mi trovi su
LinkedIn   Twitter   facebook

leggo
di cosa si parla
prima
tag
se sei pigro
Le espulsioni dalla Lega e la coperta corta

Sarò pignolo.
La montagna del consiglio federale post ramazze, ha partorito il topolino delle espulsioni.
Chissà, forse è colpa della ramazza o della paletta della spazzatura, non abbastanza capiente.
Fatto sta che il calcio in culo della saggina ha colpito Rosy Mauro e Francesco Belsito.
La motivazione ufficiale dell’espulsione della Mauro è il rifiuto a obbedire alla richiesta di dimissioni.
Non si è dimessa, quindi la cacciano.
Perfetto. E Belsito?

Il secondo atto della tragicommedia in salsa verde è una coperta corta in perfetta regola.
Se le espulsioni sono la conseguenza delle mancate dimissioni, allora Belsito doveva essere salvato.
Se, secondo logica, le dimissioni sono la conseguenza dello scandalo, allora all’elenco degli espulsi manca qualcuno.
A essere ferrei, nella logica della ramazza che spazza la polvere, la famiglia Bossi al completo avrebbe dovuto seguire il destino di Mauro e Belsito.
Come minimo manca Renzo Bossi.
Per lui sono bastate le dimissioni dal Pirellone.
O la giustificazione del babbo.

Tutti gli animali sono uguali, ma alcuni sono più uguali degli altri

12 aprile 2012 7:52 pm
La Lega, il rinnovamento e le belle parole

Qualche settimana fa, con un amico, facevamo una considerazione banale.
Quasi sempre le cose sono come sembrano.
E’ il primo pensiero che ho avuto ieri sera, alla prima (credo ne seguiranno altre) seduta dello psicodramma della Lega.
Una scena che sta mescolando, con risultati imprevedibili, realtà e fantasia, aspettative deluse e rabbia.
Una scena che rimbalza, con pericolosi effetti per l’incolumità, fra i due piani di questa vicenda. Quello politico e quello penale.

Appropriazione indebita, riciclaggio, rapporti pericolosi con la criminalità organizzata.
I reati sono più o meno quelli e si dovrà verificare se sono stati commessi, da chi e in che misura.
L’inchiesta si è allargata ed è facile pensare che quello salterà fuori confluirà in uno di quei capi d’accusa.

Poi c’è la politica.

E’ difficile non vedere le differenze di trattamento, in queste ore.
Rosy Mauro, per esempio. La puttana, secondo la gentile definizione dell’orgoglioso popolo di Bergamo. O la terrona (della provincia di Brindisi), visto che Maroni, in una foga di nuovo che avanza, ha sperato che il sindacato padano possa essere finalmente retto da un padano vero.
Ecco, nel sentir ricondurre tutto alla terra e alla provenienza, ho fatto per la prima volta il pensiero di cui sopra.
Stanno cercando di dire che la Lega è nei casini per colpa dei terroni. La Mauro, appunto. E l’innominabile moglie di Bossi.
La donna del capo, a cui non puoi dare della puttana o della terrona, ma che mi è sembrata il convitato di pietra della festa della ramazza di Bergamo. In qualche modo l’ha evocata anche il marito, “ho cresciuto male i miei figli”, ha detto. Solo io ho pensato alla madre?
Riferire tutto alla famiglia di Gemonio,  in più, mi sembra il tentativo di ridurre la faccenda a un caso domestico. La signora Bossi che fa la cresta sulle spese del partito, per il bene dei congiunti.
Carino, quasi onorevole, ma non è così.

E qui arrivano le vergini.

Quando è scoppiato l’affare Lusi, gli occhi si sono puntati immediatamente verso Francesco Rutelli e la Margherita.
Ci si è chiesti se fosse possibile mettersi in tasca quella quantità di denaro senza che nessuno se ne fosse accorto. Poi si è scoperto che qualcuno, in qualche modo, aveva dei dubbi. Che ha cercato di condurre la sua battaglia all’interno del partito e quando è uscita la verità non si è sorpreso.
Peccato non abbia mai pensato di fare un giro in procura, sarebbe stato meglio.
In casa Lega sta succedendo la stessa cosa.
A quanto si legge nelle carte e sui giornali, tutti sapevano tutto. L’autista di Bossi jr filma il suo passeggero di nascosto, con tanto di introduzione che spiega cosa sta accadendo, nella migliore tradizione delle candid.
L’impiegata amministrativa fotocopia le fatture da nascondere e si porta a casa una contabilità parallela da paura.
Ci sono intercettazioni che parlano di terrazzi e ristrutturazioni, di Audi e Smart, di vacanze e cliniche, di appartamenti e eredità. Una compravendita di lauree e diplomi da far ragionare di altri filoni di indagine (ma le lauree si comprano? i diplomi si comprano?)
Tutto il circo che sta uscendo con precisione, racconta di un sistema che si svolge quasi alla luce del sole. Talmente in superficie che, appunto, è lampante anche per gli impiegati.

