Tutto è cominciato a Casalecchio. Era l’inaugurazione del primo ipermercato di Bologna, oggi che spuntano torri di vetro non sembra possibile. In realtà, chi c’era, dice che tutto era partito da almeno un anno, ma la discesa in campo, prima del video con la libreria, è stata proprio lì. Gli anni di Silvio Berlusconi sono il risultato di un’operazione culturale vincente, che non se ne andrà con la fine politica dell’uomo. Un mondo invecchiato per molti versi, ancora di più oggi che la storia e la tecnologia galoppano oltre l’immaginario. Di certo si può già dire che sono gli anni della politica sconfitta, degradata nelle sue Istituzioni, nei compiti, nell’immagine che ha dato alla gente. Lo specchio di un mondo centrato sull’individuo e che in un Paese egoista come il nostro, ha creato danni difficili da riparare. Se di una cosa si sente la mancanza, è proprio di politica vera, in qualche modo antica, di modelli e idee, non di icone. Forse non serve un linguaggio nuovo, basta che oltre la copertina si tentino di scrivere le pagine. Di certo la storia gioca brutti scherzi. E l’uomo che volle sconfiggere la vecchiaia, il signore del consenso, il campione del governo del Nord e della Lega, l’unico a urlare al fantasma del comunismo, che si dimette nelle mani di un signore di ottantasei anni di Napoli, vecchia colonna dell’antico PCI e che nei sondaggi lo sovrasta di quattro volte, è un incrocio del destino che dovrebbe far riflettere, oltre che sorridere.
Uscito martedì 15 novembre sul Corriere della Sera di Bologna
Ho buona memoria. Non è sempre una fortuna, il più delle volte ti costringe a tenere a mente anche quello che sarebbe meglio dimenticare. Altre, come in questo caso, consente di alimentare il ricordo e la memoria, al di là del senso letterale del termine. Quando le brigate rosse uccisero Marco Biagi ero a cena fuori. Non rientravo a casa dal pomeriggio, non avevo acceso la radio, non sapevo cosa fosse successo a pochi metri dal luogo in cui mi trovavo. Ricordo bene i giorni successivi, le polemiche, fondate o pretestuose, le frasi prive di senso sfuggite con troppa facilità. Le parole del ministro Sacconi, replica di un’analoga dichiarazione di qualche anno fa sul rischio di un nuovo terrorismo, mi hanno riportato di colpo a quella notte, alle troppe immagini di Bologna violentata e uccisa, ai silenzi, prima e dopo, alle responsabilità che avrebbero potuto evitare il peggio e mille volte avevano fatto la scelta sbagliata. Ho pensato agli “altri”, quelli per cui il ministro teme e che, dice, potrebbero non essere protetti. Ho pensato alla loro notte e ai giorni successivi e alla fine ho riletto le parole di Sacconi. Mi sono chiesto se si fosse preoccupato di denunciare, richiedere una scorta per chi si trova in pericolo, mettere in allerta il collega Maroni, attivare indagini e protezioni. Mi sono ripetuto che non voglio cadere nel cortocircuito fra dissenso, discussione politica e pallottole. E mi sono trovato, alla fine, sigillato in un pensiero folle. A chiedermi se preferivo sperare che stesse parlando sul serio oppure che la sua, in mezzo a troppe altre, fosse solo l’ultima uscita infelice della politica.
Scritto per il Corriere della Sera di Bologna del 18 ottobre, uscito di getto, sugli scontri del 15 ottobre a Roma.
