Il dito e la luna

Uscito domenica 17 luglio sul Corriere della Sera di Bologna

Pagare il biglietto o non pagare il biglietto. A quanto pare è il vero problema dei musei di Bologna. L’ennesima variante della storia del dito e della luna che, come il famoso giornale di enigmistica, vanta infiniti tentativi di imitazione. Si spegne l’eco sul provincialismo delle manifestazioni culturali e scatta una discussione che in qualche modo fa parte dello stesso problema. Il ministro che tiene i cordoni della borsa del governo e di noi tutti si è lasciato scappare un po’ di tempo fa che con la cultura non si mangia. Una frase illuminata e subito smentita. Il problema, però, non è da poco. Ammesso che sia vera – e non credo – la frase del ministro, resta il problema dei costi. Vale per gli eventi culturali più o meno grandi, per la cultura in generale. Per i musei. Mantenerli non è gratuito, non lo sarebbe nemmeno senza il personale, le luci, il riscaldamento o il condizionatore e tutti i costi che partono ogni volta che un’azienda alza la saracinesca la mattina. Il crollo infinito di Pompei e lo stato di indecente povertà in cui versa Villa Adriana (qualcuno ricorda la Yourcenar?) sono un esempio che vale la pena tenere a mente. Considerare i costi di un museo come quelli di un fornaio, un salumiere o un negozio di telefonini, potrebbe essere un inizio. I fatti, certo, parlano chiaro. Se si paga il biglietto, anche non costoso, l’accesso ai musei di Bologna cala. E non di poco. Proprio per questo vale la pena tentare un discorso un po’ più largo. Se gli Uffizi fossero a Bologna, pretenderemmo la gratuità? Se il Colosseo fosse a Bologna, manifesteremmo indignati chiedendo che non si paghi il biglietto? Se quel museo che abbiamo visitato così felici in Toscana, in Umbria, in Andalusia o il museo egizio di Torino fosse stato sotto casa, avremmo preteso che le casse di qualche ente se ne accollassero tutti i costi? Spesso siamo strani ai limiti della comprensione umana, ma non credo che arriveremmo a tanto. Il pensiero, quindi, è che non siamo disposti ad accettare a casa nostra quello che riteniamo lecito o sopportabile se calpestiamo l’erba del vicino. Oppure, ancora peggio, che i nostri musei non valgano il costo del biglietto. Un problema molto diverso, è evidente. Una valutazione di questo genere, però, implica per forza che si conosca la natura di quello che si sta giudicando. A voler essere cattivi mi chiedo se qualcuno di noi, in visita a una città europea, sarebbe disposto a tirare fuori il portafogli per visitare una delle collezioni egizie più importanti d’Europa. Se la risposta è affermativa, ricordiamoci che si trova molto vicino, sotto al portico del Pavaglione. È solo un esempio, certo. Vale, forse ancora di più, per il museo Morandi e in generale per la mancata valorizzazione, in una città che vuole crescere in funzione turistica, di quello che la storia, la fortuna o il caso ci hanno lasciato in eredità. Sul sistema museale bolognese c’è bisogno di mettere le mani, ma non sarà poi vero che siamo provinciali?

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