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La Lega, il rinnovamento e le belle parole

Qualche settimana fa, con un amico, facevamo una considerazione banale.
Quasi sempre le cose sono come sembrano.
E’ il primo pensiero che ho avuto ieri sera, alla prima (credo ne seguiranno altre) seduta dello psicodramma della Lega.
Una scena che sta mescolando, con risultati imprevedibili, realtà e fantasia, aspettative deluse e rabbia.
Una scena che rimbalza, con pericolosi effetti per l’incolumità, fra i due piani di questa vicenda. Quello politico e quello penale.

Appropriazione indebita, riciclaggio, rapporti pericolosi con la criminalità organizzata.
I reati sono più o meno quelli e si dovrà verificare se sono stati commessi, da chi e in che misura.
L’inchiesta si è allargata ed è facile pensare che quello salterà fuori confluirà in uno di quei capi d’accusa.

Poi c’è la politica.

E’ difficile non vedere le differenze di trattamento, in queste ore.
Rosy Mauro, per esempio. La puttana, secondo la gentile definizione dell’orgoglioso popolo di Bergamo. O la terrona (della provincia di Brindisi), visto che Maroni, in una foga di nuovo che avanza, ha sperato che il sindacato padano possa essere finalmente retto da un padano vero.
Ecco, nel sentir ricondurre tutto alla terra e alla provenienza, ho fatto per la prima volta il pensiero di cui sopra.
Stanno cercando di dire che la Lega è nei casini per colpa dei terroni. La Mauro, appunto. E l’innominabile moglie di Bossi.
La donna del capo, a cui non puoi dare della puttana o della terrona, ma che mi è sembrata il convitato di pietra della festa della ramazza di Bergamo. In qualche modo l’ha evocata anche il marito, “ho cresciuto male i miei figli”, ha detto. Solo io ho pensato alla madre?
Riferire tutto alla famiglia di Gemonio,  in più, mi sembra il tentativo di ridurre la faccenda a un caso domestico. La signora Bossi che fa la cresta sulle spese del partito, per il bene dei congiunti.
Carino, quasi onorevole, ma non è così.

E qui arrivano le vergini.

Quando è scoppiato l’affare Lusi, gli occhi si sono puntati immediatamente verso Francesco Rutelli e la Margherita.
Ci si è chiesti se fosse possibile mettersi in tasca quella quantità di denaro senza che nessuno se ne fosse accorto. Poi si è scoperto che qualcuno, in qualche modo, aveva dei dubbi. Che ha cercato di condurre la sua battaglia all’interno del partito e quando è uscita la verità non si è sorpreso.
Peccato non abbia mai pensato di fare un giro in procura, sarebbe stato meglio.
In casa Lega sta succedendo la stessa cosa.
A quanto si legge nelle carte e sui giornali, tutti sapevano tutto. L’autista di Bossi jr filma il suo passeggero di nascosto, con tanto di introduzione che spiega cosa sta accadendo, nella migliore tradizione delle candid.
L’impiegata amministrativa fotocopia le fatture da nascondere e si porta a casa una contabilità parallela da paura.
Ci sono intercettazioni che parlano di terrazzi e ristrutturazioni, di Audi e Smart, di vacanze e cliniche, di appartamenti e eredità. Una compravendita di lauree e diplomi da far ragionare di altri filoni di indagine (ma le lauree si comprano? i diplomi si comprano?)
Tutto il circo che sta uscendo con precisione, racconta di un sistema che si svolge quasi alla luce del sole. Talmente in superficie che, appunto, è lampante anche per gli impiegati.