Credo nelle parole e nell’ascolto, che non significa sentire. Credo nel loro significato. Credo nella forza del pensiero. Credo nelle macchine a rate, nel mutuo da pagare, nell’ultima ruota del carro, nel suo diritto di guardare avanti. Credo nella disperazione e nella speranza e credo che sia difficile sperare, se non sei mai stato disperato. Credo nella democrazia e nella sua imperfezione. Nelle regole che rincorreranno per sempre ogni loro eccezione, per diventare regole nuove, con nuove eccezioni. Credo che il migliore dei mondi possibile non esista e per questo credo nelle idee che cambiano l’imperfezione del mondo. Credo nella sacralità delle immagini sacre, anche per chi non sente nulla di sacro, anche per me. Credo che avesse ragione Pasolini e che abbia perso chi, tronfio, crede di avere vinto. Credo nella costruzione prima delle rovine. Credo che la rabbia non spunti con la pioggia, che siate analfabeti sociali e incivili e che è colpa vostra, ma anche di molti altri e non passerà domani. Credo che non sia politico bruciare una macchina. Credo che se imbracci un bastone devi mostrare la tua faccia. Se bruci un blindato devi mostrare la tua faccia. Se non pensi a chi sta dentro quel blindato, devi mostrare la faccia, vigliacco. Credo che tu sia come quello che dice che va tutto bene, che siamo vivi perché respiriamo ancora, che siamo bravi perché altri sono più cattivi, sinceri perché ci sono bugiardi peggiori. Credo nell’indignazione e nella lotta. E la vostra non lo è. Credo che indignarsi sia uno dei pochi modi rimasti per essere vivi. Io so di essere vivo. E so che voi, invece, anche doveste scoprirlo fra molto tempo, siete già morti tutti.
Il sindaco leghista di Macherio scrive una lettera al Corriere della Sera.
Basta far parlare lui.
Caro Direttore,
sono un sindaco leghista che si è stancato di mandar giù bocconi amari e si è accorto di come sia terrificante oggi il potere della Lega. Vengo da una militanza ventennale e da due anni e mezzo faccio il sindaco a Macherio. (…) Sono avvilito, incazzato, mi sento tremendamente preso in giro. (…) Ho anch’io i miei sospetti sui mille interessi della Lega, ma ormai la tenaglia probabilmente ricattatrice del premier ci sta portando alla deriva, sia come Italia che come Lega. Mi prende una profonda tristezza nel vedere traditi i miei ideali di onestà, rettitudine e coerenza di idee, tristezza che sconfina in grande delusione. (…) La Lega mi ha anche dato soddisfazioni, ma ad oggi mi diventa molto difficile continuare a «mandare giù» tutti i bocconi amari: gli ultimi, quelli su Milanese e ieri sul confermare la fiducia ad un ministro indagato per concorso in associazione mafiosa. Oltretutto un ministro che ha tradito il proprio partito che lo ha eletto a Roma per far da salvagente al governo. (…) Traditore è chi guadagna poltrone, non chi le perde. Dall’interno poi vedo troppi «furbi» che si azzuffano per le poltrone, ovviamente imbottite di stipendi, magari due, magari tre, e così via. Forse ad oggi il Potere che ha la Lega è cosi forte da imporre certe scelte, ma quando questa logica sconfina nel salvare chi fa il furbo e si arricchisce alle spalle degli altri, allora mi sento ferito nella mia dignità di uomo e di padre. (…)
Il testo integrale è qui.
La pubblica in esclusiva il Corriere della Sera.
Il testo, firmato da Trichet e Draghi, è qui sotto nella traduzione fornita dal Corriere della Sera stesso.
L’originale inglese, invece, è disponibile qui.
Francoforte/Roma, 5 Agosto 2011
Caro Primo Ministro,
Il Consiglio direttivo della Banca centrale europea il 4 Agosto ha discusso la situazione nei mercati dei titoli di Stato italiani. Il Consiglio direttivo ritiene che sia necessaria un’azione pressante da parte delle autorità italiane per ristabilire la fiducia degli investitori.
Il vertice dei capi di Stato e di governo dell’area-euro del 21 luglio 2011 ha concluso che «tutti i Paesi dell’euro riaffermano solennemente la loro determinazione inflessibile a onorare in pieno la loro individuale firma sovrana e tutti i loro impegni per condizioni di bilancio sostenibili e per le riforme strutturali». Il Consiglio direttivo ritiene che l’Italia debba con urgenza rafforzare la reputazione della sua firma sovrana e il suo impegno alla sostenibilità di bilancio e alle riforme strutturali.
Il Governo italiano ha deciso di mirare al pareggio di bilancio nel 2014 e, a questo scopo, ha di recente introdotto un pacchetto di misure. Sono passi importanti, ma non sufficienti.
