Noah

NoahParto dalla fine.
Si può essere un regista molto bravo, produrre un cinema con un forte impatto visivo, molti mezzi a disposizione, un'idea precisa della storia che vuoi raccontare, un cast di premi Oscar, girare alcune scene in maniera davvero emozionante e riuscire a fare un film brutto?
Sì, si può. Se tutto si riduce a pollice verso o pollice alto, allora Noah è un film brutto.
E la cosa che fa più male è che il film è brutto perché, con scelte incomprensibili al limite della follia, si limita a decidere di non essere né carne né pesce.

Bene, fatta la sintesi provo ad argomentare.
Per chi non lo sapesse, Darren Aronofsky è il regista de Il cigno nero (di gran lunga, per me, il film migliore di quell'anno), The wrestler e di due chicche come Requiem for a dream e Pi greco (è il regista anche di The fountain, ma facciamo finta di dimenticarlo) e a quanto pare la vicenda di Noè e dell'arca era una sua idea fissa da molto tempo.

La storia la conosciamo tutti, almeno in teoria. L'umanità è marcia, corrotta, cattiva. Dio decide di spazzarla via e affida a Noè la costruzione di un'arca che porti in salvo una coppia di tutti gli animali presenti sulla Terra e, con la discendenza della sua famiglia, ripopoli e rigeneri su altre basi il genere umano.

Qui arriva la prima idea geniale.
La Terra di Aronofsky è una landa desolata, sterile, in cui gli uomini vivono in città morenti, quasi post industriali e post belliche, consumando le risorse del mondo, la natura, il sottosuolo e lottando alla morte uno con l'altro per la sopravvivenza. Vi ricorda qualcosa? Sì, parecchie, da Mad Max in avanti, ma l'idea di portare il mondo prima del diluvio in un (quasi) futuro o in un (simil) presente funziona e alla grande.
In quel mondo Noè e la sua famiglia vivono da nomadi, il più possibile lontano dagli altri uomini e, vista l'aria che tira, si tratta di una questione di mera sopravvivenza.



L'idea geniale numero due, sono i sogni.
Noè non parla con Dio, sogna qualcosa che riconduce a Dio. O, meglio, al Creatore, dato per scontato in tutto il film, una presenza non messa in discussione e che nessuno chiama mai diversamente da così. Il Creatore. Chi vive nel mondo di Noè sa della cacciata dal Paradiso, di Adamo e Eva, della rabbia del Creatore, della sua presenza nel mondo. Non c'è scetticismo, esiste e basta.
In questo contesto, Noè sogna. Ne vediamo alcuni, di questi sogni, immagini vivide, surreali, feroci o folli, metaforiche, perfette.
In questi sogni Noè capisce che Dio vuole distruggere il mondo, che lo farà con l'acqua e che deve costruire un'arca.

 
 
Date queste premesse e dopo venti minuti di film, da uno che ha fatto i film che ha fatto Aronofsky ti aspetti qualcosa che ragioni sulla crudeltà e la bontà, sull'individuo e l'identità, sul senso della vita e dell'universo, sull'uomo.
Invece, la questione deflagra e comincia l'accumulazione di non sense.

Per esempio Matusalemme, il nonno di Noè, una via di mezzo fra uno sciamano e Gandalf.
E, come tale, in grado di compiere miracoli, forse anche contro il volere di Dio.
O i Vigilanti, angeli caduti (ma non c'era l'inferno?) e diventati Transformer (nell'immagine e pure nel parlato), mano d'opera fondamentale per costruire l'Arca e, soprattutto, per portare al limite del ridicolo la vicenda.
O, ancora, il desiderio incomprensibile di deviare dalla storia biblica per complicare la questione al limite del fantasy o del melò, alla faccia della coerenza narrativa.

Non si capisce, per esempio, per quale motivo cambiare la storia della discendenza di Noè, Jafet, Sem e Cam.
La Genesi, secondo coerenza, mette i tre figli sull'arca da adulti e sposati.
Se la discendenza del mondo deve venire da loro, è giusto che siano in età fertile e con la giusta compagnia.
Aronofsky cambia le carte in tavola. Jafet, il più piccolo, è un bimbetto, Cam un post adolescente inquieto e solo Sem, il maggiore, ha una compagna, seppure acquisita e, tanto per incasinare le acque, pure sterile. Per risolvere la questione e reggere il melò, ci si inventa una specie di incompletezza nel progetto divino, che lascia al caso, all'uomo e alla magia di Matusalemme, la sopravvivenza del genere umano con la conseguenza che, senza ombra di dubbio, la razza umana sopravvive grazie a una serie di incesti molto più stretti del racconto biblico.

E' solo un esempio e per raccontarne altri dovrei spoilerare troppo, ma di certo il Creatore del film è quanto meno distratto e con un piano molto farraginoso.
Alla lunga, insomma, la storia diventa un fumettone nemmeno apocalittico, che tenta di stare in equilibrio fra troppi registri e in cui il fantasy diventa prevalente quasi su tutto.

Ed è un peccato, non solo perché il cinema di Aronofsky mi piace, ma perché alcune scene sono così straordinarie dal punto di vista visivo da restarti negli occhi anche quando esci. Il racconto che Noè fa della Genesi e le immagini del mondo che nasce e degli animali che lo popolano. O l'acqua che il Creatore porta nel mondo a partire da un piccolo seme dell'Eden. O l'arrivo dei primi animali. O il ritorno di Noè in famiglia, con le sue mani e quelle di sua moglie che si mescolano nella terra nera, di nuovo viva.

Troppo poco, rispetto alle 2h15' del totale e rispetto a una storia che per voler prendere la propria strada finisce per non prenderne nessuna.

Un'ultima annotazione, che riguarda l'Italia.
Ho una mia battaglia personale contro i titolisti e Noah è solo l'ultima tappa, che aggiunge incongruenza a incongruenza.
Perché mantenere il titolo originale? Noè era troppo banale?
E, in più, visto che si è lasciato il titolo originale, perché il personaggio di Russel Crowe si chiama Noè?

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