Regole, doveri e società civile

Una riflessione, forse uno sfogo, in parte dettato dalla riforma del lavoro (in fieri, molto in fieri, spero tantissimo in fieri), in parte da quello che ho sentito dire nelle ultime ore da Bersani e in parte dall'ascolto ieri sera, di due persone che stimo molto, come Gherardo Colombo e Piercamillo Davigo.
Vent'anni fa si è scoperchiata una pentola.
Rievocando quello che è accaduto, è chiaro che la reazione a catena delle indagini si è fermata quando è scesa dal podio della politica, per avvicinarsi alla gente comune.
Alla nostra piccola e grande capacità di delinquere.
La nostra risposta, da cittadini, è stato un calo di interesse e di appoggio.
"Cosa vogliono questi, da noi? Non sono io, il problema. Il problema sono quelli là, quelli che rubano."
Poi, per sposare il cambiamento e combattere la corruzione, abbiamo eletto Silvio Berlusconi.

Eravamo incazzati con la politica corrotta, con una classe politica in crisi, con la corruzione che saliva alla superficie e quella è stata la nostra reazione elettorale.
Legittima, certo. E reiterata nel tempo. Non voglio, qui, parlare delle colpe della sinistra nel ventennio appena passato e che fatica a morire. Ci sono, certo, ma il discorso che mi interessa è un altro.
Ha a che fare con le regole, con la percezione della legalità, con la necessità della legalità, con il desiderio quotidiano di cambiare qualcosa. Davvero.
Lo ha detto Colombo, almeno un paio di volte.
Siamo sicuri di voler davvero cambiare qualcosa?
Siamo sicuri che ci sia mai interessato?
Ci riempiamo così spesso la bocca con due parole, società civile. Come se fosse un'entità astratta, terza, come se non ci riguardasse.
Il primo NIMBY dell'Ameno Paesello, riguarda noi stessi. Facciamo qualcosa, proviamo a cambiare, diciamo. Però comincia tu. Se lo fai, poi, ti vengo dietro.
La società civile siamo noi. Tutti, con piccoli e grandi responsabilità, con piccoli e grandi doveri.

Uno degli argomenti che ci sta più a cuore, per cui siamo disposti a litigi furibondi, è la legge elettorale.
Non possiamo scegliere, è vero. Ma succede solo dal 2006. Prima, in maniera diversa, lo abbiamo sempre fatto.
Le preferenze o la candidatura diretta, esistono da sempre. Pensiamo davvero che questo Parlamento, questa politica siano diventate così all'improvviso, nel 2006?
Pensiamo davvero che quello che abbiamo combinato fin lì non abbia in qualche modo influito?
Ci lamentiamo che un politico inquisito o condannato, non si dimette mai. Negli altri paesi succede con regolarità, anche per peccati quasi veniali.
La differenza è che, comunque vada, per quanto il reato sia grave o importante, li rieleggiamo sempre.
Perché dovrebbero dimettersi? Perché dovrebbero rinunciare? In nome di qualcosa che non fa schifo nemmeno a chi li elegge?
Qualcuno ricorda, da vent'anni a questa parte, qualche indignazione popolare vera, trasversale, forte, pacifica ma incazzata?
Abbiamo mai esercitato il nostro essere società civile? Ce ne frega qualcosa?

Se la risposta è no (e generalizzo, sia chiaro) allora non lamentiamoci.
Se vogliamo contare qualcosa, lo strumento lo abbiamo sempre avuto.
Partecipare è faticoso, a volte noioso. Provarci pure.
Ma se non ti interessa il gioco, non lamentarti dei risultati.

PS.
Cosa c'entra con la riforma del lavoro?
C'entra, c'entra.

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