Nell’attuale situazione, riteniamo essenziali le seguenti misure:
1.Vediamo l’esigenza di misure significative per accrescere il potenziale di crescita. Alcune decisioni recenti prese dal Governo si muovono in questa direzione; altre misure sono in discussione con le parti sociali. Tuttavia, occorre fare di più ed è cruciale muovere in questa direzione con decisione. Le sfide principali sono l’aumento della concorrenza, particolarmente nei servizi, il miglioramento della qualità dei servizi pubblici e il ridisegno di sistemi regolatori e fiscali che siano più adatti a sostenere la competitività delle imprese e l’efficienza del mercato del lavoro.
a) È necessaria una complessiva, radicale e credibile strategia di riforme, inclusa la piena liberalizzazione dei servizi pubblici locali e dei servizi professionali. Questo dovrebbe applicarsi in particolare alla fornitura di servizi locali attraverso privatizzazioni su larga scala.
b) C’è anche l’esigenza di riformare ulteriormente il sistema di contrattazione salariale collettiva, permettendo accordi al livello d’impresa in modo da ritagliare i salari e le condizioni di lavoro alle esigenze specifiche delle aziende e rendendo questi accordi più rilevanti rispetto ad altri livelli di negoziazione. L’accordo del 28 Giugno tra le principali sigle sindacali e le associazioni industriali si muove in questa direzione.
c) Dovrebbe essere adottata una accurata revisione delle norme che regolano l’assunzione e il licenziamento dei dipendenti, stabilendo un sistema di assicurazione dalla disoccupazione e un insieme di politiche attive per il mercato del lavoro che siano in grado di facilitare la riallocazione delle risorse verso le aziende e verso i settori più competitivi.
2.Il Governo ha l’esigenza di assumere misure immediate e decise per assicurare la sostenibilità delle finanze pubbliche.
a) Ulteriori misure di correzione del bilancio sono necessarie. Riteniamo essenziale per le autorità italiane di anticipare di almeno un anno il calendario di entrata in vigore delle misure adottate nel pacchetto del luglio 2011. L’obiettivo dovrebbe essere un deficit migliore di quanto previsto fin qui nel 2011, un fabbisogno netto dell’1% nel 2012 e un bilancio in pareggio nel 2013, principalmente attraverso tagli di spesa. È possibile intervenire ulteriormente nel sistema pensionistico, rendendo più rigorosi i criteri di idoneità per le pensioni di anzianità e riportando l’età del ritiro delle donne nel settore privato rapidamente in linea con quella stabilita per il settore pubblico, così ottenendo dei risparmi già nel 2012. Inoltre, il Governo dovrebbe valutare una riduzione significativa dei costi del pubblico impiego, rafforzando le regole per il turnover (il ricambio, ndr) e, se necessario, riducendo gli stipendi.
b) Andrebbe introdotta una clausola di riduzione automatica del deficit che specifichi che qualunque scostamento dagli obiettivi di deficit sarà compensato automaticamente con tagli orizzontali sulle spese discrezionali.
c) Andrebbero messi sotto stretto controllo l’assunzione di indebitamento, anche commerciale, e le spese delle autorità regionali e locali, in linea con i principi della riforma in corso delle relazioni fiscali fra i vari livelli di governo.
Vista la gravità dell’attuale situazione sui mercati finanziari, consideriamo cruciale che tutte le azioni elencate nelle suddette sezioni 1 e 2 siano prese il prima possibile per decreto legge, seguito da ratifica parlamentare entro la fine di Settembre 2011. Sarebbe appropriata anche una riforma costituzionale che renda più stringenti le regole di bilancio.
3. Incoraggiamo inoltre il Governo a prendere immediatamente misure per garantire una revisione dell’amministrazione pubblica allo scopo di migliorare l’efficienza amministrativa e la capacità di assecondare le esigenze delle imprese. Negli organismi pubblici dovrebbe diventare sistematico l’uso di indicatori di performance (soprattutto nei sistemi sanitario, giudiziario e dell’istruzione). C’è l’esigenza di un forte impegno ad abolire o a fondere alcuni strati amministrativi intermedi (come le Province). Andrebbero rafforzate le azioni mirate a sfruttare le economie di scala nei servizi pubblici locali.
Confidiamo che il Governo assumerà le azioni appropriate.
