
È l’epoca dei complotti. Ora va di moda quello pluto giudaico massonico, un’altra conseguenza della nostra mancanza di memoria. I più anziani ne avranno già sentito parlare, visto che è vecchio di settant’anni. La politica decide di saltare un giro e giustifica la sua assenza forzata con la riscossa dei poteri forti. Nell’epoca di CSI e dei misteri, un gioco che attecchisce facile. Eppure, almeno nella nostra città, quello che sta accadendo a Roma dovrebbe ricordare qualcosa e far riflettere sul dopo. A Bologna, la fine del mandato del commissario è sfociato in un coro unanime di rimpianti. La politica che aveva deluso era finita in un angolo e la prima differenza era stata in positivo. Il bilancio era talmente in attivo che qualcuno non ha resistito alla tentazione. Candidare il commissario a fare il sindaco. Sappiamo quale è stata la decisione finale, la più onesta per tutti. La similitudine, però, non si ferma lì. A Roma come a Bologna l’arrivo dei tecnici è una conseguenza della politica, un esito scontato che non può scatenare recriminazioni né dietrologie, divertenti o fastidiose. E se il sollievo per la fine del cicaleccio, la soddisfazione per il rigore, la sobrietà, la calma, sono il primo effetto tangibile del governo tecnico, occorre farsi domande su quello che accadrà dopo. La tentazione di poter fare senza politica. Quello sì un rischio da evitare. Il primo che i nostri rappresentanti dovrebbero tener presente. Visto che ne sono la causa.
Uscito sul Corriere della Sera di Bologna, il 29 novembre
No. Una parola semplice, due lettere, di uso comune. Precisa, senza attenuanti, di quelle che cambiano l’orizzonte degli eventi in funzione del lato della conversazione. Se la pronunci o se la ascolti. Due donne uccise in un fine settimana, non fanno quasi notizia. Con i mercati aperti e lo spread che ribolle, le avremmo trovate a metà dei notiziari. Uccise dal compagno, dal fidanzato, dal marito, altre due e che questa sia la settimana in cui si celebra la giornata per l’eliminazione della violenza sulle donne non rende meno pazzesco quello che accade. E che, molto spesso, prende origine proprio da quella parola così semplice, netta, senza incertezze. No. Da adulti, non sappiamo farci carico di una delle componenti fondanti della nostra vita. Il rifiuto, la sconfitta, la negazione di un sogno o di un sentimento. Non siamo più capaci di gestire la frustrazione. Lo scrivo in prima plurale e intendo proprio noi, noi uomini, ma il discorso va oltre il genere sessuale. Non accettiamo più un no come risposta, pretendiamo che il desiderio corrisponda all’accettazione, una follia che trasforma la famosa (e falsa) corrispondenza volere-potere in una molto più pericolosa. Desidero qualcosa, quindi mi spetta, lo pretendo. No, è una risposta possibile, solo se la stiamo pronunciando, tutto il resto diventa inaccettabile. E usiamo il coltello, un proiettile, un bastone, al posto di un grido, un silenzio o una lacrima, per cancellare la realtà, invece di affrontarla.
Uscito sul Corriere della Sera di Bologna, venerdì 25 novembre
Tutto è cominciato a Casalecchio. Era l’inaugurazione del primo ipermercato di Bologna, oggi che spuntano torri di vetro non sembra possibile. In realtà, chi c’era, dice che tutto era partito da almeno un anno, ma la discesa in campo, prima del video con la libreria, è stata proprio lì. Gli anni di Silvio Berlusconi sono il risultato di un’operazione culturale vincente, che non se ne andrà con la fine politica dell’uomo. Un mondo invecchiato per molti versi, ancora di più oggi che la storia e la tecnologia galoppano oltre l’immaginario. Di certo si può già dire che sono gli anni della politica sconfitta, degradata nelle sue Istituzioni, nei compiti, nell’immagine che ha dato alla gente. Lo specchio di un mondo centrato sull’individuo e che in un Paese egoista come il nostro, ha creato danni difficili da riparare. Se di una cosa si sente la mancanza, è proprio di politica vera, in qualche modo antica, di modelli e idee, non di icone. Forse non serve un linguaggio nuovo, basta che oltre la copertina si tentino di scrivere le pagine. Di certo la storia gioca brutti scherzi. E l’uomo che volle sconfiggere la vecchiaia, il signore del consenso, il campione del governo del Nord e della Lega, l’unico a urlare al fantasma del comunismo, che si dimette nelle mani di un signore di ottantasei anni di Napoli, vecchia colonna dell’antico PCI e che nei sondaggi lo sovrasta di quattro volte, è un incrocio del destino che dovrebbe far riflettere, oltre che sorridere.