Castelli dice di aver avuto dei dubbi un po’ di tempo fa e si comporta allo stesso modo dei margheritini.
Ora Maroni dice che Bossi è stato raggirato.
Solo lui? Non è troppo facile?
Non è troppo semplice pensare che tutto questo sia il frutto di una faccenda a metà fra Macbeth e Re Lear? Una moglie (meridionale) che si approfitta dei problemi del marito e che grazie a qualche spregiudicato sodale, fra cui un’altra donna (“puttana”, dicono e terrona) ripulisce le casse pro domo sua?
La Lega è il terzo partito d’Italia. E’ pensabile che nessuno se ne fosse accorto? Che nessuno avesse annusato l’aria? Che nessuno si fosse chiesto da dove arrivavano le risorse per i Bossi? Che Belsito avesse certe frequentazioni senza che si alzasse neppure un dito? Che lo avessero capito le segretarie, gli impiegati, gli autisti, i militanti e non lo stato maggiore?

A ben guardarci, era già tutto scritto. E quel pensiero da cui ho iniziato aderisce alla perfezione a ogni cosa, rende lo scaricabarile sui Bossi – al di là delle colpe – ancora più meschino.
Uno scaricabarile  perpetrato con astuto buonismo e una quantità indecente di politicamente scorretto.
Del grande capo non si può parlare male, la Lega non è mai stata democratica. La Lega è Bossi, la Lega e il PDL sono gli ultimi partiti stalinisti del mondo. Così si insinua, lui fa una mezza abiura, il popolo lo inneggia, accenna a fischiarlo quando spunta la parola complotto, è pronto alle offese in perfetto stile leghista (puttana e terrona), esalta il nuovo che avanza e dimentica o finge di dimenticare che era tutto sotto gli occhi di tutti e che fin dall’inizio ci sono state le parole e i fatti.
E che, in quelle parole e in quei fatti, era preparato il copione che si sta svolgendo.
Perché la candidatura di Renzo in regione è stata accettata e premiata dal voto. Rosy Mauro vice di Schifani l’abbiamo vista tutti, anche loro.
Le leggi di Silvio, così contrarie allo spirito leghista, sono stati puntualissime.
Ed è stato votato, in perfetto stile, che una minorenne extracomunitaria senza permesso di soggiorno e prostituta era la nipote di un capo di stato straniero.
C’è qualcosa di meno leghista?
E la base, in tutto questo tempo, dov’era? E dov’è, adesso?

Così, ora, mi riesce difficile credere alle vergini. Al “non lo sapevo”, al “Bossi è stato raggirato”.
E’ un po’ come parlare di Padania. Roba a buon mercato, che non costa nulla, non vuol dire nulla, mette la polvere sotto il tappeto e riempie la bocca all’elettorato.
Ammesso che voglia ancora bersela.

Del resto, se si pensa alla tangente Enimont, è così sorprendente quello che sta succedendo?

11 aprile 2012 2:27 pm
Bossi (jr) si è dimesso

“Mi dimetto senza che nessuno me l’ha chiesto”. La latitanza del congiuntivo è meglio di una firma. Renzo Bossi

09 aprile 2012 12:55 pm
categorie: italia,segnalazioni
tag: ,
Bossi, Monti, la mafia e le minacce di morte

1. “Monti rischia la vita, al Nord lo faranno fuori”.
2. “Ha riempito il nord di mafiosi”.

Se la risposta non fosse troppo facile, aprirei volentieri un concorso per farvi indovinare chi ha pronunciato le due amenità qui sopra.
Bossi, è ovvio.
Aveva ragione Giulio Cavalli, ieri su twitter. “Ci rubano il lavoro di scrittura. Nello scaffale della demenza, però.”

Prima di scriverci sopra, ho rivisto il video. Il TG de La7, oggi, lo ha mostrato integrale e non ho potuto fare a meno di chiedermi cosa sarebbe successo, nell’Allegro Paesello, se i telegiornali di ogni ordine e grado avessero seguito la stessa linea, nei fulgidi anni arcoriani.
A parte questa considerazione, però, ce ne sono altre due che mi nascono spontanee.

