007 Spectre: cosa mi è piaciuto e cosa no

SPECTREPremessa.
La mia passione per le storie nasce con James Bond, da bambino.
Forse se ho cominciato a sviluppare un interesse per un certo lato del mondo, è grazie a un vecchio cinema parrocchiale di Riccione che diventava arena estiva e in cui, con mia nonna, andavo regolarmente a vedere 007.
E quel Bond – James Bond – era Sean Connery.
All'epoca i suoi film erano già tutti usciti, sono nato nell'anno in cui ha lasciato il ruolo – 1971, Una cascata di diamanti – dopo essere stato richiamato dalla tragica interpretazione di George Lazenby, ma li ho visti comunque tutti al cinema, i suoi Bond, in quelle serate estive. E così i successivi, anche i peggiori, anche Timothy Dalton, anche gli ultimi impresentabili di Brosnan, macchine invisibili comprese.

E dopo l'unico James Bond, Sean Connery, il migliore mi è sempre parso Daniel Craig.
Non tanto per lui, quanto per il progetto che rappresenta, qualcosa che continua a ricordarmi il Batman di Chris Nolan. Portare il mito nel tempo in cui lo si rappresenta, sporcarlo, abbassarlo al livello del suolo, staccare via il fumetto e lasciare l'uomo – la barba incolta, i segni degli scontri, la sofferenza umana –, creare una nuova epica, analoga all'originale, ma diversa. E concedere il tutto in mano a chi il cinema di qualità lo sa fare. C'era anche Paul Haggis – oltre all'ultimo Ian Fleming quasi inedito – in Casino Royale. C'era Marc Foster e ancora Haggis in Quantum of Solace e soprattutto c'era Sam Mendes in Skyfall. Tutta questa premessa, per dire che sono un fan di Bond, mai scoraggiato nemmeno da Grace Jones, che ritengo Craig il migliore dopo Connery e che la mitologia bondiana, le Aston Martin, Moneypenny, Blofeld, la Spectre, il gatto bianco fanno parte di uno strano pantheon che mi piace molto.
Fine premessa.

Quindi, perché Spectre non mi è piaciuto?
Forse perché ha solleticato la mia parte fan, ignorando del tutto la mia parte cinema e abiurando, almeno in parte, l'idea di nuova mitologia che il progetto Craig ha sempre portato avanti.
Intendiamoci, l'opera di ricostruzione del personaggio continua, il filone che lega tutti i film dell'era Craig, come se fossero sequel di Casino Royale, in una sola lunga storia, qui arriva quasi a compimento, legandosi alla perfezione proprio con l'antica mitologia, il Martini, la Spectre, il gatto bianco, Blofeld, l'Aston Martin, addirittura la DB5 di Goldfinger. E proprio a Goldfinger (o a Una cascata di diamanti) mi ha rimandato la tenuta nel deserto di Blofeld o la Rolls o quello che accade nella tenuta, tanto per non fare spoiler. Il lato fan, appunto. Quello solleticato fino dai titoli di testa, con la camminata laterale che si chiude nel colpo di pistola verso il pubblico.
Eppure manca il cinema, nella direzione di cui tentavo di dire. La percentuale di improbabile, che non si può azzerare in film come questo, qui cresce molto rispetto ai predecessori.
Penso alla caduta sul divano, a quella sulla rete, tanto per non rivelare nulla a chi non lo ha visto.
Penso anche al finale.
Mi sono chiesto per tutto il film cosa sarebbe potuta diventare la scena della scacchiera e quanto siano banali, in confronto ai predecessori, i dialoghi di Spectre.

Torna il supereroe e il Bond di Craig era un uomo. Quello che in SKyfall appariva come una forma indistinta nel primo fotogramma e camminava verso la macchina da presa, fino ad arrivare a fuoco, alla luce.

Ecco, alla fine, cosa non mi è piaciuto.
Bruce Wayne, secondo Christopher Nolan – e forse anche secondo Frank Miller – è un uomo che reagisce. Forse non vorrebbe nemmeno, forse si fa prendere dalla necessità di fare qualcosa, dal ruolo in cui è rinchiuso, dalla vita in cui è immerso e a cui on può sottrarsi. Il riferimento del Bond di Craig mi è sempre parso lo stesso. Bond è Bond, uccide perché è la cosa che sa fare meglio. E vive la sua vita soffrendo perché sa di non poterne avere un'altra. E la vive come un uomo, facendo cose oltre la media, ma nel computo del realizzabile.
Il Bond di Spectre è l'eroe di un fumetto, che ha ancora quel sottotesto, addirittura si tenta di approfondirlo, ma il contesto in cui lo si cala – azioni, dialoghi – lo rendono meno credibile.
Come se l'uomo fosse morto a Skyfall. E restasse, purtroppo, solo il suo mito.

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