La manovra, Berlusconi e gli eredi di Craxi

Guardare in diretta la conferenza stampa in cui la statua di cera di Berlusconi annunciava la seconda manovra in venti giorni, aveva un effetto simile a quello di certi romanzi di fantascienza. Per rapportare la sensazione a una serie televisiva, potrei dire che si trattava di un lavoro per la Fringe division. Il dottor Bishop ci avrebbe spiegato che si era aperta una finestra sull’altro universo – quello con le Twin Towers ancora in piedi e gli auricolari appesi ai lobi delle orecchie – e che niente di quanto sfilava sotto i nostri occhi apparteneva al nostro mondo. La maschera di cera del nostro presidente del consiglio stava raccontando alle mie orecchie stupite che la colpa del massacro che stava per spararci addosso era dei governi che si sono succeduti dal 1978 al 1992.
La frase, da cui ancora non mi sono ripreso, conteneva un certo numero di rivelazioni.

Intanto sono spariti i comunisti. E non è un dettaglio da poco. E con i comunisti non c’è traccia di nessun governo Prodi. Ci penserà Sacconi a riesumarlo, nella conferenza stampa del giorno dopo, ma sul ministro del lavoro bisognerà spendere due parole più avanti.

La seconda epifania ha a che fare con i governi responsabili, secondo B., del disastro dei conti.
A partire dal marzo del ’78 e fino al governo Amato del ’92, i socialisti del buon Bettino Craxi sono stati in maggioranza in 11 esecutivi su 15, comprendendo nell’elenco anche il governo Fanfani durato circa tre mesi. A voler aggiungere la pignoleria alla precisione, Craxi stesso è stato presidente del consiglio senza interruzione dall’agosto del 1983 all’aprile del 1987. Un po’ meno di quattro anni su quattordici, il 28% del tempo indicato nella conferenza stampa.
In realtà l’uomo ama poco la verità anche quando tenta di dirla. Se avesse voluto essere preciso fino in fondo, avrebbe dovuto spostare l’inizio di quelle date proprio al 1983. Fin lì, il nostro debito in rapporto al PIL era a cavallo del 70%, dopo due governi Craxi era oltre il 90% e alla fine del periodo indicato viaggiava verso quota 120%.
(Sul sito della banca d’Italia è disponibile un documento interessante che esplora il debito pubblico italiano dall’unità a oggi.)

Niente male come ammissione per il capo di un governo amico personale di Craxi e imbottito di ex democristiani e socialisti. Singolare anche la coincidenza che la componente più strettamente economica del nostro esecutivo venga proprio dal craxismo. Brunetta, Sacconi e anche Tremonti, in qualche modo. Per restare alla fantascienza si potrebbe dire che l’impero colpisce ancora.

E su Sacconi conviene spendere due parole.
La sintesi perfetta dell’uomo – rancoroso oltre misura, non vi sembra? – la fa oggi Scalfari su Repubblica. “Sacconi sogna di poter mandare la Camusso in galera e solo allora si addormenterebbe in pace nella convinzione di avere operato per il bene del paese”. Leggetevi il fondo, perché merita per molti motivi.

Sacconi, si diceva.
Nella sua scheda sul sito del senato, si trovano alcuni dettagli interessanti. Il primo mandato dell’attuale ministro del lavoro risale all’ottava legislatura, quella che si chiude nel 1983. Il gruppo parlamentare è ovviamente quello socialista, ma è la legislatura successiva che ci interessa di più. Il gruppo parlamentare è lo stesso, gli anni vanno dal 1983 al 1987. Per esempio è lui il relatore della finanziaria del governo nel 1984 e nel 1985. Come spiega l’Espresso, le due manovre crescono il debito da 234 miliardi (di lire) a 336. Con la legislatura successiva completa l’opera, è sottosegretario al tesoro ininterrottamente dal luglio del 1987 alla fine del mandato, nel 1992.

Per citare il suo capo di oggi, se la colpa del massacro è di chi governava le finanze pubbliche fra il 1978 e il 1992, il castiga sindacati di sinistra che oggi siede al lavoro dovrebbe avere qualche responsabilità. O quanto meno, essere considerato persona informata sui fatti. Ammesso che il buon Silvio sia al corrente, viene da dire che chi cerca di tappare il buco, ha appena nascosto in un cassetto la trivella.
Un po’ come nominare Gambadilegno capo della polizia.

Tutto sommato, alla fine, preferirei avesse ragione il dottor Bishop.

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