L’intrepido

lintrepido-recensioneAntonio di cognome fa Pane e di mestiere il rimpiazzo.
Il ciappinaro si dice dalle mie parti, lo stesso lavoro che Albanese racconta di aver fatto nei suoi primi tempi bolognesi.
L'operaio in un cantiere, l'autista del tram, il cuoco, l'uomo delle pizze, l'addetto alla pulizia di San Siro, il bibliotecario, Antonio fa tutto, vorrebbe fare tutto, vorrebbe sapere tutto, perché sapere significa avere una nuova possibilità.

Antonio è un uomo buono, non alza la voce, non si dispera, non si lamenta quasi mai, si sforza di mantenere un mezzo sorriso fra le labbra, come se quello che accade fosse una mare a cui devi abituarti, aspettare che passi, convincerti che prima o poi passerà. E farti trovare in piedi quando l'acqua, alla fine, darà respiro.

Antonio è divorziato. "Forse non la ascoltavi quando parlava" gli dicono, riferendosi alla moglie. "Forse era lei che non ascoltava me", risponde.
Antonio ha un figlio che fa il conservatorio e suona il sax e si occupa del padre con la stessa dolcezza con cui Antonio lo guarda, che si tratti di disperazione o malinconia. Un figlio che lo vorrebbe più arrabbiato e forse confonde l'empatia con la rassegnazione.

Antonio è uno sfruttato che sa di essere sfruttato, come se si trattasse di una condizione inevitabile, l'adattamento all'ambiente di un animale che deve pensare soltanto a sopravvivere.
E sopravvivere significa guardare il trionfo di un'umanità vincente e così disonesta – in senso legale o intellettuale – da non rendersi nemmeno più conto di esserlo.

L'uomo che gli affida i rimpiazzi, in una palestra anomala e meravigliosa e non lo paga e pretende gratitudine.
O il suo galoppino che non si fa scrupoli nel fargli accompagnare un ragazzino da un finto zio orco.
O il nuovo marito della moglie, allegro natante malavitoso, pronto a sbattergli in faccia la vittoria del predatore.
O la commessa del negozio lavatrice di riciclo, perfetta e silenziosa contabile di soldi che arrivano da chissà dove e se ne vanno chiusi in una valigia.

Bollettino di guerra da un Paese morto, L'Intrepido ha il tono di una favola, sullo sfondo di una Milano in cui tutto sembra in costruzione e vive di scene splendide – l'anziana che Antonio imbocca nel parco, il concerto jazz, le demenziali luci a San Siro, la citazione di Chaplin nella lavanderia – e altre meno riuscite, aggrappato al viso da clown triste di Antonio Albanese, da cui, almeno una volta, avrei voluto veder sfuggire un ringhio o una lacrima.

Ma forse è giusto così.
Magari ha ragione Walter Siti.
Resistere non serve a niente.

 

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