Grillo, l’antipolitica e le definizioni difficili

Va di moda l'antipolitica.
Si sa, c'è una stagione per tutto. Questa, però, merita un discorso serio. Lo merita, soprattutto, perché cotti come siamo in padella – da molto tempo e con gusto masochista – saremmo anche capaci di ritrovarci nella brace.
In qualche modo ne ha scritto ieri Giulio Cavalli: l’antipolitica sta negli amministratori incapaci, asserviti alle lobby, bulimici di potere e soldi e incapaci di pensare ad altro che non sia la preservazione ossessiva della specie. La propria.
Oggi, sempre Giulio, riporta un pezzo di Michele Serra. Il gril­li­smo (che non amo) è cer­ta­men­te po­li­ti­ca.
Tutto vero e condivisibile. Tutto, per altro, sotto gli occhi. Almeno a volerlo vedere.

Grillo non è antipolitica, a volte mi chiedo se non sia un riuscito esperimento di marketing, ma non si può fare finta che non esista.
Su Repubblica di qualche giorno fa c'era un bel pezzo di Curzio Maltese, I nuovi padroni del Nord. Parlava anche del linguaggio di Grillo, così simile alla prima Lega o a certa Lega. Ed è indubbio che con gli uomini di Bossi allo sbando e tutto quello che potrebbe accadere al partito, molti voti sono in movimento.

Grillo non è antipolitica, per parecchi motivi.
Come prima cosa perché è dentro la politica.
Ho sempre trovato contraddittoria la Lega, che predica la secessione e razzola il governo centrale. Allo stesso modo, se ti candidi a governare, a cambiare la politica, non puoi essere anti. La domanda su cui cerco di ragionare, però, è che cosa sia. Che cos'è, per esempio, questo. Perché assomiglia a un ragionamento politico, ma non lo è.
Non nel senso in cui la intendo io, la politica.
Che implica molti soggetti, molte opinioni.
Implica ascolto, rispetto e mediazione.
Implica soluzioni pratiche, realizzabili, sostenibili a problemi reali.
E' anche un problema di linguaggio, di comunicazione. Su quello viaggiano i contenuti.

Lo dico chiaro e tondo, mi fa paura un linguaggio che i contenuti li cancella, li annulla, li schiaccia contro il muro.
Mi fa paura un linguaggio che cerca la rissa da bar e non ha nessun interesse ad ascoltare. Mi fa paura chi si ritiene migliore.
Mi fa paura questa smania del nuovo, del giovane, del buttare tutto il passato, tanto non lo conosce nessuno. Mi fa paura considerare Internet la soluzione a tutti i problemi.
Mi chiedo, per esempio, se è democratico fare le primarie sul web. Se non sia, a prescindere, non interessarsi di chi, con Internet, non vuole avere a che fare o non può avere a che fare. Mi chiedo se la politica non debba passare prima dalle facce, dagli occhi, dai toni della voce, dal botta e risposta.
Leggo spesso commenti nei blog e nei forum e la maggior parte delle volte mi sembra un circolo disorganizzato sulla cui porta campeggia una scritta: si prega di lasciare la razionalità fuori dalla porta.
Ed è vero che la politica che vediamo tutti i giorni sembra aver dimenticato la stessa razionalità, ma non è un alibi, non è una scusa, non è neppure un buon motivo per seguire l'esempio.
Per questo, forse, anziché antipolitica mi sembra non politica.

Qualcuno, spero, si ricorderà di Lenny Bruce.
C'è anche uno splendido film di Bob Fosse, in bianco e nero e con un grande Dustin Hoffmann.
Non sono un comico. Sono Lenny Bruce, diceva.
In fondo, alla fine, vale anche per Beppe Grillo. E' politica e non lo è.
Lo è, molto di più, quella dei suoi militanti, dei suoi eletti.
Ma potrebbe esserlo lo stesso, senza Grillo?
Il consenso esisterebbe comunque?
Non è una domanda da poco, per capire cosa sta accadendo.

Essere incazzati vale quel che vale. E' utile a scatenare un urlo, una rissa, una lite.
Per tutto il resto serve, appunto, la politica senza prefissi.


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