Il Bossi Umberto dice:
a) la regione Lombardia è piena di inquisiti, la facciamo cadere
b) ma se Berlusconi fa cadere Monti, allora possiamo sopportare.
La conseguenza logica, per un essere umano anche a bassa evoluzione, è che se cade Monti non me ne frega una beata cippa che in regione Lombardia si rischi la retata.
Alla faccia della Lega che non perdona, paladina della legalità.
Girando il cubo con il sole delle Alpi, ci si imbatte di nuovo in un altro buontempone, il sindaco di Adro.
Ricordate quello che aveva tappezzato la scuola con il sole delle Alpi? Lui. La faccenda della scuola era il secondo episodio di questo paladino dell’istruzione. Prima c’era stata la questione mensa scolastica, negata ai figli di chi non pagava la retta e risolta dall’intervento di un benefattore che aveva messo i soldi di tasca propria.
Il presidente Napolitano ha deciso di nominare il non più ignoto benefattore, cavaliere del lavoro e il buon sindaco non ci sta.
Con vero piglio padano scrive un papiro al presidente della Repubblica dicendogli chiaro e tondo quello che pensa.
“Ci vergogniamo di averla come Presidente. Venga a chiedere scusa alla mia gente, è un suo dovere morale”, dice. Pretende che Napolitano chieda scusa ai suoi amministrati e, tanto per non dimenticarsi niente, rivendica i simboli della scuola. Rappresentano l’appartenenza alla millenaria storia padana.
(Qui il testo integrale della lettera.)
Ho sempre saputo che il verde era il colore della rabbia.
Non sarà che, invece, ha deciso di rappresentare la vergogna?
Su Repubblica di oggi, Gad Lerner tenta un ragionamento su quello che sta accadendo in Italia e, soprattutto in Sicilia.
Qualche parola che vale la pena di leggere e su cui, di sicuro, bisognerebbe riflettere un po’.
Venerdì27 gennaio, alle 15.00, sarà a Pistoia, Biblioteca San Giorgio.
Gli amici del giallo organizzano il festival e nel primo pomeriggio tocca a me.
Parlerò delle stragi del 92/93 e della trattativa Stato-mafia e tenterò di raccontare come si possa scrivere un romanzo sulla nostra storia recente. Presente, forse.
Se siete da quelle parti, vi aspetto.
Scrive Simonetta Fiori su Repubblica di oggi. In un anno il mercato editoriale ha perso 700mila lettori. Molti di loro erano lettori forti.
Dal momento che faccio parte della categoria e pur con un possibile e non trascurabile conflitto di interessi, butto lì una provocazione.
Non sarà che i libri costano una cifra non umana e se ne pubblicano parecchi molto brutti?
In memoria della Lega con i cappi.
In memoria di quello che è già accaduto in tragedia e sta succedendo di nuovo in farsa.
In memoria dell’autorizzazione all’arresto di Papa, ma non di Cosentino. Che si sa, la camorra ringrazia da più tempo.
In memoria di chi si chiede perchè la gente si incazza.
In memoria delle vergini ricucite e delle bocche sigillate.
In memoria di chiunque abbia deciso che va bene.
In memoria di chi non distingue la garanzia dalla giustizia.
In memoria di chi parla fuori sintonia, perchè i neuroni hanno perso corrente da troppo tempo.
E a maggior gloria di tutti i Nicola Cosentino, Umberto Bossi, Bobo Maroni, Silvio Berlusconi, Marco Pannella del mondo.
No all’arresto di Cosentino, anzi sì.
L’incertezza della pena, ai tempi della Lega.
“Forse è l’atmosfera nella sala. Ma improvvisamente riesco a vedere gli elefanti dentro tutti loro.
Sono animali belli. Ma difficili. Richiedono sicuramente molta cura. Per non parlare della quantità di cibo.
Sono felice di conoscerli. E sono grato di essere solo un ragazzo di quattordici anni che non ha un elefante, ma solo le sue gambe da calciatore, la sua modestia innata e ben sviluppata. E un piccolo fox terrier”
Potete non crederci.
