Europee 2014 – Un po’ di numeri

I numeri fanno fatica a mentire. Succede sempre, accade la stessa cosa con l'ascolto televisivo.
Lo share misura la percentuale di chi ti guarda fra quelli che si trovano davanti alla televisione.
Quello che conta, però, sono i telespettatori. Così, trattandosi di elezioni, i numeri che parlano sono i voti.
E parlano chiaro.
Vince Renzi. Il PD non riporta a casa i 3milioni di voti che erano spariti, ma comunque ne prende 2milioni e 200mila, che sono un bel numero.

Perde Grillo. Gli elettori del M5S erano poco meno di 9milioni, sono diventati 5milioni e 800mila, quasi 3milioni se ne sono andati nel giro di un anno.

Vince Salvini. In un anno la Lega aumenta di un 20%.
E vince la Meloni che cresce di quasi il 50%, anche se non supera il quorum.
Tsipras ha circa i voti che aveva preso SEL alle politiche.

Berlusconi e Alfano, insieme, perdono 1milione e 600mila voti del vecchio PDL.
Monti e Casini semplicemente svaniscono e lasciano sul campo oltre 3milioni di voti.

In aggiunta, ci sono 7 milioni di astenuti in più.

E' vero, sono elezioni diverse, con sensibilità diverse, ma è difficile ignorare quanto siano state politiche, queste europee.

Metto i nomi e non i partiti perché mai come questa volta mi pare che la questione si ponga lì.

Vince Renzi, non il PD.
E non è un dettaglio a guardare i numeri e la collocazione geografica.
Il PD, ad esempio, è oltre il 40% in Lombardia, con Berlusconi al 16% e la Lega al 14%. Ma, soprattutto, cresce del 34% in Lombardia e del 22% in Emilia. Mi pare abbastanza chiaro che la campagna elettorale e la politica del Presidente del Consiglio hanno ottenuto il loro scopo.
Spostare ancora di più al centro il partito e diventare, di conseguenza, appetibile per tutta una parte di elettorato che non aveva più voglia di votare Berlusconi. Un'operazione politica legittima e vincente che cambia, però, alla grande, la collocazione del partito. Almeno in confronto all'elettorato storico, molto più spostato a sinistra e che ancora si ritiene tale. Quasi una sostituzione, in qualche modo e sarebbe interessante scoprire quanti degli elettori PD, questa volta, hanno gonfiato i 7milioni in più di astenuti. Con un consenso simile, i problemi che ci sono in Parlamento e la spregiudicatezza che lo contraddistingue, mi viene difficile pensare che non siamo sulla strada delle elezioni politiche.

Perde Grillo, è altrettanto evidente.
Perde, a mio avviso, per una seconda parte di campagna elettorale urlata nel modo sbagliato, in un Paese spaventato come l'Italia. I riferimenti a Hitler, ai processi, al tabula rasa, credo abbiano fatto molto più presa del comportamento dei gruppi parlamentari. E, aggiungo, anche la certezza di vittoria così tanto sbandierata, deve aver fatto pensare a molta gente che piuttosto che correre il rischio fosse meglio votare Renzi o stare a casa. In più un avversario, questa volta, c'era un avversario che poteva dirsi più nuovo di lui. Che fosse vero o no.
Un terzo dei voti, di fatto, è svanito.

Berlusconi declina, ma non scompare. Con Alfano avrebbe perso solo 1milione 600mila voti. Considerando l'aria che tira, nemmeno uno sfracello. Meglio di Grillo, per intenderci. La domanda, ora, però, è cosa farà Alfano, con un PD in rotta decisa verso il centro.

Quello che mi appare sconfortante, però, è il quadro generale.
In una democrazia normale non c'è da stare allegri se il primo partito prende più della somma del secondo e del terzo.
La dialettica politica dovrebbe fare bene e qui le distanze sono siderali.
In più, malgrado Tsipras superi il 4%, il nuovo PD cambia la geografia politica italiana e apre una voragine gigantesca a sinistra.
E parlo di politiche possibili, non di elettorato. L'elettorato storico e più anziano del PD è ancora a casa. In un PD che da oggi diventa ancora di più il partito di Renzi e un partito di centro, lo spazio per il dissenso e per un'opposizione interna di sinistra mi sembra minimo, quasi accademico, se non nullo.
Una bella sfida, ammesso che ci sia qualcuno in grado di raccoglierla.

E' vero, noi non abbiamo una Le Pen (Grillo non è la Le Pen, non scherziamo), non abbiamo un Farage. L'eredità di Berlusconi, però, sembra una volatilità elettorale gigantesca, con partiti che muoiono in mezza legislatura e consensi che crescono o implodono a seconda del leader.
Bisognerà farci i conti.

Resta il problema più grosso.
Metà Italia non vota e la classe politica sembra non essere interessata al problema.
La rappresentanza è messa in un angolo, si parla solo di governabilità e la governabilità non ha bisogno di un numero consistente di votanti.
Nel frattempo, intorno all'unico partito rimasto, si aprono voragini di elettori che non sanno per chi votare, visto che nessuno di questi partiti personali e con poca identità è in grado di rappresentarli o di invitarli alla partecipazione.
E visti i dati e al netto della propaganda per ora nemmeno Renzi è in grado di portarli a casa.
La questione è così enorme che in molti comuni, alle amministrative, si presentava una sola lista, senza nemmeno l'avversario.

Sarà un problema, il vuoto in politica qualcuno lo riempie.

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