Uscito sul Corriere della Sera di Bologna, martedì 20 settembre 2011
Mentre siamo distratti dalle patonze che girano, succedono cose. Il comune fa i conti e spiega, senza tanti giri di parole, che aumentare le tasse al massimo possibile non coprirebbe comunque la voragine dei tagli. La scuola, appena iniziata, si becca ogni anno la sua parte di forbici. Questo, più di altri. Lo spreco, secondo chi tiene i cordoni della borsa dello Stato, sono gli enti locali. I privilegi stanno nel piccolo, così la mannaia cala e chi si trova nel mezzo la vede arrivare da almeno un paio di lati. Sabato è scattato l’aumento dell’IVA. La maggioranza di quello che ci finirà sul collo dovrebbe arrivare dai mezzi di trasporto. La benzina, nel dubbio, è aumentata il giorno prima. E mi ha fatto impressione, domenica pomeriggio, passare accanto a una pompa estranea alle celebri sette sorelle, in cui la verde costava meno di un euro e mezzo al litro. L’effetto era quello di vivere in una realtà parallela. O possibile, decidete voi. La sensazione piacevole è la stessa provata leggendo l’offerta degli industriali bolognesi di dare una mano ai servizi sociali della città. O la comunicazione di alcuni grandi gruppi di non aumentare i prezzi dei prodotti, per salvare il potere di acquisto della clientela. Certo, la forbice fra piccolo e grande commercio diventerà sempre più larga, in perfetta linea con quello che la politica di questi anni sembra voler tracciare. Dal punto di vista del portafoglio, però, è già qualcosa. C’è un mondo, vicino a quello del lavoro reale, della gente a cui il totale viene sempre negativo, che si preoccupa delle conseguenze delle decisioni degli altri. Nella solitudine del buon senso in cui viviamo, l’unica nota che fa sperare.
Uscito ieri, non senza un certo divertimento, sul corriere della sera di Bologna.
L’estate sta finendo, cantavano i Righeira. Era il 1985, c’era il vinile, Raffaella Carrà era già un idolo e Bob Sinclair un adolescente francese il cui unico nome era Christophe. L’estate sta finendo e nella Città Che Non È Mai D’accordo Con Se Stessa siamo anche contenti. Vivere di polemiche crea assuefazione e tutto questo silenzio alla fine stanca. Ricominceremo a lamentarci dell’assenza di parcheggio, ché svuotare le strade dall’orda di vacanzieri (esistono ancora?) procura l’orgasmo selvaggio dell’eccesso di offerta. Scopri strisce blu dove non avevi mai pensato che ci fossero, scegli con attenzione maniacale il punto che ti può far risparmiare qualche decina di metri. Ottieni, alla fine, il risultato insperato, impiegando il tempo che di solito dedichi alla caccia, nel rito scientifico della scelta, sostituendo la bava alla bocca con il calcolo. Un’operazione a saldo zero, direbbe il ministro delle finanze. Ricorderemo con una lacrima com’era dolce poterlo fare e sapremo lamentarci con cura sulla difficoltà di abbandonare la macchina in centro, lasciando sottointeso che il problema non sia la distanza dalle torri, ma la gratuità del servizio. Ritroveremo, come per magia, le polemiche sul Civis, l’unico mezzo pubblico a guida magnetica che se segue la guida magnetica diventa difficile da guidare. Dovremo rassegnarci a sopportare lo stress da rientro e fior di luminari ci diranno come combatterlo. Troveremo, ma ci vorrà ancora un po’, piazza Minghetti pedonalizzata e forse sapremo sentirci un po’ meno bottegai e più cittadini del mondo. Nel frattempo sarebbe carino contare i secondi che mancano alla prima voce che si alzerà contro i lavori o alle urla di strepito pronte per quando le macchine abbandoneranno la triade Rizzoli-Ugo Bassi-Indipendenza. Le opere pubbliche non potrebbero nascere con un germoglio, bisogna proprio scavare così tanto? E, santa pazienza, si deve pedonalizzare proprio qui? Siamo sopravvissuti all’assenza del concerto di Ferragosto, ma non disperiamo. Tempo qualche mese e scopriremo di esserci allenati per la polemica sul veglione di Capodanno. Nell’attesa possiamo sperare in qualche cioccolataio che decida di dedicarsi al porno e renda più pruriginoso il prossimo ciocco show. Continueremo di sicuro a stringere la cinghia, un buco dietro l’altro. A fare i conti su bollette che non tornano, a inseguire un posto al nido, un lavoro che sfugge, un figlio che non hai i soldi per fare. E a veder sfrecciare SUV, facendoci domande. L’estate sta finendo o quasi. Sarebbe carino, una volta tanto, che si portasse lontano anche certe malestagioni.