Potete pensare che non esista l’isola di Finø, che infatti non esiste. Potete non vedere che il protagonista si chiama Peter come il suo autore e che racconta una storia il cui succo di tutto è anche la solitudine, bizzarra coincidenza per un uomo che nessuno vede dal 1996.
Potete non credere che la storia sia un panino imbottito, una matrioska infinita che parte da una favola e finisce per raccontare il senso di un’esistenza.
Potete ignorare l’incipit, “ho trovato una porta per uscire dalla prigione: una porta che si apre verso la libertà” e non chiedervi nemmeno per un istante se tutto quello che cerca di dire è che quando scrivi hai bisogno solo di quella porta e di una storia da raccontare.
Potete non essere cattivi come me e non chiedervi se un editore italiano avrebbe pubblicato questo libro o se non sia stato il nome dell’autore, quello di Smilla, a costringerlo a non inserirle la storia nell’abominio che oggi chiamano young adult.
Potete non sorridere nemmeno un istante per tutte le trecento e passa pagine del libro (a tratti mi è capitato di ridere) o pensare che l’autore si diverta un mondo a prenderci tutti per i fondelli.
E potete non sentire qualcosa che si spezza, oltre le pagine e i vostri occhi che leggono, nel momento esatto in cui il protagonista abbraccia la Solitudine.
Potete non credere a Anaflabia, Tilte, Hans bellocomeunprincipe, a Ashanti, a Pallas Athena, escort in maschera intollerante agli uomini e al traffico. Potete non credere a una parola di quello che racconta ed è così, non ci si può credere, è impossibile, non si riesce. Eppure accade.
Accade perché al di là di tutto, del gioco, della metafora, della solitudine, della storia, della galleria di personaggi, delle manette, dei miracoli veri, presunti, imprevisti o creati ad arte, Peter Hoeg sa scrivere. Scrive da Dio, non ci piove. E su quella scrittura, sui motivi, il suo protagonista omonimo sarebbe capace di trovare almeno venti metafore calcistiche.
Io, invece, mi fermo qui.
Se lo leggete, potreste odiarlo, vi avverto.
O potreste perdervi da qualche parte e aspettare che finisca non volendo che accada.
Succede, purtroppo di rado. Succede con gli scrittori, quelli veri.
E Peter Hoeg cazzo se è uno scrittore.
Diciotto milioni (18.000.000) di euro.
Tenete a mente questa somma. Un bel numero, tanti zeri. Se siete abbastanza vecchi e ve la cavate con le moltiplicazioni, potete cercare di tradurlo in lire, per quello che conta. Siamo oltre la trentina di miliardi.
Mille e ottocento (1.800).
Un altro numero, che fa meno impressione, se non si specifica che si tratta di morti. Una stima per difetto, dei morti.
Quell’altro numero, che promette benessere e futuro, è un risarcimento.
Se vogliamo essere cattivi è il prezzo che chi ha procurato la morte dei mille e ottocento, è disposto a pagare perché su una parte di quello che ha fatto si possa mettere una pietra sopra.
Diciotto milioni, mille e ottocento. Sono diecimila (10.000) euro a cadavere.
Non mi importa se sono tanti o pochi, non me ne frega nulla neppure di discutere del prezzo di una vita umana. Ci sono i tribunali per questo.
Quello che mi interessa è raccontare questa storia.
Quei mille e ottocento sono i morti causati dalla Eternit, dall’amianto che producevano.
Sono gli operai che lavoravano la materia, poi i famigliari che lavavano gli indumenti e respiravano la polvere. E i commercianti, i baristi, il barbiere, da cui chi lavorava alla Eternit andava a tagliarsi i capelli, mangiare un panino, bere un caffè. Sono gli abitanti di Casale Monferrato, la patria di quella strana fabbrica dove si costruiva un materiale così eterno da portarsi via la vita di chi lo lavorava, di chi lo usava, di chi senza saperlo c’è passato davanti tutti i giorni e se lo è ritrovato nei polmoni.
