Sala Borsa compie dieci anni.
In realtà li ha compiuti alla fine dello scorso anno, ma è un dettaglio.
Per chi non abita a Bologna o non ha idea di che posto sia, guardatevi qualche foto e spulciate il sito.
A essere sintetici si potrebbe dire che andiamo ben oltre la biblioteca.
Comunque sia, come tutti i compleanni che si rispettino, Sala Borsa festeggia con un’iniziativa che si chiama Lo scrittore bibliotecario.
Mercoledì 29 febbraio, alle 17.30 tocca a me.
Sarò lì, pronto alla chiacchiera, nella sala Scuderie al piano terra.
Parleremo dei libri che mi piacciono e che consiglio. E dei miei.
A proposito dei consigli di lettura, un elenco approssimato per difetto (molto), lo trovate qui.

È l’epoca dei complotti. Ora va di moda quello pluto giudaico massonico, un’altra conseguenza della nostra mancanza di memoria. I più anziani ne avranno già sentito parlare, visto che è vecchio di settant’anni. La politica decide di saltare un giro e giustifica la sua assenza forzata con la riscossa dei poteri forti. Nell’epoca di CSI e dei misteri, un gioco che attecchisce facile. Eppure, almeno nella nostra città, quello che sta accadendo a Roma dovrebbe ricordare qualcosa e far riflettere sul dopo. A Bologna, la fine del mandato del commissario è sfociato in un coro unanime di rimpianti. La politica che aveva deluso era finita in un angolo e la prima differenza era stata in positivo. Il bilancio era talmente in attivo che qualcuno non ha resistito alla tentazione. Candidare il commissario a fare il sindaco. Sappiamo quale è stata la decisione finale, la più onesta per tutti. La similitudine, però, non si ferma lì. A Roma come a Bologna l’arrivo dei tecnici è una conseguenza della politica, un esito scontato che non può scatenare recriminazioni né dietrologie, divertenti o fastidiose. E se il sollievo per la fine del cicaleccio, la soddisfazione per il rigore, la sobrietà, la calma, sono il primo effetto tangibile del governo tecnico, occorre farsi domande su quello che accadrà dopo. La tentazione di poter fare senza politica. Quello sì un rischio da evitare. Il primo che i nostri rappresentanti dovrebbero tener presente. Visto che ne sono la causa.
Uscito sul Corriere della Sera di Bologna, il 29 novembre
Ho buona memoria. Non è sempre una fortuna, il più delle volte ti costringe a tenere a mente anche quello che sarebbe meglio dimenticare. Altre, come in questo caso, consente di alimentare il ricordo e la memoria, al di là del senso letterale del termine. Quando le brigate rosse uccisero Marco Biagi ero a cena fuori. Non rientravo a casa dal pomeriggio, non avevo acceso la radio, non sapevo cosa fosse successo a pochi metri dal luogo in cui mi trovavo. Ricordo bene i giorni successivi, le polemiche, fondate o pretestuose, le frasi prive di senso sfuggite con troppa facilità. Le parole del ministro Sacconi, replica di un’analoga dichiarazione di qualche anno fa sul rischio di un nuovo terrorismo, mi hanno riportato di colpo a quella notte, alle troppe immagini di Bologna violentata e uccisa, ai silenzi, prima e dopo, alle responsabilità che avrebbero potuto evitare il peggio e mille volte avevano fatto la scelta sbagliata. Ho pensato agli “altri”, quelli per cui il ministro teme e che, dice, potrebbero non essere protetti. Ho pensato alla loro notte e ai giorni successivi e alla fine ho riletto le parole di Sacconi. Mi sono chiesto se si fosse preoccupato di denunciare, richiedere una scorta per chi si trova in pericolo, mettere in allerta il collega Maroni, attivare indagini e protezioni. Mi sono ripetuto che non voglio cadere nel cortocircuito fra dissenso, discussione politica e pallottole. E mi sono trovato, alla fine, sigillato in un pensiero folle. A chiedermi se preferivo sperare che stesse parlando sul serio oppure che la sua, in mezzo a troppe altre, fosse solo l’ultima uscita infelice della politica.