Castelli dice di aver avuto dei dubbi un po’ di tempo fa e si comporta allo stesso modo dei margheritini.
Ora Maroni dice che Bossi è stato raggirato.
Solo lui? Non è troppo facile?
Non è troppo semplice pensare che tutto questo sia il frutto di una faccenda a metà fra Macbeth e Re Lear? Una moglie (meridionale) che si approfitta dei problemi del marito e che grazie a qualche spregiudicato sodale, fra cui un’altra donna (“puttana”, dicono e terrona) ripulisce le casse pro domo sua?
La Lega è il terzo partito d’Italia. E’ pensabile che nessuno se ne fosse accorto? Che nessuno avesse annusato l’aria? Che nessuno si fosse chiesto da dove arrivavano le risorse per i Bossi? Che Belsito avesse certe frequentazioni senza che si alzasse neppure un dito? Che lo avessero capito le segretarie, gli impiegati, gli autisti, i militanti e non lo stato maggiore?

A ben guardarci, era già tutto scritto. E quel pensiero da cui ho iniziato aderisce alla perfezione a ogni cosa, rende lo scaricabarile sui Bossi – al di là delle colpe – ancora più meschino.
Uno scaricabarile  perpetrato con astuto buonismo e una quantità indecente di politicamente scorretto.
Del grande capo non si può parlare male, la Lega non è mai stata democratica. La Lega è Bossi, la Lega e il PDL sono gli ultimi partiti stalinisti del mondo. Così si insinua, lui fa una mezza abiura, il popolo lo inneggia, accenna a fischiarlo quando spunta la parola complotto, è pronto alle offese in perfetto stile leghista (puttana e terrona), esalta il nuovo che avanza e dimentica o finge di dimenticare che era tutto sotto gli occhi di tutti e che fin dall’inizio ci sono state le parole e i fatti.
E che, in quelle parole e in quei fatti, era preparato il copione che si sta svolgendo.
Perché la candidatura di Renzo in regione è stata accettata e premiata dal voto. Rosy Mauro vice di Schifani l’abbiamo vista tutti, anche loro.
Le leggi di Silvio, così contrarie allo spirito leghista, sono stati puntualissime.
Ed è stato votato, in perfetto stile, che una minorenne extracomunitaria senza permesso di soggiorno e prostituta era la nipote di un capo di stato straniero.
C’è qualcosa di meno leghista?
E la base, in tutto questo tempo, dov’era? E dov’è, adesso?

Così, ora, mi riesce difficile credere alle vergini. Al “non lo sapevo”, al “Bossi è stato raggirato”.
E’ un po’ come parlare di Padania. Roba a buon mercato, che non costa nulla, non vuol dire nulla, mette la polvere sotto il tappeto e riempie la bocca all’elettorato.
Ammesso che voglia ancora bersela.

Del resto, se si pensa alla tangente Enimont, è così sorprendente quello che sta succedendo?

11 aprile 2012 2:27 pm
Bossi (jr) si è dimesso

“Mi dimetto senza che nessuno me l’ha chiesto”. La latitanza del congiuntivo è meglio di una firma. Renzo Bossi

09 aprile 2012 12:55 pm
categorie: italia,segnalazioni
tag: ,
Le dimissioni di Bossi e l’onore delle armi

Mi riesce difficile l’onore delle armi.
Chissà, forse manco di carità cristiana o di compassione, magari non sono in grado di provare pietà, non in questo caso.
Non con Umberto Bossi.
E non è la ferocia che si scatena troppo spesso contro chi è stato sconfitto. Non è nemmeno la soddisfazione di vedere realizzato un contrappasso – la Lega di Roma ladrona che finisce travolta da giro truffaldino di soldi.
E’ soltanto che non credo che quello che sta accadendo meriti compassione o onore.

E’ vero, Bossi si è dimesso. Un gesto, ho sentito dire, che non fa più nessuno.
Ho già scritto molte volte che la colpa è di noi elettori, disposti a condonare qualsiasi magagna, ma mi preme ricordare che qualcuno si è anche dimesso.
L’ex sindaco di Bologna, per esempio. In una faccenda, che in millesimo, ha qualcosa in comune con questa.
Penati, tanto per fare un altro nome. Davide Boni, se vogliamo rimanere in casa Lega.
Non è vero che nessuno si dimette.
E non dimentichiamo che stiamo parlando di reati.
Non è la fine politica di un uomo sconfitto dalla malattia, che decide di arrendersi dopo anni di onorata carriera.
Sono le dimissioni del segretario del terzo partito d’Italia, causate da un’inchiesta che mette in mezzo il suo partito, i suoi figli, la moglie, il segretario amministrativo e alcuni esponenti di primo piano. Un giro di soldi enorme che dal finanziamento pubblico finivano nelle tasche di famigliari e famigli, con odore di riciclaggio e contatti con la criminalità organizzata.
Già questo, per quanto mi riguarda, mette da parte l’onore delle armi.
In più, ci sono le aggravanti. Di ordine politico, ma non solo.