Uscito sul corriere della sera di Bologna, il 14 agosto
Piazza Maggiore, quattordici agosto. Dunque niente concerto. Sono mesi che ci giriamo intorno e alla fine eccoci qua. Niente palco, niente pubblico, siamo tutti chiesa e crescentone. La piazza deserta pare un rifiuto che sapevi di affrontare e che, fino all’ultimo, hai sperato fosse un bluff. Sembra più grande, pare impossibile che sia stata piena fino a ieri, che quello schermo cinematografico, con tutta la gente sotto, fosse davvero lì. Eppure, allo stesso tempo, il deserto di piazza Maggiore non è uno spazio vuoto. Fa parte dell’attesa e della delusione perpetua in cui Bologna vive tutto l’anno, in una catena infinita di aspettative che passano dal desiderio del grande evento ai grandi classici del cinema fino alla quiete tempestosa del ferragosto in arrivo. Di certo ci arrabbieremo, nella città in cui le polemiche non chiudono mai per ferie, per il concerto mancato, per l’evento di cui siamo orfani forse temporanei e che, da Dino Sarti a scendere, ha trasformato la città d’estate in un ritrovo simile alla sagra paesana, facendo scoprire volti di chi pensavi fosse emigrato in altri lidi, da Cervia a Copacabana. Il massimo che ci aspetta è un’anguria itinerante, un gelato, una granita o un gradino da cui guardare il niente sperando che il caldo non ti asciughi la lingua in bocca. Devo essere sincero, non mi scandalizzo per l’evento mancato e mi sembra che la piazza vuota evochi più domande che risposte. Oltre ad una certa austerità, figlia di tempi più chiari e meno convinti di essere ricchi, che in un agosto di alberi scomparsi, decreti, tagli, mercati e confusione, vorrebbe avere un barlume di chiarezza. Mi piacerebbe però che servisse, quel silenzio, a farci domande su quello che vorremmo e che, dal sedici di agosto in poi, cominceremo ad aspettare. Chiediamoci, per esempio, se abbiamo bisogno di una luce singola che richiami tutti quelli che sono rimasti a casa o di qualcosa di più articolato, che aggiunga pubblico da fuori ai forzati del lavoro e ai tanti costretti a restare digiuni di vacanze. Chiediamoci se quello spettacolo di cui quest’anno odiamo tanto il silenzio, lo vogliamo in scena solo per noi, per ricordarci chi siamo e che ci siamo o per far diventare l’agosto di Bologna qualcosa di diverso. E visto che ci siamo (che la solitudine estiva può anche favorire il ragionamento) proviamo a capire se non ci sia una parte della città che ama la Bologna d’agosto, quella del silenzio, dell’assenza di rumori, magari dei negozi chiusi presto e degli studenti tornati a casa. Una Bologna quasi lunare, da trapiantare nelle altre stagioni, per far stare zitte le polemiche, insieme ai rumori o per cominciare a lamentarci di qualcosa di diverso. Ancora una settimana e ci saremo dimenticati di tutto, il mondo riapre, l’abbronzatura sparisce e le mezze stagioni riprenderanno il loro posto nella banalità del mondo. La stessa categoria a cui, pensandoci bene, appartiene l’assenza del concerto di ferragosto. Un sipario di cartapesta dietro cui ci nascondiamo volentieri, in fuga perenne dall’unica cosa che ha davvero un senso compiuto. L’idea di quello che vogliamo mettere in scena in questa città. Quella di domani e di dopodomani. Con o senza il concerto di ferragosto.
Leggo ora che il deputato PDL Fabio Garagnani ha denunciato il presidente dell’associazione famigliari della strage di Bologna.
L’ipotesi è di vilipendio dello Stato per il discorso pronunciato la mattina del 2 agosto 2011.
Ora, che Garagnani conosca la parola vilipendio è già un passo avanti.
Che non si renda conto che è molto più prossimo al vilipendio il turpiloquio istituzionale del buon Silvio Berlusconi, l’abbaiare razzista del camerata Borghezio, il dito medio riformisticamente eretto del ministro Bossi o l’idea stessa di Garagnani di prendersela con chi difende la memoria e desidererebbe rispetto e giustizia, non mi sorprende.