Uscito martedì 15 novembre sul Corriere della Sera di Bologna
L’Emilia attende la piena del Po. A Genova, nel frattempo, l’acqua si prende la città e la vita di qualcuno. Una settimana prima era toccato alla Lunigiana e alle Cinque Terre. Il ponte sullo stretto di Messina non si fa, anzi sì, quasi no. Qualcuno ha già ricevuto la lettera di esproprio delle case, dove dovrà sorgere il cantiere, ma il Parlamento ha votato il blocco dei fondi. In provincia di Alessandria è finito sott’acqua il piano parcheggio di un centro commerciale, tirato su nella zona golenale del Bormida. Sul greto del Vara, una delle zone appena alluvionate, era prevista la costruzione di un outlet. Niente di abusivo, per carità, tutto in regola e permesso. Non abbiamo più un euro per la difesa e la messa in sicurezza del territorio, il clima scatena in poche ore la pioggia di mesi e infierisce. Non ci preoccupiamo da secoli di cosa accade se decidiamo di costruire su quello che un tempo era il letto di un fiume. Ci stupiamo se, tempo dopo, quello stesso fiume decide di riprendere il suo corso naturale. Una delle meravigliose guerre in cui questo Paese talebano ha sprecato anni, intelligenze e stupidità, è fra chi vorrebbe aprire cantieri ovunque e chi è disposto a incatenarsi per evitare il taglio di un albero. Nel frattempo si progettano opere pubbliche ciclopiche e irrealizzabili, si aprono cantieri senza preoccuparsi (o preoccupandosi a posteriori) del luogo in cui si scava e si decide troppo spesso che chiunque ha costruito dove gli pareva ha diritto a poter sanare. Quando poi ci scappa il morto, parliamo di tragica fatalità. E se invece, come accade quasi sempre, fosse colpa nostra?
Uscito sul Corriere della Sera di Bologna, martedì 8 novembre
Ho buona memoria. Non è sempre una fortuna, il più delle volte ti costringe a tenere a mente anche quello che sarebbe meglio dimenticare. Altre, come in questo caso, consente di alimentare il ricordo e la memoria, al di là del senso letterale del termine. Quando le brigate rosse uccisero Marco Biagi ero a cena fuori. Non rientravo a casa dal pomeriggio, non avevo acceso la radio, non sapevo cosa fosse successo a pochi metri dal luogo in cui mi trovavo. Ricordo bene i giorni successivi, le polemiche, fondate o pretestuose, le frasi prive di senso sfuggite con troppa facilità. Le parole del ministro Sacconi, replica di un’analoga dichiarazione di qualche anno fa sul rischio di un nuovo terrorismo, mi hanno riportato di colpo a quella notte, alle troppe immagini di Bologna violentata e uccisa, ai silenzi, prima e dopo, alle responsabilità che avrebbero potuto evitare il peggio e mille volte avevano fatto la scelta sbagliata. Ho pensato agli “altri”, quelli per cui il ministro teme e che, dice, potrebbero non essere protetti. Ho pensato alla loro notte e ai giorni successivi e alla fine ho riletto le parole di Sacconi. Mi sono chiesto se si fosse preoccupato di denunciare, richiedere una scorta per chi si trova in pericolo, mettere in allerta il collega Maroni, attivare indagini e protezioni. Mi sono ripetuto che non voglio cadere nel cortocircuito fra dissenso, discussione politica e pallottole. E mi sono trovato, alla fine, sigillato in un pensiero folle. A chiedermi se preferivo sperare che stesse parlando sul serio oppure che la sua, in mezzo a troppe altre, fosse solo l’ultima uscita infelice della politica.
Scritto per il Corriere della Sera di Bologna del 18 ottobre, uscito di getto, sugli scontri del 15 ottobre a Roma.
