È un momento molto complicato.
Dal punto di vista personale, intendo.
Niente di grave, solo alcune cose a cui pensare e molte da fare.
Esco dal letargo che, spero, sarà ancora breve dopo aver letto la notizia della molotov di Livorno, a Equitalia.
Penso una cosa che potrà sembrare una provocazione, ma non lo è. Se volete ne possiamo discutere, mi farebbe piacere.
In quello che sta accadendo – la rivolta di Napoli, la molotov di oggi, l’irruzione armata, la campagna contro l’agenzia delle entrate – sto con Equitalia.
Intendiamoci: spesso non ne approvo i metodi (a volte indifendibili), credo abbiano un serio problema di rapporto con l’utenza e una scarsa attenzione ai problemi veri, mescolati spesso con quelli presunti o falsi, ma dare ad Equitalia la colpa di quello che accade è ancora peggio che darla all’euro. È come criminalizzare il metro per la distanza fra Bologna e Parigi.
Assomiglia alla rabbia contro il vigile urbano che ti fa la multa, rabbia che ho visto anche tracimare.
Equitalia, con i suoi mille difetti da sanare, richiede un importo dovuto.
È troppo? Spesso, sì. Ma è dovuto, è la legge di questo Ameno Paesello.
Equitalia non è un privato che, quando gli tira, viene a dissanguarti pro domo sua.
A volte sono addirittura multe per divieto di sosta, semafori stracciati, eccesso di velocità. Roba per cui c’abbiamo provato e c’è andata male.
E anche quando sono tasse, sono tasse che prevede la legge e che non possono essere una sorpresa.
È vero, il governo Monti ha dato una bella botta, ma ci siamo mai preoccupati di come andava prima?
Le cartelle di Equitalia, quelle dei balzelli contro cui è scattata questa folle deriva, difficilmente riguardano la cura da cavallo che ci sta cadendo addosso.
E il motivo è piuttosto semplice.
Per arrivare alla cartella e all’iscrizione a ruolo, serve del tempo.
È vero, molti di noi sono alla canna del gas e facciamo tutti molta fatica.
Ma per rialzare la testa serve anche un po’ di verità e un senso di comunità almeno decente.
Quello che manca e continua a mancare.
Quello che ci ha portati fin qui, sull’orlo.
E, lasciatemelo dire, quello che è accaduto è in gran parte colpa nostra.
Nota a margine: zuglio, su Twitter, mi chiede cosa ne penso delle amministrative. Te lo dico dopo i ballottaggi.
E quello che ho scritto qui vorrebbe essere, almeno in parte una risposta alla riflessione di Michele su Facebook.
Va di moda l’antipolitica.
Si sa, c’è una stagione per tutto. Questa, però, merita un discorso serio. Lo merita, soprattutto, perché cotti come siamo in padella – da molto tempo e con gusto masochista – saremmo anche capaci di ritrovarci nella brace.
In qualche modo ne ha scritto ieri Giulio Cavalli: l’antipolitica sta negli amministratori incapaci, asserviti alle lobby, bulimici di potere e soldi e incapaci di pensare ad altro che non sia la preservazione ossessiva della specie. La propria.
Oggi, sempre Giulio, riporta un pezzo di Michele Serra. Il grillismo (che non amo) è certamente politica.
Tutto vero e condivisibile. Tutto, per altro, sotto gli occhi. Almeno a volerlo vedere.
Grillo non è antipolitica, a volte mi chiedo se non sia un riuscito esperimento di marketing, ma non si può fare finta che non esista.
Su Repubblica di qualche giorno fa c’era un bel pezzo di Curzio Maltese, I nuovi padroni del Nord. Parlava anche del linguaggio di Grillo, così simile alla prima Lega o a certa Lega. Ed è indubbio che con gli uomini di Bossi allo sbando e tutto quello che potrebbe accadere al partito, molti voti sono in movimento.
Grillo non è antipolitica, per parecchi motivi.
Come prima cosa perché è dentro la politica.