Se una persona qualunque si permettesse di dire una frase come la numero uno, il rischio di trovarsi la DIGOS fuori di casa sarebbe notevole.
Al senatore Bossi, sarebbe il caso di spiegare la differenza fra opinione politica, minaccia e istigazione a delinquere. Magari i fonemi ne trarrebbero giovamento.
In aggiunta, sarebbe ora di smetterla di parlare in nome del Nord. Se non riesci a trattenere il neurone impazzito, almeno trattalo ad uso personale.

Per quanto riguarda la frase numero due, la risata è quasi d’obbligo.
Che la Lega parli di mafia al Nord non può che far ridere. Salvare indagati per associazione mafiosa con stock di voti parlamentari segreti è uno dei cavalli di battaglia della pattuglia in camicia verde. E nessuno si è scandalizzato quando è stato nominato Saverio Romano o si è trattato di discutere delle amicizie particolari di Marcello Dell’Utri.
Sembra quasi che la sensibilità leghista sull’infiltrazione mafiosa si misuri in termini di ministri e sottosegretari.
In scala inversamente proporzionale.

Di certo una cosa il Bossi l’ha imparata bene, dal suo ex (?) sodale. Smentire quello che non si può smentire.
Qualche ora dopo l’amena uscita ha dato la colpa ai giornalisti. Anche quello un vecchio trucco.
All’epoca della carta stampata avrebbe potuto funzionare.
Oggi è più difficile. Il video della dichiarazione originale è qui sotto.

06 marzo 2012 2:48 pm
categorie: italia,segnalazioni
tag: , , ,
La fine di Berlusconi e la Repubblica di Arcore

La fine di Berlusconi e la LegaLe bombe vogliono aprire la strada a qualcosa, non rovesciare qualcosa. Il potere politico è già stato rovesciato o quasi.
La frase è di Bettino Craxi, le bombe a cui fa riferimento sono quelle di mafia, del ’93. La pronuncia in quei giorni e ascoltata oggi, con quello che dovremmo sapere, fa quasi paura.
Marx dice che la storia si presenta sempre due volte, prima in tragedia e poi in farsa. Così la seconda Repubblica pare la trasposizione da Bagaglino di un dramma di Shakespeare. Sempre che – ed è la mia opinione – non siamo ancora fermi agli anni Ottanta.
Proprio mentre scrivo, Alfano spiega che in democrazia un esecutivo se ne va solo in due casi. Se il presidente del consiglio si dimette o se il parlamento lo sfiducia. Vero, nemmeno discutibile. E il problema contingente è proprio questo.
Che sia finita è evidente, ma come se ne esce?
Immaginare la fine di Berlusconi è un tentativo destinato al fallimento, quasi disperato. Basta leggere le pagine di intercettazioni che ci sommergono, per capire che la realtà è anni luce avanti – o dietro – la più fervida fantasia. Una riflessione, però, vale la pena farla. A lungo termine la più probabile è una fuga venduta come esilio, in una delle tante ville sparse per il mondo, in un paese a cui l’Italia non chiederà mai l’estradizione.
Il problema è prima. Adesso.