Credo nelle parole e nell’ascolto, che non significa sentire. Credo nel loro significato. Credo nella forza del pensiero. Credo nelle macchine a rate, nel mutuo da pagare, nell’ultima ruota del carro, nel suo diritto di guardare avanti. Credo nella disperazione e nella speranza e credo che sia difficile sperare, se non sei mai stato disperato. Credo nella democrazia e nella sua imperfezione. Nelle regole che rincorreranno per sempre ogni loro eccezione, per diventare regole nuove, con nuove eccezioni. Credo che il migliore dei mondi possibile non esista e per questo credo nelle idee che cambiano l’imperfezione del mondo. Credo nella sacralità delle immagini sacre, anche per chi non sente nulla di sacro, anche per me. Credo che avesse ragione Pasolini e che abbia perso chi, tronfio, crede di avere vinto. Credo nella costruzione prima delle rovine. Credo che la rabbia non spunti con la pioggia, che siate analfabeti sociali e incivili e che è colpa vostra, ma anche di molti altri e non passerà domani. Credo che non sia politico bruciare una macchina. Credo che se imbracci un bastone devi mostrare la tua faccia. Se bruci un blindato devi mostrare la tua faccia. Se non pensi a chi sta dentro quel blindato, devi mostrare la faccia, vigliacco. Credo che tu sia come quello che dice che va tutto bene, che siamo vivi perché respiriamo ancora, che siamo bravi perché altri sono più cattivi, sinceri perché ci sono bugiardi peggiori. Credo nell’indignazione e nella lotta. E la vostra non lo è. Credo che indignarsi sia uno dei pochi modi rimasti per essere vivi. Io so di essere vivo. E so che voi, invece, anche doveste scoprirlo fra molto tempo, siete già morti tutti.
Nei giorni in cui muore Steve Jobs, diventano di colpo attuali argomenti che abbiamo finto di dimenticare. Il fenomeno Apple, di cui abbiamo assaggiato la parte più effimera all’inaugurazione del negozio bolognese, richiama alla mente parole come innovazione, tecnologia, semplicità. L’idea che un sistema informatico debba rendere più facile la vita del cittadino. È di questi giorni anche la notizia che le vendite dei cellulari e dei tablet stanno per superare quelle dei computer da scrivania. Significa moltiplicare le vie di accesso alla Rete, all’informazione, alla condivisione. Semplicità, appunto. Lo stesso concetto su cui si fonda la possibilità di compilare online i dati del censimento appena partito. Basta un computer, un cellulare, un tablet e un collegamento decente. Il problema è che l’Italia una Rete non ce l’ha. O meglio, la qualità degrada a livelli indecorosi fuori da un centro abitato di media dimensione. La mappa della copertura cellulare ad alta velocità spalanca abissi di vuoto pneumatico. Se passiamo all’ADSL, non troviamo consolazione. Una famiglia italiana su due non ha un collegamento e solo una su tre ne ha uno a banda larga. Un paio di milioni di italiani sono addirittura senza copertura e, in molti casi, la copertura è ridicola. Il tavolo ministeriale sullo sviluppo della rete a banda larga è quasi saltato e ogni volta si dice che occorre costruire a partire dalle grandi città, dai distretti dove c’è maggiore domanda. Folle, se si tratta di rendere moderno questo Paese. Logico, se si tratta di riempire tasche e conti correnti. E chi resta indietro, anche se non è colpa sua, si arrangi come sempre.
Uscito sul corriere della sera di Bologna, martedì 4 ottobre
Se le parole hanno ancora un rapporto con il mondo reale, vale la pena fermarsi ogni tanto a riflettere sul loro significato. Qualche giorno fa Umberto Bossi spiegava con molta chiarezza – e per quanto mi riguarda per la prima volta – la dimensione territoriale della Padania. Le regioni bagnate dal Po. Piemonte, Lombardia, Veneto e Emilia Romagna. Noi, quindi, secondo la geografia leghista, siamo padani. Questa settimana, è saltata fuori la questione dell’autodeterminazione dei popoli. Dei padani, quindi anche nostra. Popolo, quindi, che in sintesi dovrebbe avere in comune una storia, una razzia o un’etnia, una cultura, una lingua, un territorio. Se chi mi definisce padano ha in mente l’italiano, allora non vedo perché escludere dal gruppo la Toscana. Se ha in mente i singoli dialetti, l’identità crolla. Provate a dire a un piemontese che avete dato il tiro, per esempio, e godetevi l’espressione sulla sua faccia. Niente lingua, perciò. E basterebbe. Storicamente, tra l’altro, il lombardo veneto cessa di esistere con l’unità d’Italia e la storia comune col Piemonte di fatto comincia lì. Ma se leviamo il Piemonte, dove nasce il Po, diventa difficile chiamarla Padania. Poi c’è il diritto ad autodeterminarsi che, di fatto, viene applicato ai territori occupati con la forza o sottoposti ad apartheid e che ha, come è evidente, a che fare con l’oppressione. Mancano le caratteristiche per definirsi popolo, per parlare di autodeterminazione. Mancano i confini geografici, la lingua, l’oppressione. Stiamo parlando di niente, che, secondo molti sondaggi, non interessa neppure gli elettori della Lega. Non sarebbe il caso, dopo così tanto tempo, di farla finita qui?