Ho sempre trovato contraddittoria la Lega, che predica la secessione e razzola il governo centrale. Allo stesso modo, se ti candidi a governare, a cambiare la politica, non puoi essere anti. La domanda su cui cerco di ragionare, però, è che cosa sia. Che cos’è, per esempio, questo. Perché assomiglia a un ragionamento politico, ma non lo è.
Non nel senso in cui la intendo io, la politica.
Che implica molti soggetti, molte opinioni.
Implica ascolto, rispetto e mediazione.
Implica soluzioni pratiche, realizzabili, sostenibili a problemi reali.
E’ anche un problema di linguaggio, di comunicazione. Su quello viaggiano i contenuti.
Lo dico chiaro e tondo, mi fa paura un linguaggio che i contenuti li cancella, li annulla, li schiaccia contro il muro.
Mi fa paura un linguaggio che cerca la rissa da bar e non ha nessun interesse ad ascoltare. Mi fa paura chi si ritiene migliore.
Mi fa paura questa smania del nuovo, del giovane, del buttare tutto il passato, tanto non lo conosce nessuno. Mi fa paura considerare Internet la soluzione a tutti i problemi.
Mi chiedo, per esempio, se è democratico fare le primarie sul web. Se non sia, a prescindere, non interessarsi di chi, con Internet, non vuole avere a che fare o non può avere a che fare. Mi chiedo se la politica non debba passare prima dalle facce, dagli occhi, dai toni della voce, dal botta e risposta.
Leggo spesso commenti nei blog e nei forum e la maggior parte delle volte mi sembra un circolo disorganizzato sulla cui porta campeggia una scritta: si prega di lasciare la razionalità fuori dalla porta.
Ed è vero che la politica che vediamo tutti i giorni sembra aver dimenticato la stessa razionalità, ma non è un alibi, non è una scusa, non è neppure un buon motivo per seguire l’esempio.
Per questo, forse, anziché antipolitica mi sembra non politica.
Qualcuno, spero, si ricorderà di Lenny Bruce.
C’è anche uno splendido film di Bob Fosse, in bianco e nero e con un grande Dustin Hoffmann.
Non sono un comico. Sono Lenny Bruce, diceva.
In fondo, alla fine, vale anche per Beppe Grillo. E’ politica e non lo è.
Lo è, molto di più, quella dei suoi militanti, dei suoi eletti.
Ma potrebbe esserlo lo stesso, senza Grillo?
Il consenso esisterebbe comunque?
Non è una domanda da poco, per capire cosa sta accadendo.
Essere incazzati vale quel che vale. E’ utile a scatenare un urlo, una rissa, una lite.
Per tutto il resto serve, appunto, la politica senza prefissi.
Qualche settimana fa, con un amico, facevamo una considerazione banale.
Quasi sempre le cose sono come sembrano.
E’ il primo pensiero che ho avuto ieri sera, alla prima (credo ne seguiranno altre) seduta dello psicodramma della Lega.
Una scena che sta mescolando, con risultati imprevedibili, realtà e fantasia, aspettative deluse e rabbia.
Una scena che rimbalza, con pericolosi effetti per l’incolumità, fra i due piani di questa vicenda. Quello politico e quello penale.
Appropriazione indebita, riciclaggio, rapporti pericolosi con la criminalità organizzata.
I reati sono più o meno quelli e si dovrà verificare se sono stati commessi, da chi e in che misura.
L’inchiesta si è allargata ed è facile pensare che quello salterà fuori confluirà in uno di quei capi d’accusa.
Poi c’è la politica.
E’ difficile non vedere le differenze di trattamento, in queste ore.
Rosy Mauro, per esempio. La puttana, secondo la gentile definizione dell’orgoglioso popolo di Bergamo. O la terrona (della provincia di Brindisi), visto che Maroni, in una foga di nuovo che avanza, ha sperato che il sindacato padano possa essere finalmente retto da un padano vero.
Ecco, nel sentir ricondurre tutto alla terra e alla provenienza, ho fatto per la prima volta il pensiero di cui sopra.
