2 agosto, quarant’anni

Ogni uomo ha le sue ossessioni, ogni scrittore ha le sue ossessioni e queste ossessioni, spesso, coincidono con quelle dell'uomo.
Il 2 agosto 1980 ha riempito le mie per molti anni ed è rimasto, alla fine, come un compagno di viaggio con gli artigli e i canini, simbolo di tutto quello che è accaduto e accade e che in questo Paese genera vittime, lutti, disastri, ma non scompare mai.
Oggi, quarant'anni dopo, voglio fare una cosa personale. Consideratelo un regalo.
Sul 2 agosto 1980, molti anni fa ho scritto un romanzo. È fuori diritti da tempo, avrei voluto ripubblicarlo quest'anno, ma, complice anche il Covid, non ci sono riuscito.
Consentitemi di celebrare il quarantesimo anniversario con l'estratto de Il tempo infranto che racconta quella mattina.
Lo trovate qui sotto per esteso e nel link in PDF.
Ricordare non è una condanna. È un dovere. Come la verità.

http://www.patrickfogli.com/blog/wp-content/uploads/2020/08/2agosto-iltempoinfranto.pdf

 

2 agosto 1980

Francesco Mazzanti abbandona il secchiello sulla spiaggia, si alza e sposta lo sguardo. Per molte volte, nella sua vita futura, si chiederà perché lo abbia fatto. Perché proprio in quel momento. E perché i suoi occhi si siano mossi proprio in quella direzione.
Ora, però, non si fa nessuna domanda. Ha cinque anni e le frasi con il punto interrogativo non riguardano vicende come il caso o il destino. Ora, semplicemente, solleva lo sguardo dalla sabbia e vede sua nonna.
Una trentina di metri oltre il punto in cui si trova, esattamente all’inizio del tratto di spiaggia libera, zona 78, Riccione. Sua madre è al bar, a pochi passi da lui, seduta a un tavolino con un’amica, la mamma del bimbo che sta giocando con lui. E per lo stesso incomprensibile meccanismo muove la testa e incrocia gli occhi di suo figlio.
E poi si volta verso sua suocera, oltre la strada, oltre il piazzale. Nel punto esatto in cui il lungomare diventa viale Ceccarini. Guarda l’orologio, un solo istante. Sono le undici e mezza e Daniele, suo marito, dovrebbe essere arrivato.
«Mi faccio una doccia, vado in stazione, compro il giornale e parto» le ha detto al telefono, verso le dieci. Poi non lo ha più sentito. E ora sua suocera sta per attraversare la strada.
Non si rende conto subito di cosa ci sia che non va, e come sua madre anche il piccolo Francesco ci mette un po’ a capire. La realtà va messa a fuoco, si dirà molti anni dopo, ma in questo momento vede solo sua nonna in ciabatte, con il grembiule da cucina, i capelli tenuti insieme da una molletta, che attraversa la strada di corsa. Sua nonna che non esce mai se non dopo un attento passaggio davanti allo specchio, ha percorso i seicento metri che separano la loro casa in affitto dalla spiaggia senza preoccuparsi dei vestiti, dei capelli. Senza nemmeno mettersi le scarpe.
E attraversa la strada correndo, lei che ha male alle gambe, indurite dalla cattiva circolazione. Quando finalmente la vede arrivare, si rende conto che ha pianto, ma non capisce perché. Non lo capisce nemmeno quando si muove verso il tavolino, verso i loro sguardi preoccupati.
Poi, alla fine, sua madre lo stringe con un braccio.
«È scoppiata la stazione» sussurra la nonna, «è scoppiata la stazione.»
E si lascia andare sulla sedia, come una foglia strappata al ramo da un soffio di vento autunnale.