Purtroppo i tempi sono questi.
Uscito ieri sul Corriere della Sera di Bologna
Modena. Bologna. Milano. Reggio Emilia. Provate a fare un gioco, quasi un sondaggio. Chiedete a una decina di persone tre nomi di città da associare alla parola mafia. A meno di coincidenze astrali fortuite, non sentirete nominare nessuna di quelle. La mafia, al nord, non esiste. E a rifletterci un po’, già questa frase dovrebbe far pensare, perché non è altro che una precisazione locale di un’espressione molto più famosa, la mafia non esiste. Noi non siamo mafiosi, non siamo infiltrati, possiamo stare tranquilli. Nel Paese delle Favole che siamo diventati, la divisione fra buoni e cattivi è netta. Un mafioso, vive a pane e cicoria, in un casolare abbandonato. Al più possiamo immaginare un Tano Cariddi, che manovra soldi nel suo bel doppiopetto, ma sempre al riparo in un antico palazzo nobiliare dalle parti di Palermo. La beffa più grande che il diavolo abbia mai fatto, diceva un famoso film, è stato convincere il mondo che non esiste. Infatti la realtà dice una cosa diversa. È di questa settimana l’operazione Marte, che ha coinvolto tutta la regione. Una cosca calabrese dietro a un traffico non male di stupefacenti. E non era la prima volta. Dice Antonio Nicaso che l’Emilia è il salvadanaio delle cosche calabresi. Il ragionamento è lo stesso che fa Borsellino nella sua ultima intervista. Eppure continuiamo a non crederci. Ci riempiamo la bocca con la parola eroe e ignoriamo con attenzione l’esempio che il passato dovrebbe insegnarci. Siamo un Paese di piccole illegalità diffuse, di pagamenti in nero, di singoli e all’apparenza innocui comportamenti mafiosi, gente che smarrisce volentieri il proprio senso civico, che urla con facilita all’ingiustizia subita senza preoccuparsi della propria prepotenza o illegalità, in un corto circuito di rabbia, indignazione e auto assoluzione perpetua, alla ricerca continua di una giustificazione a tutti i nostri comportamenti. La prima omertà la portiamo a spasso con la nostra vita, tutti i giorni. Il silenzio di chi non vuole farsi domande, di chi pretende di essere rassicurato e ha rinunciato a pensare. Forse, un primo passo, potrebbe essere cancellare una banalità con un’altra. La mafia al nord esiste. È qui e noi siamo le prede. E non si combatte solo arrestando la sua mano militare, ma chi ricicla i soldi, chi decide di investirli e trasformarsi in socio. È pericoloso depenalizzare i reati finanziari, perché sono quelli che nascondono riciclaggio e capitali illeciti. Ed è folle abdicare alle nostre responsabilità di cittadini. Il Paese delle Favole è la prima realtà di cartapesta che bisogna rifiutare, ciascuno nel suo piccolo. Per quanto vogliamo crederci assolti, siamo, ogni giorno e senza attenuanti, i primi a essere coinvolti.
Parole e pensieri in libertà. Democrazia partecipativa. Detta in soldoni significa maggiore contributo della gente alle decisioni. Quelle vere, quelle che contano. Uno dei cavalli di battaglia del movimento cinque stele di Grillo è proprio la partecipazione. E Bologna, con quel dieci per cento, è l’esempio più alto di come l’idea possa avere successo. Un risultato così, però, è un vincolo da tutte e due le parti. Per la politica, chiamiamola tradizionale, che non può più far finta di niente. E per il M5S. Se la gente ti vota è per cambiare qualcosa e per cambiare qualcosa non si può restare fuori per sempre. È la sovranità popolare, il mantra che sentiamo ogni giorno dai telegiornali. Il popolo si è espresso. Il sistema migliore, a volte, per giustificare quello che non può essere giustificato. Chi si appella alla volontà popolare ogni quarto d’ora, per esempio, tenta di boicottare il quorum ai referendum, il sistema più diretto che esista per sondare il pensiero della gente. Sembra strano, ma forse non lo è. Perché i primi a non credere alla partecipazione che reclamiamo, siamo noi, inteso come corpo elettorale, che a votare non ci andiamo. Che non permettiamo mai che quel cinquanta per cento venga raggiunto. Se davvero abbiamo tutta questa voglia di metterci in gioco, fra meno di un mese c’è una buona occasione. Mi auguro che non la si voglia buttare via.
Di ritorno da Torino, molto contento, parecchio stanco.