Stanno cercando di dire che la Lega è nei casini per colpa dei terroni. La Mauro, appunto. E l’innominabile moglie di Bossi.
La donna del capo, a cui non puoi dare della puttana o della terrona, ma che mi è sembrata il convitato di pietra della festa della ramazza di Bergamo. In qualche modo l’ha evocata anche il marito, “ho cresciuto male i miei figli”, ha detto. Solo io ho pensato alla madre?
Riferire tutto alla famiglia di Gemonio, in più, mi sembra il tentativo di ridurre la faccenda a un caso domestico. La signora Bossi che fa la cresta sulle spese del partito, per il bene dei congiunti.
Carino, quasi onorevole, ma non è così.
E qui arrivano le vergini.
Quando è scoppiato l’affare Lusi, gli occhi si sono puntati immediatamente verso Francesco Rutelli e la Margherita.
Ci si è chiesti se fosse possibile mettersi in tasca quella quantità di denaro senza che nessuno se ne fosse accorto. Poi si è scoperto che qualcuno, in qualche modo, aveva dei dubbi. Che ha cercato di condurre la sua battaglia all’interno del partito e quando è uscita la verità non si è sorpreso.
Peccato non abbia mai pensato di fare un giro in procura, sarebbe stato meglio.
In casa Lega sta succedendo la stessa cosa.
A quanto si legge nelle carte e sui giornali, tutti sapevano tutto. L’autista di Bossi jr filma il suo passeggero di nascosto, con tanto di introduzione che spiega cosa sta accadendo, nella migliore tradizione delle candid.
L’impiegata amministrativa fotocopia le fatture da nascondere e si porta a casa una contabilità parallela da paura.
Ci sono intercettazioni che parlano di terrazzi e ristrutturazioni, di Audi e Smart, di vacanze e cliniche, di appartamenti e eredità. Una compravendita di lauree e diplomi da far ragionare di altri filoni di indagine (ma le lauree si comprano? i diplomi si comprano?)
Tutto il circo che sta uscendo con precisione, racconta di un sistema che si svolge quasi alla luce del sole. Talmente in superficie che, appunto, è lampante anche per gli impiegati.
Castelli dice di aver avuto dei dubbi un po’ di tempo fa e si comporta allo stesso modo dei margheritini.
Ora Maroni dice che Bossi è stato raggirato.
Solo lui? Non è troppo facile?
Non è troppo semplice pensare che tutto questo sia il frutto di una faccenda a metà fra Macbeth e Re Lear? Una moglie (meridionale) che si approfitta dei problemi del marito e che grazie a qualche spregiudicato sodale, fra cui un’altra donna (“puttana”, dicono e terrona) ripulisce le casse pro domo sua?
La Lega è il terzo partito d’Italia. E’ pensabile che nessuno se ne fosse accorto? Che nessuno avesse annusato l’aria? Che nessuno si fosse chiesto da dove arrivavano le risorse per i Bossi? Che Belsito avesse certe frequentazioni senza che si alzasse neppure un dito? Che lo avessero capito le segretarie, gli impiegati, gli autisti, i militanti e non lo stato maggiore?
A ben guardarci, era già tutto scritto. E quel pensiero da cui ho iniziato aderisce alla perfezione a ogni cosa, rende lo scaricabarile sui Bossi – al di là delle colpe – ancora più meschino.
Uno scaricabarile perpetrato con astuto buonismo e una quantità indecente di politicamente scorretto.
Del grande capo non si può parlare male, la Lega non è mai stata democratica. La Lega è Bossi, la Lega e il PDL sono gli ultimi partiti stalinisti del mondo. Così si insinua, lui fa una mezza abiura, il popolo lo inneggia, accenna a fischiarlo quando spunta la parola complotto, è pronto alle offese in perfetto stile leghista (puttana e terrona), esalta il nuovo che avanza e dimentica o finge di dimenticare che era tutto sotto gli occhi di tutti e che fin dall’inizio ci sono state le parole e i fatti.