L’uomo che fa girare le patonze non se ne andrà di sua volontà. Non ne ha l’intenzione e neppure la possibilità. Perdere il potere significa rassegnarsi a quella fine di cui sopra, a uscire di scena da sconfitto, a perdere tutto in un colpo l’alone di invincibilità di cui si vanta così spesso, che ritiene dovuto e indubitabile per uno statista della sua dimensione.
Berlusconi non mente. Crede alla realtà che dipinge, al mondo che si è costruito, alla finzione poco letteraria del sole in tasca e del sorriso fisso. Crede alla persecuzione giudiziaria e comunista, al proprio prestigio internazionale, alle doti di seduttore, alla capacità di beneficiare gli altri con la propria presenza o le dazioni in denaro.
Partire da questo presupposto, da un ego che batte moneta e da una corte di giullari e manigoldi, per forza di cose immune al dissenso, è utile a capire quello che sta accadendo e che, è bene dirlo con chiarezza, ormai prescinde dalla sua figura ed è spaventoso proprio per questo.
Si racconta un aneddoto di Ettore Petrolini. A uno spettatore che, da un palco, disturbava lo spettacolo, Petrolini dice: “Non ce l’ho con te, ce l’ho con quelli di fianco che non ti buttano di sotto”.
Basterebbero una dozzina di deputati e altrettanti senatori, stanchi della continua delegittimazione del loro ruolo, del governo, del Parlamento, per chiudere il gioco. In tutto meno del 10% della maggioranza. Pochi, pochissimi. Ma esistono?
Il parlamento in carica è il livello più basso rappresentato dalla storia della politica italiana. Quando scopriremo cosa si nasconde dietro la stampella che tiene a galla questo governo dopo l’uscita di Fini, credo che sorrideremo di nuovo con imbarazzo. L’unica speranza, difficile da ammettere, è che la Lega annusi nella fine del nostro la sua stessa disfatta, ma le due B che ci hanno governato negli anni non sembrano destinate a separarsi prima dell’epilogo.

Come finirà, allora?
Male, è ovvio.
Chiunque abbia avuto un grande potere in Italia, lo ha perso in tragedia. È accaduto alla Democrazia Cristiana, schiantata da Tangentopoli. A Craxi, costretto alla fuga. La carriera di Giulio Andreotti si è estinta con l’accusa di mafia e la condanna prescritta. Più indietro, l’avventura del fascismo si è schiantata a piazzale Loreto. Ed è bene precisare che nessuno, nell’Italia democratica, ha mai avuto un potere simile a Silvio Berlusconi. O lo stesso disinteresse per ciò che non lo riguarda.
In tutti i casi citati esiste, però, una caratteristica comune.
In fondo, a voler semplificare, li abbiamo cacciati noi.
Il potere della DC è scomparso perche gli scandali ne hanno distrutto il consenso. Craxi ha subito le monetine del Rapahel. Mussolini la fine che conosciamo. Andreotti lo abbiamo sepolto in un conveniente e complice silenzio.
Lo stesso silenzio di oggi.

È questo che mi preoccupa. Mi piace pensare che in tempi anche recenti, l’uomo di Arcore sarebbe stato costretto a dimettersi, sgretolato dalla fine del suo stesso consenso, deriso ogni volta che prova a mettere il naso fuori casa, distrutto dalla consapevolezza del tradimento di chi, fino a poco prima, lo amava.
Non accadrà, temo. E se dovesse succedere, sarà perché la rabbia scatenata dai portafogli vuoti, dai soldi che svaniscono e non tornano più, sarà salita parecchio oltre il livello di guardia. E, in quel caso, i problemi saranno peggiori.
Se rigetteremo B come un organo in un trapianto, non sarà perché non lo vogliamo, perché la sua occupazione dello Stato ci indigna, per le amicizie in odore di mafia, per la volgare compravendita di carne in cambio di appalti, per le menzogne smaccate e quotidiane, le battute da trivio, le promesse mancate, la corte dei miracoli.
Se ci fosse un tenore di vita accettabile, continueremo a digerire tutto.
Lo stiamo facendo, mentre c’è chi rivendica la propria scaltrezza, l’assenza di scrupoli e di merito come la cifra fondante della qualità di una persona.
Per questo finirà male.
Il problema vero riguarda quello che accadrà quando avremo archiviato questa follia sguaiata, dimentica del buon senso, che ha sequestrato il potere con l’accondiscendenza del potere stesso, nella migliore tradizione della sindrome di Stoccolma. Ricostruire, mi preoccupa.
Su Berlusconi si è sempre saputo abbastanza eppure è stato eletto quasi cinque volte, non possiamo nasconderci dietro un dito. È accaduto perché ci riconosciamo nel suo modello di vita, nei suoi valori, lo riconosciamo simile o invidiabile, pensiamo che quello che professa e mette in pratica possa farci comodo.

