A modo mio (4)

La notte del 23 dicembre 1984 stavo guardando un amico giocare a tennis. Lo ricordo come se fosse oggi. Il freddo dietro alla terrazza a vetri che dava sui campi. Il rumore lontano della pallina, la frase di mio padre quando il padre di un altro ragazzo arrivò con la notizia della bomba. "Un'altra volta, no". Non so se quelle siano state le parole esatte, so che sono quelle che ricordo. Un'altra volta. Dopo il 2 agosto, dopo l'Italicus. Ancora bombe, ancora treni e stazioni, ancora San Benedetto Val di Sambro. Per quella bomba si sono indagati terroristi neri, camorristi, mafiosi. E proprio camorristi e mafiosi sono rimasti con la condanna definitiva in mano. È notizia di qualche giorno fa il coinvolgimento nell'indagine di Totò Riina e il collegamento con la strage di via d'Amelio, di otto anni successiva. Un atto di intimidazione nei confronti delle indagini che avrebbero portato, di lì a poco, al maxiprocesso. Il filo che collega le due stragi sembra essere l'esplosivo. E l'esplosivo, le bombe, sono il filo che collega il dopoguerra con l'oggi. Bombe dimenticate, esplosioni che hanno spesso una verità storica se non giudiziaria e che un mondo che segue per indole, pigrizia, superficialità, interesse la sparizione dei fatti e della memoria, ha deciso di archiviare come un dettaglio, un caso, un accidente della storia che non vale la pena tenere a mente. Hanno fatto l'oggi, quelle bombe. L'Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro, sulle bombe, sul depistaggio. E in un periodo in cui si parla spesso di programmi scolastici mi viene facile pensare che raccontare della strada compiuta per arrivare all'oggi in cui viviamo, sia il primo obbligatorio passo per sostituire telespettatori con cittadini consapevoli. E ce n'è bisogno, maledettamente.

Corriere della Sera di Bologna, 3 maggio 2011

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