Ora c’è un processo. Un processo storico, che chiede conto ai proprietari della Eternit di quelle morti. Dei mancati controlli, delle sicurezze lasciate in un cassetto, della consapevolezza che si producesse morte insieme all’amianto, con gli stessi tassi di crescita.
In quel processo ci sono parti civili. Gente che vuole giustizia, che vorrebbe vedere accertata una responsabilità.
Il comune di Casale Monferrato ha deciso di accettare la proposta dei padroni della Eternit.
Quei diciotto milioni in cambio della rinuncia a costituirsi parte civile nel processo.
Restano i famigliari, il Comune se ne va. E sarebbe facile, banale, perfino divertente in modo crudele, sparare sul colore di quell’amministrazione e sui partiti che la governano, ma non voglio farlo.
E’ una questione di senso civico, non di politica. Di senso di comunità, non di partiti.
Di giustizia, non di finanziamenti da ricevere.
Di cultura, anche questo sono le decisioni di un consiglio comunale.
È indegno che a questo gioco si presti una pubblica amministrazione.
Posso giustificare un singolo, ognuno fa i conti con il proprio dolore, le proprie bollette e la vita non si ferma.
Un comune non ha giustificazioni. Un comune, già nel nome che lo identifica, possiede la sostanza del proprio mandato.
Cosa c’è di comune in una decisione come questa? La possibilità di usare quei soldi per bonificare o sostenere le famiglie? Di investire nella ricerca?
Non assomiglia, invece, alla scelta di chi conosce il pericolo e fa i conti sulla differenza fra chiudere bottega e risarcire?
Non afferma quel principio? Non certifica la possibilità di ritornare indietro da qualsiasi cosa, anche dalla morte? Non lo rende lecito?
Un comune non dovrebbe stare con i propri cittadini, quando hanno subito un torto?
E se per quel torto sono addirittura morti, non dovrebbe essere una ragione in più?
E’ ora di smetterla di far credere che con un assegno e un adeguato numero di zeri si possa comprare il silenzio di tutti, emendare le colpe, ripulire la verginità, cancellare il ricordo dei morti.
Il mesotelioma, il tumore incurabile che soffoca, strozza la vita degli esposti all’amianto, colpisce con decine di anni di ritardo.
Molti di quelli che moriranno nei prossimi anni – e accadrà, non è malaugurio – non si sono ancora ammalati.
Eppure il cancro destinato a cancellare i loro polmoni viene da quella stessa fabbrica, da quegli stessi anni, da quelle stesse responsabilità.
Non possiamo salvare la loro vita, come non possiamo resuscitare i morti.
Possiamo solo raccontare la loro storia.
Incazzarci.
Rispettarli.
Difenderli anche se non ci sono.
Non scambiare un diritto con un assegno.
Rischiare, per paradosso, di non avere nemmeno quell’assegno, se il tribunale deciderà così.
Stare dalla parte giusta.
Mettere insieme, appunto, qualcosa di comune.
Si chiama civiltà.
La prima regola con cui dovrebbe muoversi, oltre a ogni cittadino, chi è stato eletto per occuparsi dell’amministrazione pubblica.
Il ministro della cooperazione Riccardi va in visita al campo rom di Torino, quello bruciato da un gruppo di delinquenti decerebrati dopo il finto stupro della sedicenne.
La Lega precisa che il ministro è persona non gradita nelle proprie sedi.
Il buon Cota precisa che la visita non è opportuna e, nel dubbio, non va a salutare il ministro, in visita ufficiale.
Non voglio arrendermi a questi analfabeti della democrazia, incivili custodi della loro barbara stupidità, orgogliosi della becera trovata di una Padania da circonvenzione di incapace, sicuri che un rutto e una bastonata siano il nuovo vocabolario della comunità futura. Campioni della più cialtronesca chiacchiera da bar e certi che governare sia imporre la logica del disprezzo, del comando, dell’irrisione.
Mi ribello alla possibilità che possano averla vinta, in un posto incattivito come l’Italia, che spesso rifiuta la ragione, stupra la logica, consacra il cortocircuito e si vanta della propria ignoranza.