La domanda vera, quindi, è una sola.
Finirà davvero?
Svanito Silvio da Arcore, siamo sicuri di voler diventare diversi?

(da Domani.Arcoiris)

23 settembre 2011 3:22 pm
Fascisti?

Bossi dice che in Italia è tornato il fascismo.
Ma siccome al governo c’è la Lega, non si starà costituendo?

18 settembre 2011 1:32 pm
categorie: italia,news
tag: , , ,
Berlusconi, Lavitola, la Arcuri e le cose senza prezzo

Ci sono giorni in cui il mondo riesce a farti sentire meglio.
Non che le cose siano migliori, solo che ti guardi intorno e scopri che riesci ancora a sorridere o a trovare dei punti fermi.

Il primo è Bossi Umberto, che non delude (quasi) mai. Così come la Lega.
Oggi è la volta delle cerimonia del Dio Po e tengo a precisare che non è la contrazione di una bestemmia.
Al netto della contestazione dei sindaci, Bossi dice che in ogni regione bagnata dal Po c’è pronto l’esercito padano. In sintesi e con la solita chiarezza, spiega che l’Italia va a picco ed è il momento di organizzare la Padania.
Oh, finalmente. Ritorniamo a qualcosa che conosciamo. Roba già sentita? Forse. D’altra parte che le esternazioni politiche di Bossi e Berlusconi siano create da un generatore automatico di discorsi è una sensazione che ho da qualche tempo.

Vale la pena, però, analizzare nel merito il contenuto della tiritera di turno. Mi sono sempre chiesto cosa sia, nella testa dei legisti, la Padania. Che confini abbia, dove comincia e dove finisce e oggi il Bossi mi ha dato un aiutino. Il succo del discorso sono le regioni bagnate dal Po, quelle dove c’è il famoso esercito. Ecco che si fa chiarezza.
Piemonte, Lombardia, Veneto, Emilia Romagna. Stacchiamo quelle lì dall’Italia e chi si è visto si è visto.
La domanda che mi sono fatto e che giro a chiunque voglia rispondermi, però, è più pratica e parte dall’auspicio che l’Umberto conosca la geografia meglio della sua prole.
Cosa ne facciamo della Val d’Aosta, la lasciamo a galleggiare nel niente? E del Trentino? La Liguria si salva per un pelo, attaccata alla Toscana, ma il Friuli? E se il Friuli non è Padania, perché il presidente del consiglio regionale è della Lega?

Altro giro e altro regalo. La telefonata di Silvio a Lavitola (qui l’audio), Berlusconi chiama “fascisti” gli ex di AN, Fini compreso.
Ma non li avevi sdoganati? Non li consideravi democratici?
Per un sinistro come me, davvero una soddisfazione grandiosa.

In chiusura una chicca senza prezzo. La Arcuri che rifiuta di andare a letto con lui, malgrado la proposta di presentare Sanremo.
Ecco, forse è proprio lei ad avere indicato la cura migliore per liberarci di Silvio.
La stessa che Woody Allen indicava come il sistema migliore per la contraccezione. Quello orale.
Se ti chiedono “vuoi scopare?”, rispondi semplicemente di no.

16 settembre 2011 2:55 pm
Rientri, stress e speranze (mal) riposte

Uscito sul Corriere della Sera di Bologna, il 30 agosto 2011.

