Rifiuti, desideri e pretese – A modo mio

No. Una parola semplice, due lettere, di uso comune. Precisa, senza attenuanti, di quelle che cambiano l’orizzonte degli eventi in funzione del lato della conversazione. Se la pronunci o se la ascolti. Due donne uccise in un fine settimana, non fanno quasi notizia. Con i mercati aperti e lo spread che ribolle, le avremmo trovate a metà dei notiziari. Uccise dal compagno, dal fidanzato, dal marito, altre due e che questa sia la settimana in cui si celebra la giornata per l’eliminazione della violenza sulle donne non rende meno pazzesco quello che accade. E che, molto spesso, prende origine proprio da quella parola così semplice, netta, senza incertezze. No. Da adulti, non sappiamo farci carico di una delle componenti fondanti della nostra vita. Il rifiuto, la sconfitta, la negazione di un sogno o di un sentimento. Non siamo più capaci di gestire la frustrazione. Lo scrivo in prima plurale e intendo proprio noi, noi uomini, ma il discorso va oltre il genere sessuale. Non accettiamo più un no come risposta, pretendiamo che il desiderio corrisponda all’accettazione, una follia che trasforma la famosa (e falsa) corrispondenza volere-potere in una molto più pericolosa. Desidero qualcosa, quindi mi spetta, lo pretendo. No, è una risposta possibile, solo se la stiamo pronunciando, tutto il resto diventa inaccettabile. E usiamo il coltello, un proiettile, un bastone, al posto di un grido, un silenzio o una lacrima, per cancellare la realtà, invece di affrontarla.

Uscito sul Corriere della Sera di Bologna, venerdì 25 novembre

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