Uscito sul Corriere della Sera di Bologna, martedì 20 settembre 2011
Mentre siamo distratti dalle patonze che girano, succedono cose. Il comune fa i conti e spiega, senza tanti giri di parole, che aumentare le tasse al massimo possibile non coprirebbe comunque la voragine dei tagli. La scuola, appena iniziata, si becca ogni anno la sua parte di forbici. Questo, più di altri. Lo spreco, secondo chi tiene i cordoni della borsa dello Stato, sono gli enti locali. I privilegi stanno nel piccolo, così la mannaia cala e chi si trova nel mezzo la vede arrivare da almeno un paio di lati. Sabato è scattato l’aumento dell’IVA. La maggioranza di quello che ci finirà sul collo dovrebbe arrivare dai mezzi di trasporto. La benzina, nel dubbio, è aumentata il giorno prima. E mi ha fatto impressione, domenica pomeriggio, passare accanto a una pompa estranea alle celebri sette sorelle, in cui la verde costava meno di un euro e mezzo al litro. L’effetto era quello di vivere in una realtà parallela. O possibile, decidete voi. La sensazione piacevole è la stessa provata leggendo l’offerta degli industriali bolognesi di dare una mano ai servizi sociali della città. O la comunicazione di alcuni grandi gruppi di non aumentare i prezzi dei prodotti, per salvare il potere di acquisto della clientela. Certo, la forbice fra piccolo e grande commercio diventerà sempre più larga, in perfetta linea con quello che la politica di questi anni sembra voler tracciare. Dal punto di vista del portafoglio, però, è già qualcosa. C’è un mondo, vicino a quello del lavoro reale, della gente a cui il totale viene sempre negativo, che si preoccupa delle conseguenze delle decisioni degli altri. Nella solitudine del buon senso in cui viviamo, l’unica nota che fa sperare.
Uscito sul Corriere della Sera di Bologna, il 30 agosto 2011.
Da qualche tempo ci raccontano con insistenza che tornare dalle vacanze genera stress, l’ennesima fesseria di un mondo in cui ci hanno convinti di non saper più gestire nulla, dalla rabbia al rifiuto, passando per la quotidianità. Ogni volta che la sento mi torna in mente una pubblicità di quando ero bambino, Calindri con il suo amaro, seduto nel mezzo di un incrocio. E mi chiedo se lo stress di cui sopra non sia scatenato da motivi un po’ più significativi. Ricominciare, per esempio, significa attendere che Bossi e Berlusconi trovino l’ennesima quadra e scoprire, una volta trovata, che gli spigoli della loro parentesi possono fare molto male. Significa spulciare per la trentesima volta la pista palestinese sulla strage di Bologna e ascoltare l’ennesimo che non si vergogna di chiedere la cancellazione della scritta “fascista” dalla lapide. Significa guardare una manifestazione di sindaci, con tanto di fasce tricolore, che riempie le strade di Milano e chiedersi se l’unica cosa bipartisan di questo strano Paese non sia che si deve tirare tutti la cinghia. Significa tornare da Madrid e avere sotto gli occhi la voglia di dire la propria degli Indignados di Puerta del Sol e chissà se, da qualche parte, fra buoni propositi e poche azioni, è rimasto un indignato con il passaporto italiano. Ricominciare ha il sapore non commestibile delle tangenti e scivola, insieme al desiderio di non assaggiarlo più. Ricominciare, infine, vuol dire sorridere sul serio per la scelta del Comune di regalare l’abbonamento dell’autobus ai bambini sotto i sei anni. Guardare la città da un metro di altezza può essere un buon inizio. La speranza, l’anno prossimo, di dover cominciare in un altro modo.
Uscito ieri, non senza un certo divertimento, sul corriere della sera di Bologna.
L’estate sta finendo, cantavano i Righeira. Era il 1985, c’era il vinile, Raffaella Carrà era già un idolo e Bob Sinclair un adolescente francese il cui unico nome era Christophe. L’estate sta finendo e nella Città Che Non È Mai D’accordo Con Se Stessa siamo anche contenti. Vivere di polemiche crea assuefazione e tutto questo silenzio alla fine stanca. Ricominceremo a lamentarci dell’assenza di parcheggio, ché svuotare le strade dall’orda di vacanzieri (esistono ancora?) procura l’orgasmo selvaggio dell’eccesso di offerta. Scopri strisce blu dove non avevi mai pensato che ci fossero, scegli con attenzione maniacale il punto che ti può far risparmiare qualche decina di metri. Ottieni, alla fine, il risultato insperato, impiegando il tempo che di solito dedichi alla caccia, nel rito scientifico della scelta, sostituendo la bava alla bocca con il calcolo. Un’operazione a saldo zero, direbbe il ministro delle finanze. Ricorderemo con una lacrima com’era dolce poterlo fare e sapremo lamentarci con cura sulla difficoltà di abbandonare la macchina in centro, lasciando sottointeso che il problema non sia la distanza dalle torri, ma la gratuità del servizio. Ritroveremo, come per magia, le polemiche sul Civis, l’unico mezzo pubblico a guida magnetica che se segue la guida magnetica diventa difficile da guidare. Dovremo rassegnarci a sopportare lo stress da rientro e fior di luminari ci diranno come combatterlo. Troveremo, ma ci vorrà ancora un po’, piazza Minghetti pedonalizzata e forse sapremo sentirci un po’ meno bottegai e più cittadini del mondo. Nel frattempo sarebbe carino contare i secondi che mancano alla prima voce che si alzerà contro i lavori o alle urla di strepito pronte per quando le macchine abbandoneranno la triade Rizzoli-Ugo Bassi-Indipendenza. Le opere pubbliche non potrebbero nascere con un germoglio, bisogna proprio scavare così tanto? E, santa pazienza, si deve pedonalizzare proprio qui? Siamo sopravvissuti all’assenza del concerto di Ferragosto, ma non disperiamo. Tempo qualche mese e scopriremo di esserci allenati per la polemica sul veglione di Capodanno. Nell’attesa possiamo sperare in qualche cioccolataio che decida di dedicarsi al porno e renda più pruriginoso il prossimo ciocco show. Continueremo di sicuro a stringere la cinghia, un buco dietro l’altro. A fare i conti su bollette che non tornano, a inseguire un posto al nido, un lavoro che sfugge, un figlio che non hai i soldi per fare. E a veder sfrecciare SUV, facendoci domande. L’estate sta finendo o quasi. Sarebbe carino, una volta tanto, che si portasse lontano anche certe malestagioni.