Da qualche tempo ci raccontano con insistenza che tornare dalle vacanze genera stress, l’ennesima fesseria di un mondo in cui ci hanno convinti di non saper più gestire nulla, dalla rabbia al rifiuto, passando per la quotidianità. Ogni volta che la sento mi torna in mente una pubblicità di quando ero bambino, Calindri con il suo amaro, seduto nel mezzo di un incrocio. E mi chiedo se lo stress di cui sopra non sia scatenato da motivi un po’ più significativi. Ricominciare, per esempio, significa attendere che Bossi e Berlusconi trovino l’ennesima quadra e scoprire, una volta trovata, che gli spigoli della loro parentesi possono fare molto male. Significa spulciare per la trentesima volta la pista palestinese sulla strage di Bologna e ascoltare l’ennesimo che non si vergogna di chiedere la cancellazione della scritta “fascista” dalla lapide. Significa guardare una manifestazione di sindaci, con tanto di fasce tricolore, che riempie le strade di Milano e chiedersi se l’unica cosa bipartisan di questo strano Paese non sia che si deve tirare tutti la cinghia. Significa tornare da Madrid e avere sotto gli occhi la voglia di dire la propria degli Indignados di Puerta del Sol e chissà se, da qualche parte, fra buoni propositi e poche azioni, è rimasto un indignato con il passaporto italiano. Ricominciare ha il sapore non commestibile delle tangenti e scivola, insieme al desiderio di non assaggiarlo più. Ricominciare, infine, vuol dire sorridere sul serio per la scelta del Comune di regalare l’abbonamento dell’autobus ai bambini sotto i sei anni. Guardare la città da un metro di altezza può essere un buon inizio. La speranza, l’anno prossimo, di dover cominciare in un altro modo.

Manovra?

Non disturbate il manovratore, si diceva una volta.
Un precetto da rispettare alla lettera, visto che ogni volta che il governo mette insieme una manovra, riesce benissimo a disturbarsi da solo.
Stuprare la logica con questa facilità è davvero un caso da seduta psichiatrica. Se ogni azione ha delle conseguenze e – non un dettaglio – un ragionamento a monte, vale la pena fermarsi sulla nuova manovra, uscita dalle sette ore di riunione di ieri.

Niente ricongiungimento. Gli anni del militare, l’università e la specializzazione non contano una beata cippa. Mistero sulla fine dei contributi.
La conseguenza è che un laureato andrà in pensione almeno cinque anni dopo un omologo. A parità di anni di lavoro.
Nel caso di un medico, la differenza può crescere fino a dodici.
Non un brustolino.
Il ragionamento alle spalle è evidente. Studiare è una sfiga.
Mentre scrivo, la7 spiega che Calderoli e Sacconi si vedranno domani mattina per parlare dell’impatto economico e sociale dell’articolo.
Non so se – dopo l’incontro Bossi-Berlusconi – quello Calderoli-Sacconi mi tranquillizza o inquieta.

Niente contributo di solidarietà sopra i 90mila euro. Stupendo.
Peccato che valga solo per i lavoratori privati, perché i pubblici e i pensionati il prelievo ce l’hanno già e se lo tengono.
C’è un emendamento della Lega che vorrebbe conservare il contributo per gli sportivi professionisti.
In sostanza se guadagni centomila euro e sei un lavoratore del privato, non paghi.
Se sei uno sportivo, un pensionato, un dipendente pubblico, paghi.
Anche qui il ragionamento è evidente. Gli sportivi, i dipendenti pubblici, i pensionati, sono tutte categorie di gente che non fa un beato nulla.
Quindi, giù unto.

Altro giro e altro regalo. Vengono tolte tutte le agevolazioni fiscali alle cooperative.
Ora, tanto per pignoleria, vale la pena segnalare che nel mezzo ci sono le coop che forniscono servizi sociali, quelli per cui non si può, ad esempio, far pagare l’Ici alla chiesa cattolica. Tolte le agevolazioni e aumentati i costi da sostenere, dove pensate che finiranno spalmate le minore entrate?
Sulla crescita del costo del servizio o sullo stipendio dei lavoratori.
Che questo governo illuminato ce l’abbia con le Coop, a questo punto, non ha bisogno di prove.

In conclusione, fra l’altro, sembrano mancare quattro miliardi.
Cambieranno di nuovo la manovra, sarà la quarta. Arriverà l’aumento dell’IVA.
Spero che un infermiere, prima che ricomincino a contare, prepari una stanza imbottita.
In alternativa potrebbero bastare un’iniezione di buon senso e un pallottoliere.

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