In risposta a Gubitosi: fiction e serie televisive

20140719-153906-56346176.jpgQualche giorno fa il direttore generale della RAI Gubitosi, in risposta a una domanda su Gomorra (la serie), rivendicava come linea aziendale il rifiuto di qualsiasi criminale come protagonista e il desiderio di mettere al centro della narrazione personaggi positivi.

L'idea, in tutta franchezza fuori dal mondo, è che il cattivo messo sotto i riflettori sia un esempio pericoloso e che la fiction prodotta dalla televisione di Stato debba avere una funzione, a quanto pare, pedagogica.

La dimostrazione migliore di quanto la dichiarazione sia farneticante è un commento di Giampaolo Simi, se la funzione era pedagogica, allora l'obiettivo è fallito.

Andando nel merito delle parole di Gubitosi, che la dicono lunga sul pubblico che la RAI vuole avere e sulla posizione dell'azienda rispetto al mercato e al mondo, si scopre però che non la racconta fino in fondo.
L'idea non è mettere il buono al centro della vicenda, ma raccontare una realtà altra rispetto a quella che vediamo tutti i giorni, mancando di rispetto al presente e operando un'opera di restaurazione rispetto alla storia recente di questo Paese, che non solo sminuisce il lavoro fatto, ma cancella in un istante tutta la missione pedagogica che si arroga il diritto di svolgere.

Se, ad esempio, Don Matteo è il protagonista, il cattivo di turno non è mai un cattivo vero e se lo è finisce quasi sempre per pentirsi, in un ravvedimento finale che la CEI immagino gradisca particolarmente. Lo stesso discorso vale per altre produzioni di questo genere. D'altra parte la RAI non è l'unica a produrre storie con l'eroe senza macchia al centro della questione, gli americani lo fanno da secoli.

Gli agenti di Criminal Minds sono fra i più improbabili solutori di casi della storia, ma affrontano assassini spietati, reali, spesso addirittura più crudeli della verità. E sono eroi, buoni quasi a tutto tondo, con piccole macchie e enormi virtù e intuizioni geniali e tecnologie stupefacenti con cui tracciare l'Universo conosciuto e riportare ordine nel Caos.
Proprio la missione pedagogica di Gubitosi, in fondo.
Un'idea consolatoria in cui il Male esiste, ma viene sempre sconfitto.
Certo la realtà è diversa, ma non importa. Criminal Minds è un prodotto che funziona (e con lui tanti altri dello stesso genere), nemmeno imparentato dal punto di vista qualitativo con le produzioni della nostra televisione di Stato.
La differenza, appunto, è quella che passa fra televisione di qualità oppure no.
O fra l'Italia e il resto del mondo, visto, per esempio, che i francesi fanno Les Revenants e il poliziotto più sporco degli ultimi anni, Luther, lo hanno prodotto quei bacchettoni della BBC, gli stessi che oggi mandano in onda The Honourable Woman.

Ma la fiction RAI, negli ultimi anni, non è solo fiction, ma biografilm.
E qui la questione cambia.
Anni fa, Enrico Cuccia raccontò di un incontro che ebbe con Eugenio Cefis. Cefis si era già ritirato a vita privata e Cuccia lo andò a trovare. Durante l'incontro Cuccia racconta di avergli detto questa frase: ho sempre pensato che se si fosse organizzato un colpo di Stato in Italia, lo avrebbe fatto lei.
Importa poco che Cuccia millantasse la frase oppure no, quello che conta è il ruolo che attribuiva a Cefis nella storia d'Italia. Un ruolo simile se non identico a quello che aveva in mente Pasolini quando scrisse Petrolio. E il romanzo incompiuto si può ancora leggere.
Chi era Cefis? Un signore molto importante, piuttosto famoso all'epoca, la nemesi di Enrico Mattei, qualcuno dice anche qualcosa in più.
Bene, nella fiction che la RAI ha dedicato all'ex patron dell'ENI, Cefis non c'era. Non lo hanno edulcorato, non hanno cambiato in meglio il personaggio, non ne hanno ridotto il ruolo o l'importanza. Proprio non c'era.

Lo stesso vale per tutti i biografilm che la RAI produce, da Salvo d'Acquisto a Paolo Borsellino a Giovanni Falcone e tanti altri. Attendo con impazienza i futuri Spinelli e Fallaci.
Non sono biografie, sono la storia di un uomo come sarebbe vissuto nel mondo di don Matteo.

Dov'è finita, direttore Gubitosi, la funzione pedagogica?
A meno che, a voler pensare male, non sia proprio questa.
Trasformare il nostro passato in un mondo da fiaba, inutile a capire il presente e dannoso per come revisiona senza pietà ogni pagina oscura da cui siamo transitati, lavando reputazioni e coscienze e omettendo tutto quello che potrebbe scatenare domande.

Resterà per sempre un sogno personale, irrealizzabile in questa vita, il mio progetto di fare un film sulla trattativa Stato mafia con la stessa forza narrativa e lo stesso vigore con cui la Bigelow ha girato Zero Dark Thirty.
Quella storia, secondo i canoni della tv di stato, semplicemente non è avvenuta.

Eppure, a guardarci bene, gli avi dei Luther e dei Revenants e dei Breaking Bad e del bellissimo (almeno per ora) The Leftovers, siamo noi.
Gli sceneggiati degli anni passati, penso a A come Andromeda, Gamma, Qui squadra mobile, Uova fatali e Cuore di cane (di cui Bulgakov non si sarebbe vergognato).
Il caso Mattei, per primo, lo ha raccontato Rosi. E così gli intrecci mafia politica.

E il poliziotto più cattivo della storia del cinema, quel Gian Maria Volontè che uccide e semina il caso di indizi sulla propria colpevolezza per dimostrare di essere al di sopra della legge, lo abbiamo fatto noi, nel 1970.
E guarda caso ci abbiamo vinto un Oscar, un Grand prix a Cannes e una nomination (quasi storica) all'Oscar per la miglior sceneggiatura.
Oggi, semplicemente non sarebbe possibile.

Molto spesso, in incontri pubblici o in privato, mi chiedono perché in Italia non si possa produrre qualcosa di livello internazionale, perchè la situazione sia così tragica o ridicola.
La risposta, se non si fosse capito, è facile.
Non te lo fanno fare.

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