E che, in quelle parole e in quei fatti, era preparato il copione che si sta svolgendo.
Perché la candidatura di Renzo in regione è stata accettata e premiata dal voto. Rosy Mauro vice di Schifani l’abbiamo vista tutti, anche loro.
Le leggi di Silvio, così contrarie allo spirito leghista, sono stati puntualissime.
Ed è stato votato, in perfetto stile, che una minorenne extracomunitaria senza permesso di soggiorno e prostituta era la nipote di un capo di stato straniero.
C’è qualcosa di meno leghista?
E la base, in tutto questo tempo, dov’era? E dov’è, adesso?
Così, ora, mi riesce difficile credere alle vergini. Al “non lo sapevo”, al “Bossi è stato raggirato”.
E’ un po’ come parlare di Padania. Roba a buon mercato, che non costa nulla, non vuol dire nulla, mette la polvere sotto il tappeto e riempie la bocca all’elettorato.
Ammesso che voglia ancora bersela.
Del resto, se si pensa alla tangente Enimont, è così sorprendente quello che sta succedendo?
“Mi dimetto senza che nessuno me l’ha chiesto”. La latitanza del congiuntivo è meglio di una firma. Renzo Bossi
Mi riesce difficile l’onore delle armi.
Chissà, forse manco di carità cristiana o di compassione, magari non sono in grado di provare pietà, non in questo caso.
Non con Umberto Bossi.
E non è la ferocia che si scatena troppo spesso contro chi è stato sconfitto. Non è nemmeno la soddisfazione di vedere realizzato un contrappasso – la Lega di Roma ladrona che finisce travolta da giro truffaldino di soldi.
E’ soltanto che non credo che quello che sta accadendo meriti compassione o onore.
E’ vero, Bossi si è dimesso. Un gesto, ho sentito dire, che non fa più nessuno.
Ho già scritto molte volte che la colpa è di noi elettori, disposti a condonare qualsiasi magagna, ma mi preme ricordare che qualcuno si è anche dimesso.
L’ex sindaco di Bologna, per esempio. In una faccenda, che in millesimo, ha qualcosa in comune con questa.
Penati, tanto per fare un altro nome. Davide Boni, se vogliamo rimanere in casa Lega.
Non è vero che nessuno si dimette.
E non dimentichiamo che stiamo parlando di reati.
Non è la fine politica di un uomo sconfitto dalla malattia, che decide di arrendersi dopo anni di onorata carriera.
Sono le dimissioni del segretario del terzo partito d’Italia, causate da un’inchiesta che mette in mezzo il suo partito, i suoi figli, la moglie, il segretario amministrativo e alcuni esponenti di primo piano. Un giro di soldi enorme che dal finanziamento pubblico finivano nelle tasche di famigliari e famigli, con odore di riciclaggio e contatti con la criminalità organizzata.
Già questo, per quanto mi riguarda, mette da parte l’onore delle armi.
In più, ci sono le aggravanti. Di ordine politico, ma non solo.
Abbiamo sentito per vent’anni i peana legisti sulla moralità della politica, sullo stato centrale che ruba, sugli sprechi e le prebende, su famigliari e amici piazzati in posti pubblici. Li abbiamo sentiti ringhiare da Tangentopoli, con tanto di cappi e lazzi più o meno civili. E ora, quando la pentola si scopre e salta fuori la versione di Roma ladrona in salsa leghista, dovrei impietosirmi? Ora che si scopre che il problema non era la famiglia, ma la famiglia di chi, dovrei rendere l’onore delle armi?
No, grazie.
Ho sopportato il razzismo, quello strisciante e quello manifesto. L’odio contro i terroni prima, gli immigrati poi.
Ho sopportato di sentir tuonare contro l’immigrazione clandestina per un decennio. E la legge in vigore si chiama Bossi-Fini.
Ho sopportato il disprezzo per il diverso, per l’omosessuale e il maghrebino, il sessismo e la dura legge del celodurismo.
