La Padania e l’autodeterminazione dei popoli – A modo mio

Uscito sul corriere della sera di Bologna, martedì 4 ottobre

Se le parole hanno ancora un rapporto con il mondo reale, vale la pena fermarsi ogni tanto a riflettere sul loro significato. Qualche giorno fa Umberto Bossi spiegava con molta chiarezza – e per quanto mi riguarda per la prima volta – la dimensione territoriale della Padania. Le regioni bagnate dal Po. Piemonte, Lombardia, Veneto e Emilia Romagna. Noi, quindi, secondo la geografia leghista, siamo padani. Questa settimana, è saltata fuori la questione dell’autodeterminazione dei popoli. Dei padani, quindi anche nostra. Popolo, quindi, che in sintesi dovrebbe avere in comune una storia, una razzia o un’etnia, una cultura, una lingua, un territorio. Se chi mi definisce padano ha in mente l’italiano, allora non vedo perché escludere dal gruppo la Toscana. Se ha in mente i singoli dialetti, l’identità crolla. Provate a dire a un piemontese che avete dato il tiro, per esempio, e godetevi l’espressione sulla sua faccia. Niente lingua, perciò. E basterebbe. Storicamente, tra l’altro, il lombardo veneto cessa di esistere con l’unità d’Italia e la storia comune col Piemonte di fatto comincia lì. Ma se leviamo il Piemonte, dove nasce il Po, diventa difficile chiamarla Padania. Poi c’è il diritto ad autodeterminarsi che, di fatto, viene applicato ai territori occupati con la forza o sottoposti ad apartheid e che ha, come è evidente, a che fare con l’oppressione. Mancano le caratteristiche per definirsi popolo, per parlare di autodeterminazione. Mancano i confini geografici, la lingua, l’oppressione. Stiamo parlando di niente, che, secondo molti sondaggi, non interessa neppure gli elettori della Lega. Non sarebbe il caso, dopo così tanto tempo, di farla finita qui?

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