Con la migliore considerazione,
Mario Draghi, Jean-Claude Trichet
Uscito ieri, non senza un certo divertimento, sul corriere della sera di Bologna.
L’estate sta finendo, cantavano i Righeira. Era il 1985, c’era il vinile, Raffaella Carrà era già un idolo e Bob Sinclair un adolescente francese il cui unico nome era Christophe. L’estate sta finendo e nella Città Che Non È Mai D’accordo Con Se Stessa siamo anche contenti. Vivere di polemiche crea assuefazione e tutto questo silenzio alla fine stanca. Ricominceremo a lamentarci dell’assenza di parcheggio, ché svuotare le strade dall’orda di vacanzieri (esistono ancora?) procura l’orgasmo selvaggio dell’eccesso di offerta. Scopri strisce blu dove non avevi mai pensato che ci fossero, scegli con attenzione maniacale il punto che ti può far risparmiare qualche decina di metri. Ottieni, alla fine, il risultato insperato, impiegando il tempo che di solito dedichi alla caccia, nel rito scientifico della scelta, sostituendo la bava alla bocca con il calcolo. Un’operazione a saldo zero, direbbe il ministro delle finanze. Ricorderemo con una lacrima com’era dolce poterlo fare e sapremo lamentarci con cura sulla difficoltà di abbandonare la macchina in centro, lasciando sottointeso che il problema non sia la distanza dalle torri, ma la gratuità del servizio. Ritroveremo, come per magia, le polemiche sul Civis, l’unico mezzo pubblico a guida magnetica che se segue la guida magnetica diventa difficile da guidare. Dovremo rassegnarci a sopportare lo stress da rientro e fior di luminari ci diranno come combatterlo. Troveremo, ma ci vorrà ancora un po’, piazza Minghetti pedonalizzata e forse sapremo sentirci un po’ meno bottegai e più cittadini del mondo. Nel frattempo sarebbe carino contare i secondi che mancano alla prima voce che si alzerà contro i lavori o alle urla di strepito pronte per quando le macchine abbandoneranno la triade Rizzoli-Ugo Bassi-Indipendenza. Le opere pubbliche non potrebbero nascere con un germoglio, bisogna proprio scavare così tanto? E, santa pazienza, si deve pedonalizzare proprio qui? Siamo sopravvissuti all’assenza del concerto di Ferragosto, ma non disperiamo. Tempo qualche mese e scopriremo di esserci allenati per la polemica sul veglione di Capodanno. Nell’attesa possiamo sperare in qualche cioccolataio che decida di dedicarsi al porno e renda più pruriginoso il prossimo ciocco show. Continueremo di sicuro a stringere la cinghia, un buco dietro l’altro. A fare i conti su bollette che non tornano, a inseguire un posto al nido, un lavoro che sfugge, un figlio che non hai i soldi per fare. E a veder sfrecciare SUV, facendoci domande. L’estate sta finendo o quasi. Sarebbe carino, una volta tanto, che si portasse lontano anche certe malestagioni.