E con tre nomi in testa.
Due sono di donna.
Martina, fa parte della storia che ho appena cominciato a scrivere.
Anna, di quella che scriverò quando avrò finito. O forse durante.
Il terzo, è una vecchia conoscenza che ogni tanto salta fuori.
Gabriele.
Nel frattempo, mentre riordino le idee, un paio di segnalazioni.
Mercoledì parteciperò a Notti contro le mafie.
L’iniziativa si svolge in molte città d’Italia. Per la parte che mi riguarda, sarò a Modena, alla sala Ulivi, in viale Ciro Menotti 137, dalle 20.30.
Qui, comunque, il calendario completo delle iniziative. Se potete, vicino a casa vostra, fateci un giro.
Giovedì, invece, alle 18.30, uno degli utlimi passaggi di “Non voglio il silenzio”.
A Mantova, Libreria Di Pellegrini, via Marangoni 16.
Poi, prendo fiato e mi rimetto a scrivere più spesso.
Nel frattempo, vista l’ora e la giornata, comincio a incrociare le dita.
E vi lascio l’ultima uscita della mia rubrica sul Corriere di Bologna. Questa è del 10 maggio 2011.
Pensavo che il diritto di nascita non facesse parte della lotta politica. Pensavo (beata ingenuità!) che il certificato di nascita c’entrasse con la lotta politica come la maionese con la crostata alle ciliegie. Speravo, ancora più ingenuo, che la memoria servisse come deterrente alle fesserie. Poi, in pochi giorni, ho scoperto che malgrado le apparenze, Bologna e gli Stati Uniti sono più vicine di quanto sembra. La polemica della settimana, sul fatto che Merola non è abbastanza bolognese perché arrivato da queste parti a cinque (cinque!) anni ha un parallelo illustre oltre oceano. Negli Stati Uniti hanno addirittura un nome. “Birther”, appunto. Quelli che dicono che Barack Obama non è nato sul suolo americano e quindi non potrebbe, per legge, ricoprire il ruolo per cui è stato eletto. In una città come Bologna che sembra rinchiusa nel ricordo del suo glorioso passato, mi sarei aspettato un argomento diverso. Basterebbe pensare che il mondo non è finito con il mandato di Sergio Cofferati o con le colonne d’Ercole guazzalochiane. I due sindaci più amati degli ultimi quarant’anni, Imbeni e Zangheri, per esempio, non erano nati a Bologna. In una delle campagne elettorali meno interessanti della storia, mancava solo il suggello finale del certificato di nascita. Dagli Stati Uniti copiamo un po’ di tutto, purtroppo non conosciamo la ricetta per Barack Obama.
A Bologna c’è la ndrangheta. L’operazione è di una decina di giorni fa, i quotidiani ne hanno parlato. Sequestrati immobili – anche un albergo -, automobili, società. Scopo del gioco, mettere le mani, attraverso insospettabili prestanome, sul mercato immobiliare. Se non fosse stato ucciso un paio di mesi prima, sarebbe finito dritto nell’inchiesta anche un referente del clan Mancuso, scarcerato dopo aver passato i domiciliari al Baglioni. A Bologna c’è la ndrangheta. E sarebbe meglio evitare di cadere dalle nuvole sulle mani della criminalità organizzata che si allungano al nord. Anche a voler considerare cassandre i magistrati che da anni raccontano una realtà evidente, gli esempi si sprecano. A Reggio Emilia il presidente della camera di commercio Enrico Bini lo dice da un bel po’ di tempo, rischiando del suo. E sarebbe sufficiente vedere uno degli spettacoli di Giulio Cavalli per capire che anche a Milano le cose, da tempo, non sono diverse. In un passato che pare lontano secoli Giovanni Falcone invitava a fare attenzione perché Cosa Nostra si stava quotando in borsa. E la vicenda Sindona – vecchia di trent’anni – dovrebbe ricordare qualcosa. Invece no. Nella nostra beata illusione di cittadini del nord continuiamo a considerare la criminalità organizzata un problema regionale – siciliano, campano, calabrese -, quasi una vicenda di folklore. Senza capire – o capendo anche troppo bene – che la finzione di realtà in cui ci chiudiamo, nella sciagurata e ignorante illusione che ci renda immuni, è solo una faccia diversa dell’omertoso silenzio in cui, da sempre, le mafie di tutto il mondo riescono a prosperare.
Corriere della Sera di Bologna, martedì 19 aprile 2011