Sto dormendo, pensa la ragazza.
Sto dormendo in una casa di sabbia che si sbriciola a ogni respiro. Grani sottili e pesanti che mi cadono sul viso, che si mescolano all’aria e al respiro.
Sto soffocando, pensa la ragazza.
Sto soffocando un po’ di più per ogni respiro con cui cerco di vivere. Inalo la realtà spezzata in frammenti, in briciole, in polvere, finché i polmoni non saranno pieni.
«Devo svegliarmi» dice la ragazza. Palpebre incollate al viso e una strana pesantezza alle gambe e a un braccio. Sapore salato sulle labbra e in bocca. Qualcosa di caldo che le sfiora una guancia.
Ticchetta, come un lavandino di notte.
E per ogni rintocco qualcosa si muove.
Tic.
Un brusio, lontano. Come quello dei frigoriferi di notte.
Tac.
Una fitta di dolore che le attraversa una coscia. Improvvisa come una risata, dura come un crampo.
Tic.
Qualcuno che piange. O forse non piange, cerca di parlare, cerca di dire qualcosa. Ma non ci sono parole, non in quel suono.
Tac.
Una vampata di luce, attraverso il soffitto. Qualcosa che si muove, che si sposta in un rumore di ferraglia. Un treno che esce dai binari, forse.
Tic.
Un treno.
Tac.
Ero su un treno.
Tic.
No, dovevo prendere un treno.
Tac.
A Bologna.
Tic.
Oggi è sabato.
Tac.
E c’era mia figlia.
Tic.
Mia figlia.
Tac.
Mia figlia!
Tic.
Dove sei?
Tac.
«Una barella!» urla qualcuno. E la ragazza capisce di essere sveglia.
E non c’è soffitto. Non c’è rumore.
Non c’è nessuno che parla perché è lei che parla.
Non c’è nessuno che chiede aiuto, perché quando apre bocca non riesce a parlare.
Non c’è soffitto, ma solo lamiera. Lamiera sopra e lamiera sotto. E blocchi di cemento che ti premono sul corpo, che ti schiacciano le gambe e un braccio. E non c’è nessun rubinetto che ti gocciola sul viso, ma lunghe e spesse e vive gocce di un liquido denso che potrebbe essere sangue.
Non c’è più niente. Solo macerie. E anche lei è diventata maceria.
Sono come un sasso, pensa, sepolta sotto il crollo della sala d’aspetto di seconda classe.
E vorrebbe gridare, ma non ha polmoni, né parole, né suoni, né lacrime per piangere.
Solo dolore. E sangue e fiato mescolati alla polvere.
«È ancora viva» dice qualcuno.
E la ragazza sviene prima di capire se sta davvero parlando di lei.

Il vecchio partigiano è seduto a tavola e legge il giornale. Fuori dalla finestra del centro carabinieri di Vallunga le montagne della Val Gardena riempiono tutto il paesaggio circostante. È lì da qualche giorno. Passeggiate, chiacchiere, lunghe partite a scopone.
Quando bussano alla porta, il vecchio partigiano non risponde subito. Finisce il paragrafo dell’articolo, poi solleva la testa e fa a entrare il suo visitatore.
L’ufficiale si avvicina, il passo incerto, lo sguardo che sembra sul punto di spezzarsi. Il vecchio partigiano si toglie gli occhiali, pulisce le lenti con un fazzoletto.
«Mi dica.»
Il carabiniere fa un altro passo verso di lui.
«Scusi se la disturbo, signor presidente. Abbiamo appena ricevuto la notizia che c’è stata un’esplosione alla stazione di Bologna.»
Il vecchio partigiano solleva lo sguardo all’improvviso. Inforca gli occhiali.
«Un’esplosione? Che tipo di esplosione?»
«Non si sa ancora con precisione, si parla...»
«Non mi interessa di cosa si parla, tenente! Mi interessa sapere che cosa è successo.»
«Una caldaia, dicono. Ma...»
Ancora una volta il vecchio partigiano non lo fa finire.
«Sembra che qualcuno abbia sentito l’odore della polvere da sparo.»
Il vecchio partigiano annuisce.
«Quali sono le stime dei danni?»
«Un’intera ala della stazione è crollata. La sala d’aspetto di seconda classe, a quanto si sa. E può immaginare, oggi, il primo sabato di agosto...»
Gli occhi del vecchio partigiano si perdono da qualche parte, lontano. Lo sguardo, dietro alle lenti, si fa sottile.
Sa benissimo cosa siano le bombe. Lo sa per esperienza personale.
«Tenetemi informato. Costantemente. Continuamente. Preparate un mezzo di trasporto. E chiamatemi al telefono il presidente del consiglio.»