Uscito sul corriere della sera di Bologna, il 14 agosto
Piazza Maggiore, quattordici agosto. Dunque niente concerto. Sono mesi che ci giriamo intorno e alla fine eccoci qua. Niente palco, niente pubblico, siamo tutti chiesa e crescentone. La piazza deserta pare un rifiuto che sapevi di affrontare e che, fino all’ultimo, hai sperato fosse un bluff. Sembra più grande, pare impossibile che sia stata piena fino a ieri, che quello schermo cinematografico, con tutta la gente sotto, fosse davvero lì. Eppure, allo stesso tempo, il deserto di piazza Maggiore non è uno spazio vuoto. Fa parte dell’attesa e della delusione perpetua in cui Bologna vive tutto l’anno, in una catena infinita di aspettative che passano dal desiderio del grande evento ai grandi classici del cinema fino alla quiete tempestosa del ferragosto in arrivo. Di certo ci arrabbieremo, nella città in cui le polemiche non chiudono mai per ferie, per il concerto mancato, per l’evento di cui siamo orfani forse temporanei e che, da Dino Sarti a scendere, ha trasformato la città d’estate in un ritrovo simile alla sagra paesana, facendo scoprire volti di chi pensavi fosse emigrato in altri lidi, da Cervia a Copacabana. Il massimo che ci aspetta è un’anguria itinerante, un gelato, una granita o un gradino da cui guardare il niente sperando che il caldo non ti asciughi la lingua in bocca. Devo essere sincero, non mi scandalizzo per l’evento mancato e mi sembra che la piazza vuota evochi più domande che risposte. Oltre ad una certa austerità, figlia di tempi più chiari e meno convinti di essere ricchi, che in un agosto di alberi scomparsi, decreti, tagli, mercati e confusione, vorrebbe avere un barlume di chiarezza. Mi piacerebbe però che servisse, quel silenzio, a farci domande su quello che vorremmo e che, dal sedici di agosto in poi, cominceremo ad aspettare. Chiediamoci, per esempio, se abbiamo bisogno di una luce singola che richiami tutti quelli che sono rimasti a casa o di qualcosa di più articolato, che aggiunga pubblico da fuori ai forzati del lavoro e ai tanti costretti a restare digiuni di vacanze. Chiediamoci se quello spettacolo di cui quest’anno odiamo tanto il silenzio, lo vogliamo in scena solo per noi, per ricordarci chi siamo e che ci siamo o per far diventare l’agosto di Bologna qualcosa di diverso. E visto che ci siamo (che la solitudine estiva può anche favorire il ragionamento) proviamo a capire se non ci sia una parte della città che ama la Bologna d’agosto, quella del silenzio, dell’assenza di rumori, magari dei negozi chiusi presto e degli studenti tornati a casa. Una Bologna quasi lunare, da trapiantare nelle altre stagioni, per far stare zitte le polemiche, insieme ai rumori o per cominciare a lamentarci di qualcosa di diverso. Ancora una settimana e ci saremo dimenticati di tutto, il mondo riapre, l’abbronzatura sparisce e le mezze stagioni riprenderanno il loro posto nella banalità del mondo. La stessa categoria a cui, pensandoci bene, appartiene l’assenza del concerto di ferragosto. Un sipario di cartapesta dietro cui ci nascondiamo volentieri, in fuga perenne dall’unica cosa che ha davvero un senso compiuto. L’idea di quello che vogliamo mettere in scena in questa città. Quella di domani e di dopodomani. Con o senza il concerto di ferragosto.
Leggo ora che il deputato PDL Fabio Garagnani ha denunciato il presidente dell’associazione famigliari della strage di Bologna.
L’ipotesi è di vilipendio dello Stato per il discorso pronunciato la mattina del 2 agosto 2011.
Ora, che Garagnani conosca la parola vilipendio è già un passo avanti.
Che non si renda conto che è molto più prossimo al vilipendio il turpiloquio istituzionale del buon Silvio Berlusconi, l’abbaiare razzista del camerata Borghezio, il dito medio riformisticamente eretto del ministro Bossi o l’idea stessa di Garagnani di prendersela con chi difende la memoria e desidererebbe rispetto e giustizia, non mi sorprende.
Purtroppo i tempi sono questi.