Lettera a un parlamentare grillino

Caro Onorevole Di Battista,
immagino potrà perdonarmi se uso il termine classico che si usa verso un parlamentare, ma lo trovo importante, tutt'altro che offensivo.
Mi scusi anche se le scrivo senza essere un suo elettore.

Voto a sinistra da quando ho diritto a farlo, l'ho fatto anche con orgoglio, malgrado il mio partito abbia fatto di tutto per riuscire a dissuadermi e sono convinto che le parole abbiano importanza, che sotto il segno grafico esista un significato che non dovrebbe essere interpretabile, ma soltanto applicato alla lettera. Sono anche convinto che il modo in cui si parla, quello che si dice, il tono e i vocaboli, siano politica, facciano parte dell'idea che uno ha di società, fin da quando la Grecia classica cominciò a occuparsi di Retorica.

Non posso fare altrimenti, scrivo per mestiere, se la pensassi in modo diverso mi darei la zappa sui piedi, ma lo penso al di là del lavoro che esercito, è una convinzione radicata, qualcosa che Tom Schulman ha sintetizzato sulle immagini di Peter Weir, parole e idee possono cambiare il mondo.
So che può capirmi, mi capita di ascoltarla, in un ambiente politico che pratica di malavoglia la lingua madre lei si esprime con chiarezza e con passione.

Per questo, dopo averla sentita parlare al Tg La7, le scrivo e proprio perché qualcosa, in fondo, mi accomuna al M5S, un dettaglio che sta al di fuori della politica o, se preferisce, che è trasversale alla politica e alla società: l'irritazione per l'uso indiscriminato delle parole, l'assenza di responsabilità in quello che si dice.

Vede, il linguaggio è uno dei dettagli che mi tiene molto lontano da voi, un linguaggio che il vostro leader politico (se detiene i diritti del vostro marchio l'unica denominazione alternativa è proprietario) usa in senso millenaristico, apocalittico, con una violenza francamente eccessiva e l'uso davvero fuori luogo di una sequela infinita di metafore sulla morte e la distruzione.
Mi dirà che lui è lui, che non vi rappresenta, è un megafono, un comico, un attore, tutto quello che ho già sentito molte volte e infatti è di quello che ho sentito dire a lei che vorrei parlare.
E proprio perché Grillo, nella vostra rappresentazione, è un attore che sarebbe meglio lasciare a lui l'iperbole.

Oggi indicando con un cenno il Palazzo alle sue spalle, ha detto che quello è un posto di collusi con la mafia.
Capisco la necessità di semplificare, capisco che la televisione richiede sintesi, che la gente va trattata come un bambino di undici anni non particolarmente intelligente (SB, la migliore citazione di sempre) e che un messaggio deve essere chiaro e facile da capire, ma continuo a pensare che le parole abbiano un significato.

Dentro quel palazzo ci sono Giorgio Airaudo e Claudio Fava, Paolo Bolognesi, Carlo Galli, Pippo Civati, Emma Bonino, Michela Marzano, Stefano Dambruoso, Edoardo Nesi, Osvaldo Napoli, potrei aggiungere nomi del PDL, della Lega, faccia lei. Se uno di loro oggi la querelasse avrebbe ragione. Se uno di loro alzasse il dito e dicesse Io no, avrebbe ragione.
E se ha le prove che qualcuno, lì dentro, sia colluso con la criminalità organizzata, faccia quello che dovrebbe fare un cittadino qualunque, cittadino nel senso di partecipante alla vita sociale. Vada in procura e denunci. Dal suo scranno parlamentare sarebbe anche una notizia esplosiva.

Qualche settimana fa, in aula, lunedì 29 aprile, ha detto: "troppe persone che hanno commesso reati di «serie B» sono in galera, mentre colletti bianchi che hanno contribuito alla crisi viaggiano sotto scorta." E' vero, non fa una piega. Ma nel mondo reale, quello in cui le strade sono di porfido e cemento, si può aver contribuito alla crisi senza aver commesso nessun reato.

Di semplificazione si muore, se siamo arrivati a questo punto è anche per questo, per aver cercato di ridurre a una linea retta la complessità dei problemi.

E non muore il M5S, non il PD o il PDL, ma tutti quanti.
Dire quello che ha detto, non è diverso da B che usa la parola comunista come un insulto, da Enrico Letta che assegna alle larghe intese il merito della vittoria di ieri, assomiglia in maniera terribile a tutto quello che la politica ci ha regalato negli ultimi nefasti anni e che vi ha consentito di stare dove vi trovate ora. Non ha niente di nuovo, niente di diverso e non fa bene a nessuno, tranne a chi deve fare un titolo su un giornale, un istante prima che il politico di turno si lamenti del trattamento ricevuto dalla stampa.

Siete nuovi, la novità non è sempre un merito o una scusa, ma avreste potuto portare qualcosa, contribuire a qualcosa.
Un inizio, per quanto mi riguarda, sarebbe evitare di fare chiasso come gli altri, restare nel merito, restare ai fatti, anche quando si allontanano dalla voce che vi ha partoriti.
I collusi hanno nomi e cognomi. Come le affermazioni fatte a caso.

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