In memoria della Lega con i cappi.
In memoria di quello che è già accaduto in tragedia e sta succedendo di nuovo in farsa.
In memoria dell’autorizzazione all’arresto di Papa, ma non di Cosentino. Che si sa, la camorra ringrazia da più tempo.
In memoria di chi si chiede perchè la gente si incazza.
In memoria delle vergini ricucite e delle bocche sigillate.
In memoria di chiunque abbia deciso che va bene.
In memoria di chi non distingue la garanzia dalla giustizia.
In memoria di chi parla fuori sintonia, perchè i neuroni hanno perso corrente da troppo tempo.
E a maggior gloria di tutti i Nicola Cosentino, Umberto Bossi, Bobo Maroni, Silvio Berlusconi, Marco Pannella del mondo.
Il ministro della cooperazione Riccardi va in visita al campo rom di Torino, quello bruciato da un gruppo di delinquenti decerebrati dopo il finto stupro della sedicenne.
La Lega precisa che il ministro è persona non gradita nelle proprie sedi.
Il buon Cota precisa che la visita non è opportuna e, nel dubbio, non va a salutare il ministro, in visita ufficiale.
Non voglio arrendermi a questi analfabeti della democrazia, incivili custodi della loro barbara stupidità, orgogliosi della becera trovata di una Padania da circonvenzione di incapace, sicuri che un rutto e una bastonata siano il nuovo vocabolario della comunità futura. Campioni della più cialtronesca chiacchiera da bar e certi che governare sia imporre la logica del disprezzo, del comando, dell’irrisione.
Mi ribello alla possibilità che possano averla vinta, in un posto incattivito come l’Italia, che spesso rifiuta la ragione, stupra la logica, consacra il cortocircuito e si vanta della propria ignoranza.
L’alternativa è un fallimento forse peggiore della bancarotta finanziaria e da cui sarebbe impossibile riprendersi.
Marcello Dell’Utri è indagato dalla procura di Palermo. L’inchiesta è quella sulla trattativa stato-mafia.
Ieri sera ho ascoltato la notizia con un sorriso. Diciamo che non mi sono sorpreso.
Il sorriso, però, aveva un’altra ragione, più lontana, pubblica e privata allo stesso tempo.
L’iscrizione di Dell’Utri nel registro degli indagati sembra sia vecchia di un anno.
Più o meno nello stesso momento consegnavo “Non voglio il silenzio“. Una coincidenza che, a voler essere ottimisti, fa appunto sorridere.
Ci sono pezzi di quella storia che continuano a saltare fuori, frammenti di racconti reali che non smettono di mescolarsi ai personaggi del libro.
E la domanda, quella con cui si chiude la storia, che resta appesa.
Se fosse tutto vero?, dice.
Passare dal governo Berlusconi a chi reclama il diritto all’insolvenza e al fallimento mi pone in una situazione che non credevo possibile.
L’imbarazzo della scelta.