«Bombole del gas un accidente! Ha capito? Un accidente!»
La voce dell’uomo è profonda, spezzata dal tentativo inutile di trattenere il pianto e la rabbia. La giornalista non riesce a fare niente. Solo allungare il microfono e lasciarlo parlare.
«Io ho fatto la guerra, signorina. L’odore del gas non è mica questo qui. Questa è polvere da sparo, glielo dico io. Polvere da sparo. Qui qualche boia ha messo una bomba, altro che caldaia. Le caldaie sono ancora al loro posto, dia retta a me. E per fortuna che non sono scoppiate anche quelle, altrimenti...»
Si guarda intorno. O almeno tenta. Ha la camicia con le maniche corte, un paio di pantaloni chiari. E polvere fra i capelli, sul viso, sulla pelle. Polvere dappertutto. Anche sullo sguardo.
«E ora mi scusi. C’è da fare qui. Bisogna dare una mano, altro che storie.»
Si allontana insieme a un altro.
C’è da dare una mano, ripete la giornalista. E si chiede se quello che sta facendo sia giusto. Se non dovrebbe abbandonare il microfono, lasciare perdere tutto e dare anche lei, una mano. L’informazione è un dovere, direbbe il suo direttore. Ma chi se ne frega del dovere quando quello che hai sotto agli occhi è troppo perfino per essere visto? Quando è impossibile da comprendere, figuriamoci da raccontare.
In mezzo al piazzale c’è una sedia.
Di plastica, nera, rovesciata su un lato. Quando c’è passata di fianco la giornalista ha visto qualcosa per terra, in mezzo ai detriti, ai sassi, a frammenti di pietre grandi come un dito o come un pugno. Si è fermata per guardare, si è chinata.
Era uno spazzolino da denti. Stava lì, a una dozzina di metri da tutto il resto. Poco più in là, una scarpa. Nera, da uomo. Adesso non c’è più, qualcuno l’ha spostata. Ma la sedia è ancora lì, appena qualche passo oltre i primi taxi, lamiera gialla abbrustolita dal sole, sbiancata dalla polvere. Accanto a uno, quasi sotto la fiancata, c’è il corpo di una donna.
«Una bombola d’ossigeno, urgente!»
Il megafono spezza un attimo di irreale silenzio. E solo quando lo sente spuntare dall’ingresso principale – un ragazzo che esce correndo– la giornalista si rende conto che quello che chiama silenzio è un vociare ininterrotto di ambulanze, sirene che si rincorrono, mezzi della polizia e dei vigili del fuoco, camion dell’esercito pieni di ragazzi di leva, ragazzi come lei che si avvicinano rapidi, che spostano pietre, che sollevano barelle, che cercano lenzuoli per coprire i corpi o si tengono per mano, facendo un cordone che tenga lontano chi vuole soltanto guardare.
E sono pochi quello che guardano e basta. E sono lontani, oltre il piazzale, oltre i taxi, ma non oltre le macerie. Perché dall’altro lato della strada, dove gli alberghi si affacciano su quello che resta dell’edificio, i piani più bassi hanno i vetri rotti. E pezzi di muro piccoli come denti macchiano la strada, chiazzano il portico, riempiono tutto.
La sala d’aspetto di seconda classe, ora, è ovunque. Ovunque sul piazzale in miliardi di frammenti minuscoli, in centinaia di pietre grosse come palloni da calcio, in una nuvola di polvere che sembra non posarsi mai, che riempie il sole della mattina d’agosto, si mescola all’aria, ti si attacca agli occhi, ai capelli, al respiro.
«È ancora viva» dice qualcuno, la giornalista si volta.