Uscito sul corriere della sera di Bologna, il 14 agosto
Piazza Maggiore, quattordici agosto. Dunque niente concerto. Sono mesi che ci giriamo intorno e alla fine eccoci qua. Niente palco, niente pubblico, siamo tutti chiesa e crescentone. La piazza deserta pare un rifiuto che sapevi di affrontare e che, fino all’ultimo, hai sperato fosse un bluff. Sembra più grande, pare impossibile che sia stata piena fino a ieri, che quello schermo cinematografico, con tutta la gente sotto, fosse davvero lì. Eppure, allo stesso tempo, il deserto di piazza Maggiore non è uno spazio vuoto. Fa parte dell’attesa e della delusione perpetua in cui Bologna vive tutto l’anno, in una catena infinita di aspettative che passano dal desiderio del grande evento ai grandi classici del cinema fino alla quiete tempestosa del ferragosto in arrivo. Di certo ci arrabbieremo, nella città in cui le polemiche non chiudono mai per ferie, per il concerto mancato, per l’evento di cui siamo orfani forse temporanei e che, da Dino Sarti a scendere, ha trasformato la città d’estate in un ritrovo simile alla sagra paesana, facendo scoprire volti di chi pensavi fosse emigrato in altri lidi, da Cervia a Copacabana. Il massimo che ci aspetta è un’anguria itinerante, un gelato, una granita o un gradino da cui guardare il niente sperando che il caldo non ti asciughi la lingua in bocca. Devo essere sincero, non mi scandalizzo per l’evento mancato e mi sembra che la piazza vuota evochi più domande che risposte. Oltre ad una certa austerità, figlia di tempi più chiari e meno convinti di essere ricchi, che in un agosto di alberi scomparsi, decreti, tagli, mercati e confusione, vorrebbe avere un barlume di chiarezza. Mi piacerebbe però che servisse, quel silenzio, a farci domande su quello che vorremmo e che, dal sedici di agosto in poi, cominceremo ad aspettare. Chiediamoci, per esempio, se abbiamo bisogno di una luce singola che richiami tutti quelli che sono rimasti a casa o di qualcosa di più articolato, che aggiunga pubblico da fuori ai forzati del lavoro e ai tanti costretti a restare digiuni di vacanze. Chiediamoci se quello spettacolo di cui quest’anno odiamo tanto il silenzio, lo vogliamo in scena solo per noi, per ricordarci chi siamo e che ci siamo o per far diventare l’agosto di Bologna qualcosa di diverso. E visto che ci siamo (che la solitudine estiva può anche favorire il ragionamento) proviamo a capire se non ci sia una parte della città che ama la Bologna d’agosto, quella del silenzio, dell’assenza di rumori, magari dei negozi chiusi presto e degli studenti tornati a casa. Una Bologna quasi lunare, da trapiantare nelle altre stagioni, per far stare zitte le polemiche, insieme ai rumori o per cominciare a lamentarci di qualcosa di diverso. Ancora una settimana e ci saremo dimenticati di tutto, il mondo riapre, l’abbronzatura sparisce e le mezze stagioni riprenderanno il loro posto nella banalità del mondo. La stessa categoria a cui, pensandoci bene, appartiene l’assenza del concerto di ferragosto. Un sipario di cartapesta dietro cui ci nascondiamo volentieri, in fuga perenne dall’unica cosa che ha davvero un senso compiuto. L’idea di quello che vogliamo mettere in scena in questa città. Quella di domani e di dopodomani. Con o senza il concerto di ferragosto.
Guardatevi intorno, prendete la prima persona che avete accanto. Un famigliare, un amico, la persona che amate, l’edicolante da cui avete appena acquistato il giornale. Ora immaginate che di colpo, senza preavviso, senza un motivo, senza che in qualche modo si potesse prevedere, svanisca. Pensate al vuoto, lì dove state guardando. Al segno dei suoi passi sul terreno, su una spiaggia, se siete in vacanza. Orme che si interrompono, fisse come il ricordo di un giorno felice che non siete più sicuri di aver vissuto. Svanire nel nulla. E non sto parlando di qualcuno che decide di abbandonare il mondo e progetta una fuga nei minimi dettagli. E neppure di un delinquente, costretto a inventarsi una vita e un nome diversi, per sfuggire alla pena che sa di dover scontare. Non ho in mente un anziano che perde la memoria, non penso al frutto di una malattia degenerativa che corrode i sentimenti e i pensieri, che stacca i fili che legano agli affetti e svuota l’esistenza di gioie, dolori, felicità e preoccupazioni, in una forma malata di democrazia del Nulla. Penso a una vita che, di colpo, perde il corpo in cui viveva. Maria Fresu è svanita nel nulla, come avete immaginato di vedere svanire la persona del nostro esperimento. Non è rimasto un corpo, non c’è una salma che si possa piangere. La bomba l’ha spazzata via. È oltre la morte, oltre l’omicidio, oltre la barbarie folle o razionale che trentuno anni fa ha deciso di far esplodere la sala d’aspetto di seconda classe. Anche per lei, ogni anno, ogni giorno dell’anno, testardi, bisogna ricordare. Di Maria non è rimasto altro. Solo il pensiero, i ricordi, la memoria di chi sa che è esistita e di chi non smette di ricordare a tutti quello che è accaduto trentuno anni fa, sabato 2 agosto 1980, alla stazione di Bologna.
Uscito oggi sul Corriere della Sera di Bologna