Ho sopportato di vedere alimentare il fuoco dei peggiori istinti di questo Paese furbo e rancoroso e ora dovrei render l’onore delle armi?
No, grazie.
Ho visto salvati con il voto leghista delinquenti grandi e piccoli.
Ho visto tenere al caldo Nicola Cosentino e Marcello Dell’Utri.
Ho visto respingere il decreto di scioglimento di Fondi.
Ho visto ignorare gli affari di Verdini e Carboni, con la stessa solerzia con cui si ringhiava contro i rumeni bestie assassine e dovrei rendere l’onore delle armi?
No, grazie.
Ho provato il governo della Lega sulla mia pelle e sentito pontificare sulla differenza, su chi era lì per il volere del popolo, per rendere giustizia agli ultimi, per ripulire la schifezza, perché ognuno fosse padrone a casa propria, nel proprio cortile. Magari blindato. E ora che ho scoperto che per casa si intendeva quella di Gemonio, dovrei rendere l’onore delle armi?
No, grazie.
Stare dall’altra parte del tavolo, è difficile, lo capisco.
Essere la destinazione degli urli e non l’urlatore, non fa piacere.
Ma non provo niente, se non qualcosa che assomiglia alla tristezza per l’uomo potente che si circonda – in famiglia e fuori – di personaggi simili.
In vent’anni di carriera politica Umberto Bossi non ha ottenuto nulla.
Non il federalismo, non la secessione, non la fantomatica Padania. Una maggiore invasione dello Stato e non la ritirata. La crescita della pressione fiscale e il sostegno alla peggiore classe politica dell’Italia repubblicana. L’orlo del default. La salvezza per chiunque abbia avuto la ventura o il merito di arrivare a uno scranno parlamentare. Non importa di quale reato fosse accusato.
Devo a Umberto Bossi l’occhio chiuso sugli affari di Berlusconi, la presenza di Borghezio, di Calderoli. Il trivio da osteria diventato discorso politico, il dito medio e gli insulti a giornalisti e colleghi, il disprezzo verso qualsiasi cosa fosse diverso dal verde leghista. La xenofobia, la cultura trattata da rifiuto solido urbano.
Devo a Umberto Bossi la gestione democristiana del potere, il tirare a campare per non tirare le cuoia, l’occupazione dei posti di cui si denunciava l’occupazione, le urla sguaiate che coprivano il nulla, la commedia degli equivoci calata sui ministeri di Roma, conquistati e tenuti a forza.
Devo a Umberto Bossi un pezzo dell’Italia di oggi.
E devo a me stesso due ricordi.
Il primo è un giovane Bossi che ammette davanti a Antonio Di Pietro di aver intascato un pezzo (minuscolo) della maxitangente Enimont.
Erano in parlamento da pochi anni. Erano in parlamento per la pulizia della politica e la libertà del nord.
Si è visto come è andata a finire.
Il secondo è di questi giorni.
E sono i fatti contestati all’ex segretario leghista.
Bossi non se ne va per una sconfitta politica, non se ne va per malattia, non se ne va per raggiunti limiti di età o per un cambio di rotta del suo partito.
Se ne va perché lui, la sua famiglia, il suo partito, sono accusati di reati. E reati gravi.
Se permettete faccio ancora la differenza.
Non pretendete che la mia educazione si spinga fino alla pietà.
Chi, io? Proprio sicuro?
Eccone un altro.
Bossi: “Denuncerò chi ha usato i soldi della Lega per sistemare la mia casa”
A tua insaputa anche tu, Umberto? Come uno Scajola qualunque?
Se fosse vero, sarebbe una coppia di contrappassi davvero notevoli.
La Lega ladrona che ruba per la famiglia del capo.
E i fustigatori dei terroni invischiati con la’ndrangheta.
Della serie “tengo famiglia”, in ogni senso.
Berlusconi, nel frattempo, commenta: “Umberto è innocente”.
Nessuno ha osato chiedere se dalle accuse o perchè il fatto, secondo B, non costituisce reato.