Le dimissioni di Bossi e l’onore delle armi

Mi riesce difficile l'onore delle armi.
Chissà, forse manco di carità cristiana o di compassione, magari non sono in grado di provare pietà, non in questo caso.
Non con Umberto Bossi.
E non è la ferocia che si scatena troppo spesso contro chi è stato sconfitto. Non è nemmeno la soddisfazione di vedere realizzato un contrappasso – la Lega di Roma ladrona che finisce travolta da giro truffaldino di soldi.
E' soltanto che non credo che quello che sta accadendo meriti compassione o onore.

E' vero, Bossi si è dimesso. Un gesto, ho sentito dire, che non fa più nessuno.
Ho già scritto molte volte che la colpa è di noi elettori, disposti a condonare qualsiasi magagna, ma mi preme ricordare che qualcuno si è anche dimesso.
L'ex sindaco di Bologna, per esempio. In una faccenda, che in millesimo, ha qualcosa in comune con questa.
Penati, tanto per fare un altro nome. Davide Boni, se vogliamo rimanere in casa Lega.
Non è vero che nessuno si dimette.
E non dimentichiamo che stiamo parlando di reati.
Non è la fine politica di un uomo sconfitto dalla malattia, che decide di arrendersi dopo anni di onorata carriera.
Sono le dimissioni del segretario del terzo partito d'Italia, causate da un'inchiesta che mette in mezzo il suo partito, i suoi figli, la moglie, il segretario amministrativo e alcuni esponenti di primo piano. Un giro di soldi enorme che dal finanziamento pubblico finivano nelle tasche di famigliari e famigli, con odore di riciclaggio e contatti con la criminalità organizzata.
Già questo, per quanto mi riguarda, mette da parte l'onore delle armi.
In più, ci sono le aggravanti. Di ordine politico, ma non solo.

Abbiamo sentito per vent'anni i peana legisti sulla moralità della politica, sullo stato centrale che ruba, sugli sprechi e le prebende, su famigliari e amici piazzati in posti pubblici. Li abbiamo sentiti ringhiare da Tangentopoli, con tanto di cappi e lazzi più o meno civili. E ora, quando la pentola si scopre e salta fuori la versione di Roma ladrona in salsa leghista, dovrei impietosirmi? Ora che si scopre che il problema non era la famiglia, ma la famiglia di chi, dovrei rendere l'onore delle armi?
No, grazie.

Ho sopportato il razzismo, quello strisciante e quello manifesto. L'odio contro i terroni prima, gli immigrati poi.
Ho sopportato di sentir tuonare contro l'immigrazione clandestina per un decennio. E la legge in vigore si chiama Bossi-Fini.
Ho sopportato il disprezzo per il diverso, per l'omosessuale e il maghrebino, il sessismo e la dura legge del celodurismo.
Ho sopportato di vedere alimentare il fuoco dei peggiori istinti di questo Paese furbo e rancoroso e ora dovrei render l'onore delle armi?
No, grazie.

Ho visto salvati con il voto leghista delinquenti grandi e piccoli.
Ho visto tenere al caldo Nicola Cosentino e Marcello Dell'Utri.
Ho visto respingere il decreto di scioglimento di Fondi.
Ho visto ignorare gli affari di Verdini e Carboni, con la stessa solerzia con cui si ringhiava contro i rumeni bestie assassine e dovrei rendere l'onore delle armi?
No, grazie.

Ho provato il governo della Lega sulla mia pelle e sentito pontificare sulla differenza, su chi era lì per il volere del popolo, per rendere giustizia agli ultimi, per ripulire la schifezza, perché ognuno fosse padrone a casa propria, nel proprio cortile. Magari blindato. E ora che ho scoperto che per casa si intendeva quella di Gemonio, dovrei rendere l'onore delle armi?
No, grazie.

Stare dall'altra parte del tavolo, è difficile, lo capisco.
Essere la destinazione degli urli e non l'urlatore, non fa piacere.
Ma non provo niente, se non qualcosa che assomiglia alla tristezza per l'uomo potente che si circonda – in famiglia e fuori – di personaggi simili.
In vent'anni di carriera politica Umberto Bossi non ha ottenuto nulla.
Non il federalismo, non la secessione, non la fantomatica Padania. Una maggiore invasione dello Stato e non la ritirata. La crescita della pressione fiscale e il sostegno alla peggiore classe politica dell'Italia repubblicana. L'orlo del default. La salvezza per chiunque abbia avuto la ventura o il merito di arrivare a uno scranno parlamentare. Non importa di quale reato fosse accusato.
Devo a Umberto Bossi l'occhio chiuso sugli affari di Berlusconi, la presenza di Borghezio, di Calderoli. Il trivio da osteria diventato discorso politico, il dito medio e gli insulti a giornalisti e colleghi, il disprezzo verso qualsiasi cosa fosse diverso dal verde leghista. La xenofobia, la cultura trattata da rifiuto solido urbano.
Devo a Umberto Bossi la gestione democristiana del potere, il tirare a campare per non tirare le cuoia, l'occupazione dei posti di cui si denunciava l'occupazione, le urla sguaiate che coprivano il nulla, la commedia degli equivoci calata sui ministeri di Roma, conquistati e tenuti a forza.
Devo a Umberto Bossi un pezzo dell'Italia di oggi.

E devo a me stesso due ricordi.
Il primo è un giovane Bossi che ammette davanti a Antonio Di Pietro di aver intascato un pezzo (minuscolo) della maxitangente Enimont.
Erano in parlamento da pochi anni. Erano in parlamento per la pulizia della politica e la libertà del nord.
Si è visto come è andata a finire.

Il secondo è di questi giorni.
E sono i fatti contestati all'ex segretario leghista.
Bossi non se ne va per una sconfitta politica, non se ne va per malattia, non se ne va per raggiunti limiti di età o per un cambio di rotta del suo partito.
Se ne va perché lui, la sua famiglia, il suo partito, sono accusati di reati. E reati gravi.

Se permettete faccio ancora la differenza.
Non pretendete che la mia educazione si spinga fino alla pietà.

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una risposta

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  • CLARA BONI
    07-04-2012 - 18:28:47 Rispondi

    Ho letto il tuo articolo, icuriosita da ciò che dici, visto che sto leggendo un tuo libro e mi piace come dici le cose e le immagini che mi evocano le tue parole, detto questo che è solo un modo per dirti bravo, una mia riflessione su tutto quanto hai scritto nel blog.....la cosa che mi sconforta veramente al di là del putridume che fa affogare il nostro paese, è che viene da lontano, da molto lontano, a volte penso sia parte del nostro dna, ci stiamo dentro da sempre, come una devianza tanto famigliare quanto malata,e per questo difficile da eliminare. Lo vedo tutti i giorni nel mio lavoro,mi occupo di gestione in azienda sanitaria, tratti con le persone e subito percepisci la diffidenza la scafatezza del mettiamoci d'accordo a prescindere, è questo che fa crescere i vari Bossi e Berlusconi e gli altri banditi che stano rubando la vita alla parte sana del nostro paese, ma cosa fare ? cosa realmente si può fare? non ho pietà di nessuno di loro, ho solo schifo, ho pietà per le persone e per che cresce oggi in un mondo dove la parola utopia ha perso la sua magia e speranza....io voglio credere che la si possa far rinascere, siamo tanti ancora vivi....come fare ????? cosa fare?????, scrivi ancora bei libri, la cultura è un modo di far loro del male

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