E solo mentre lo fa, mentre si trova davanti agli occhi per l’ennesima volta quello che resta dell’ala di sinistra della stazione di Bologna, si rende conto con precisione di quello che sta vedendo. Come se i dettagli diventassero nitidi all’improvviso. Come se la sua mente potesse mettere a fuoco soltanto adesso quello che vede ormai da oltre un’ora.
L’insegna della tavola calda inclinata su un lato, come un ballerino sul punto di cadere. Una bicicletta, bruciata, distrutta, accanto a un mucchio di calcinacci, le ruote deformate come orologi di Dalì.
E una montagna di detriti. Perché il muro non esiste più, perché la palazzina non esiste più e si è trasformata in una salita, una rupe di pietre e calce e travi su cui salgono incessantemente i soccorritori. Operai in canottiera, donne col grembiule da cucina, militari in divisa, poliziotti, ragazzi in jeans con i Ray-Ban a goccia incollati ai capelli ingialliti di polvere. Medici e infermieri, camici aperti e mascherine sul viso.
Una catena umana enorme e incessante scesa di casa per aiutare come può chi può ancora essere aiutato.
Cammina, la giornalista. Cammina fra le ambulanze che riempiono il piazzale, cammina contro gli sguardi di chi la incrocia – un uomo che piange tenendosi il capo, un militare che avvolge un corpo in un lenzuolo sporco di sangue, una ragazza che cerca qualcuno e che viene portata via, abbracciata a un poliziotto. Cammina ad ascoltare le lacrime trattenute del presidente Pertini – «Ho appena visto due bambini, stanno morendo. È una cosa straziante.» Cammina a guardare i vivi e i morti, i corpi incastrati sotto all’Ancona-Basilea, in sosta sul primo binario. I feriti lievi che se ne vanno sotto braccio a un amico, a un parente o a chiunque si trovino accanto.
Cammina finché non viene sera e l’estate disegna ombre arancioni sulle cose e sui loro resti.
Allora, lentamente, decide che è ora di tornare a casa. E si allontana a piedi come un fantasma silenzioso, sconfitto e sfinito da quel luogo su cui si accendono le luci delle fotoelettriche e in cui la parola bomba sale da ipotesi a certezza.
Scoprirà più tardi che sono oltre settanta i morti estratti da quella montagna, dalle ruote del treno, dai detriti del piazzale. E che molti di quei corpi li hanno portati via su un autobus, il 37. Perché le ambulanze servivano per i feriti, servivano per i vivi.
Scoprirà che a tarda notte, spostando le macerie, è spuntato il cratere dell’esplosione. E che più di uno, vedendolo, non è riuscito a trattenere una bestemmia. Perché alla fatalità, alla natura, all’incuria, al caso, all’incidente puoi anche arrenderti, ma alla cattiveria dell’uomo no, quella la devi imputare per forza a qualcuno.
E scoprirà anche quello che ha provato, piangendo lacrime silenziose e incessanti mentre l’acqua della doccia le toglie dal corpo la polvere e lo sporco. Ma non il ricordo, non il dolore.
Imparerà a suo spese che ci sono cose che ti cambiano, che riescono a entrarti così tanto dentro da modificare i lineamenti, l’espressione del viso, il colore con cui gli occhi sorridono al mondo o lo ignorano. Cose che di colpo, senza preavviso, senza anestesia, uccidono una parte di te e la sostituiscono. E con cui devi convivere, che tu lo voglia o no.
Perché la vita non ti ha dato né ti darà mai la possibilità di scegliere.

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