Boschi, Rodotà, Zagrebelsky e la presunzione di competenza

boschiDa due giorni il ministro delle riforme Boschi spara ad alzo zero contro i professoroni.
Dice la Boschi ad Agorà: "Io temo una cosa sola e cioè che in questi trent’anni le continue prese di posizione dei professori abbiano bloccato un processo di riforma che oggi invece non è più rinviabile per il nostro Paese".
Certo, aggiunge, ci sono posizioni legittime e in particolare "trovo legittimo che Rodotà abbia profondamente cambiato idea, perchè ricordo che nell’85 fu il secondo firmatario di una proposta di legge che voleva abolire il Senato."

Rispetto alla proposta del PCI, partito che già di suo indica di quale era geologico-politica stiamo parlando, basta leggere Andrea Mollica su Giornalettismo (qui) e sul blog di Gad Lerner (qui).
Magari, per risparmiarsi una dichiarazione superficiale, sarebbe bastato tenere conto, oltre del merito di quella proposta di trent'anni fa, del fatto che la storia cambia e si evolve. Per esempio era difficile che la nostra Costituzione, con il fascismo ancora caldo, potesse mettere in piedi una Repubblica presidenziale.

Oggi, in più, una riflessione più attenta al passato – anche molto recente – porterebbe a chiedersi cosa sarebbe successo negli ultimi vent'anni se B avesse avuto a disposizione una sola camera legislativa, capace da sola di approvare le leggi, nominare i giudici costituzionali e, in ultima istanza, anche il presidente della Repubblica. Certo, B politicamente è un quasi cadavere, ma la Costituzione non si cambia tenendo conto del contingente, ma del futuro, anche dei giorni in cui saremo tutti sepolti.

Al di là del merito politico, su cui ho anche già scritto (qui) mi rende attonito il modo, che non è proprio un dettaglio o una quisquilia. I modi sono quelli che compongono una sana convivenza civile e un dibattito che sia un confronto, non una ripresa di pugilato.

Ascoltare una donna nata nel 1981 (e con lei Renzi e i renziani), al primo mandato parlamentare, senza nessuna esperienza politica o amministrativa tranne la campagna delle primarie di Renzi o la nomina ottenuta nel cda dell'azienda dell'acqua toscana, pontificare sui danni fatti da Stefano Rodotà e Gustavo Zagrebelsky al processo di riforma dell'Italia, è un esempio preciso e lampante dei tempi che stiamo vivendo e si spiega solo con un numero finito di possibilità.

Escludendo che siano proprio fuori di testa, restano una profonda e smaccata malafede (simile a quella che spinge a mentire sulle province non abolite) o la convinzione futile e giovanilistica che chiunque abbia superato i 60 sia irrimediabilmente rincoglionito, perso e inutile al dibattito politico-culturale o la spocchia supponente di chi è così sicuro di possedere la verità da pensare di poter dare lezione di Costituzione a chi quella Costituzione ha passato la vita a insegnarla e/o a difenderla. Perché se Zagrebelsky e Rodotà e non solo loro, fanno appunti nel merito a un progetto di legge che riguarda la Carta, qualche dubbio dovrebbe venire.

Invece, dice il ministro senza entrare nel merito delle critiche, la colpa delle mancate riforme è dei professori e varrebbe la pena ricordarle che più che una colpa potrebbe essere un merito.
Il governo Berlusconi, oltre al famigerato Porcellum, mise in piedi una spettacolare riforma costituzionale un tanto al chilo, che fu bocciata col 61% di No nel 2006 da un referendum popolare. In quella riforma c'era un'idea di Stato molto simile alla Grande Riforma che il governo Renzi sta mettendo insieme e contro quella riforma si schierò tutta la sinistra di allora, allargando il consenso fino a trovare quello necessario a farla bocciare.

Ecco l'influenza dei professori nel blocco delle riforme di questo Paese.
Da quello che dichiarano in questi giorni e dai progetti che stanno mettendo in piedi – e di cui si può discutere nel merito con Verdini, ma non con i senatori PD – devo desumere che il ministro Boschi – che allora aveva 25 anni – e il capo del governo, a quel referendum, votarono Si.

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