L’alternativa è un fallimento forse peggiore della bancarotta finanziaria e da cui sarebbe impossibile riprendersi.
A pagina 124 sono certo in modo assoluto che Peter Hoeg sia un genio.
Anche in una storia come questa, a metà fra Spy Kids, un’ipotesi di complotto, una storia umoristica e un adventure.
Ne sono certo, lo so.
E basta questo.
La Lega è contraria al Beauty contest per l’assegnazione delle frequenze televisive.
È contraria anche all’Imu.
È contraria agli scaloni sulle pensioni.
Prima, la cena sotto mano, ho avuto un vuoto di memoria.
Chi è che aveva messo insieme quei provvedimenti? O, meglio, chi governava prima?
Fanfani? Tambroni? Scelba?
Dunque, fammi pensare. Chi è che l’aveva tolta?…
Ci sono situazioni che adoro. Se è vero che troppo spesso la politica è l’arte della menzogna esercitata in modi originali, a volte accade che la creatività ecceda i limiti della logica. Così, la realtà si trasforma in un gioco simile a un racconto di fantascienza. Un gioco stucchevole, divertente o fastidioso, in funzione delle circostanze. Con la manovra Monti accade almeno due volte. La stangata che tenta di rimettere in piedi l’elefante malato, reintroduce l’imposta sulla prima casa, la vecchia ICI. Questa volta si chiama IMU, imposta municipale unica e sembra che non piaccia a nessuno. Neppure a chi l’ha inventata. Uno dei destini del governo tecnico, infatti, è di prendersi anche le colpe che non ha. Il ritorno del balzello sulla casa era già previsto dal federalismo fiscale, ma ora la Lega è fra quelle che lo digerisce meno. E spazzare via la più locale delle imposte è stato uno dei primi atti del ritorno al governo degli uomini di Bossi. Alla faccia dell’autonomia dei comuni. Per chiudere in gloria la fiera della dimenticanza, il segretario del PDL ha rilasciato una dichiarazione quasi ironica, proprio ieri. Parlando del decreto in arrivo ha spiegato che bisognava decidere fra digerire la pillola amara oggi o fallire domani. Tecnicamente è quasi una confessione. Se chi ha negato che le casse fossero vuote, per tutta la durata della sua gestione, all’improvviso scopre una voragine mortale, bisogna dubitare della capacità o della buona fede?

È l’epoca dei complotti. Ora va di moda quello pluto giudaico massonico, un’altra conseguenza della nostra mancanza di memoria. I più anziani ne avranno già sentito parlare, visto che è vecchio di settant’anni. La politica decide di saltare un giro e giustifica la sua assenza forzata con la riscossa dei poteri forti. Nell’epoca di CSI e dei misteri, un gioco che attecchisce facile. Eppure, almeno nella nostra città, quello che sta accadendo a Roma dovrebbe ricordare qualcosa e far riflettere sul dopo. A Bologna, la fine del mandato del commissario è sfociato in un coro unanime di rimpianti. La politica che aveva deluso era finita in un angolo e la prima differenza era stata in positivo. Il bilancio era talmente in attivo che qualcuno non ha resistito alla tentazione. Candidare il commissario a fare il sindaco. Sappiamo quale è stata la decisione finale, la più onesta per tutti. La similitudine, però, non si ferma lì. A Roma come a Bologna l’arrivo dei tecnici è una conseguenza della politica, un esito scontato che non può scatenare recriminazioni né dietrologie, divertenti o fastidiose. E se il sollievo per la fine del cicaleccio, la soddisfazione per il rigore, la sobrietà, la calma, sono il primo effetto tangibile del governo tecnico, occorre farsi domande su quello che accadrà dopo. La tentazione di poter fare senza politica. Quello sì un rischio da evitare. Il primo che i nostri rappresentanti dovrebbero tener presente. Visto che ne sono la causa.
Uscito sul Corriere della Sera di Bologna, il 29 novembre