The Artist

Ad anni alterni, gli Oscar riescono a stupirmi.
Era successo due anni fa, con "The Hurt Locker", il bellissimo film della Bigelow. E quell'anno, il godimento era stato ennuplo.
C'era la soddisfazione di veder vincere lei, che adoro e a cui devo infinita riconoscenza per quel gioiello assoluto che è Strange days.
E, non ultima, la sconfitta di Avatar, il film più inutile e meno innovativo di mister Cameron. La dimostrazione che il cinema non si può ridurre a tecnologia, ha bisogno dell'anima.
Così, quest'anno, dopo la vittoria classica de "Il discorso del Re" (ma quanto era bello "Il cigno nero"!) si torna a rischiare. E si rischia, proprio seguendo la strada opposta alla tecnologia. Nell'anno delle pellicole sulla storia del cinema, vince "The Artist", un film muto.
Un bellissimo film muto.
Non ero riuscito a vederlo, prima dell'Oscar e la vittoria mi ha reso possibile il recupero nella sua dimensione naturale. La sala.

La cosa che mi ha colpito di più è la mancanza di sorpresa.
Vedere un film muto nel 2012 – e The Artist è un film muto, esattamente come te lo aspetteresti – non regala nemmeno un secondo di fastidio o di noia.
Quelle che nel film, con una straordinaria autoironia, chiamano smorfie, fanno parte della storia, della messa in scena. Esagerando, della scenografia.
Non c'è niente di sbagliato e non c'è niente di incomprensibile nelle immagini che scorrono sullo schermo. E non importa nemmeno capire cosa si stanno dicendo i personaggi di cui intuiamo il labiale.
E' tutto preciso, definito, divertente o emozionante. Unico.
La dimostrazione ultima, sintetizzata all'osso, che la prima cosa che serve è una storia da raccontare.
Senza, il castello crolla.

Ora, ho paura degli emuli. Dell'effetto codice da Vinci, dell'anno degli asteroidi che ha prodotto film clonati uno dall'altro.
The Artist non è replicabile e per lo stesso motivo per cui è perfetto.
Non si possono fare film muti nel 2012, è arrivato il sonoro.
Quello che emoziona e che vale la pena raccontare, però, non è cambiato molto da allora.

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2 risposte

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  • ANDREA VECCHIETTI
    10-03-2012 - 12:44:02 Rispondi

    Si, il film lascia senza parole, se mi permette il gioco. Per uno come me che è nato quando il cinema prevedeva già il sonoro, vedere un film muto al cinema e non scaricato ha significato immergersi completamente in un'altra dimensione, e capire ben di più gli oggetti filmici per quello che sono realmente. La gente si sente in dovere di dire qualcosa in ogni momento della propria giornata, su ogni argomento: questo è quello che ha creato la rete, c'è troppo e la gente vuole dire troppo. Ne vorrei vedere di più, ma ha ragione quando dice di aver paura dell'effetto CDVinci.
    Pensi che in America diversi utenti sono tornati alla cassa chiedendo il rimborso del biglietto perché senza sonoro, quindi danneggiato e non soddisfacente.
    La saluto.

    PS Sembra che l'Academy non riesca più a prendere una decisione pertinente. Il discorso del re è abbastanza banale come opera, senonché il premio per miglior attore sarebbe andato al tizio di Shine. Apprezzo cmq Firth, piacevole, ma…
    Su Il cigno nero conosco soltanto persone entusiaste: io ci ho visto un mix di Cronenberg, Shyamalan, softcore da scambio di coppia. Non esiste più il regista di Pi Greco.

    PATRICK FOGLI
    10-03-2012 - 12:44:02

    Diamoci del tu, ok?
    Sono d'accordo, un po' di silenzio aiuta, semplifica, consente di capire. La differenza è che col silenzio dobbiamo saper sopportare noi stessi. E ho molti dubbi che si sia ancora in grado di farlo.
    Il film riporta alle basi, all'essenziale del racconto e del cinema. Roba che in molti, purtroppo, si sono dimenticati.
    La tecnologia è un mezzo, come lo è stata la stampa per la narrativa. Ma le storie, dietro, devono essere il fondamento. Da spettatore e innamorato del cinema, mi sembra che manchino troppo spesso.

    Quanto ai rimborsi, è accaduto anche nel cinema in cui l'ho visto.
    Una delle meraviglie di testi tempi bacati.
    Sulla loquacità e, lasciamelo dire, aggressività latente e/o repressa della Rete, mi piacerebbe scrivere.

    Il cigno nero mi è sembrato un bel modo di raccontare il doppio, la follia, il represso, la mente. Soprattutto per il punto di vista.

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