Abbiamo sentito per vent’anni i peana legisti sulla moralità della politica, sullo stato centrale che ruba, sugli sprechi e le prebende, su famigliari e amici piazzati in posti pubblici. Li abbiamo sentiti ringhiare da Tangentopoli, con tanto di cappi e lazzi più o meno civili. E ora, quando la pentola si scopre e salta fuori la versione di Roma ladrona in salsa leghista, dovrei impietosirmi? Ora che si scopre che il problema non era la famiglia, ma la famiglia di chi, dovrei rendere l’onore delle armi?
No, grazie.

Ho sopportato il razzismo, quello strisciante e quello manifesto. L’odio contro i terroni prima, gli immigrati poi.
Ho sopportato di sentir tuonare contro l’immigrazione clandestina per un decennio. E la legge in vigore si chiama Bossi-Fini.
Ho sopportato il disprezzo per il diverso, per l’omosessuale e il maghrebino, il sessismo e la dura legge del celodurismo.
Ho sopportato di vedere alimentare il fuoco dei peggiori istinti di questo Paese furbo e rancoroso e ora dovrei render l’onore delle armi?
No, grazie.

Ho visto salvati con il voto leghista delinquenti grandi e piccoli.
Ho visto tenere al caldo Nicola Cosentino e Marcello Dell’Utri.
Ho visto respingere il decreto di scioglimento di Fondi.
Ho visto ignorare gli affari di Verdini e Carboni, con la stessa solerzia con cui si ringhiava contro i rumeni bestie assassine e dovrei rendere l’onore delle armi?
No, grazie.

Ho provato il governo della Lega sulla mia pelle e sentito pontificare sulla differenza, su chi era lì per il volere del popolo, per rendere giustizia agli ultimi, per ripulire la schifezza, perché ognuno fosse padrone a casa propria, nel proprio cortile. Magari blindato. E ora che ho scoperto che per casa si intendeva quella di Gemonio, dovrei rendere l’onore delle armi?
No, grazie.

Stare dall’altra parte del tavolo, è difficile, lo capisco.
Essere la destinazione degli urli e non l’urlatore, non fa piacere.
Ma non provo niente, se non qualcosa che assomiglia alla tristezza per l’uomo potente che si circonda – in famiglia e fuori – di personaggi simili.
In vent’anni di carriera politica Umberto Bossi non ha ottenuto nulla.
Non il federalismo, non la secessione, non la fantomatica Padania. Una maggiore invasione dello Stato e non la ritirata. La crescita della pressione fiscale e il sostegno alla peggiore classe politica dell’Italia repubblicana. L’orlo del default. La salvezza per chiunque abbia avuto la ventura o il merito di arrivare a uno scranno parlamentare. Non importa di quale reato fosse accusato.
Devo a Umberto Bossi l’occhio chiuso sugli affari di Berlusconi, la presenza di Borghezio, di Calderoli. Il trivio da osteria diventato discorso politico, il dito medio e gli insulti a giornalisti e colleghi, il disprezzo verso qualsiasi cosa fosse diverso dal verde leghista. La xenofobia, la cultura trattata da rifiuto solido urbano.
Devo a Umberto Bossi la gestione democristiana del potere, il tirare a campare per non tirare le cuoia, l’occupazione dei posti di cui si denunciava l’occupazione, le urla sguaiate che coprivano il nulla, la commedia degli equivoci calata sui ministeri di Roma, conquistati e tenuti a forza.
Devo a Umberto Bossi un pezzo dell’Italia di oggi.

E devo a me stesso due ricordi.
Il primo è un giovane Bossi che ammette davanti a Antonio Di Pietro di aver intascato un pezzo (minuscolo) della maxitangente Enimont.
Erano in parlamento da pochi anni. Erano in parlamento per la pulizia della politica e la libertà del nord.
Si è visto come è andata a finire.

Il secondo è di questi giorni.
E sono i fatti contestati all’ex segretario leghista.
Bossi non se ne va per una sconfitta politica, non se ne va per malattia, non se ne va per raggiunti limiti di età o per un cambio di rotta del suo partito.
Se ne va perché lui, la sua famiglia, il suo partito, sono accusati di reati. E reati gravi.

Se permettete faccio ancora la differenza.
Non pretendete che la mia educazione si spinga fino alla pietà.

06 aprile 2012 2:06 pm
categorie: italia
tag: ,
Bossi si è dimesso

Chi, io? Proprio sicuro?

05 aprile 2012 4:19 pm
Sua insaputa

Eccone un altro.
Bossi: “Denuncerò chi ha usato i soldi della Lega per sistemare la mia casa
A tua insaputa anche tu, Umberto? Come uno Scajola qualunque?

04 aprile 2012 8:40 am
Premiata Famiglia Bossi

Se fosse vero, sarebbe una coppia di contrappassi davvero notevoli.
La Lega ladrona che ruba per la famiglia del capo.
E i fustigatori dei terroni invischiati con la’ndrangheta.
Della serie “tengo famiglia”, in ogni senso.

Berlusconi, nel frattempo, commenta: “Umberto è innocente”.
Nessuno ha osato chiedere se dalle accuse o perchè il fatto, secondo B, non costituisce reato.

03 aprile 2012 4:40 pm
Da Caselli all’art.18 – Piccole follie e stupide dimenticanze

1.
Comincio dall’argomento che mi preme di più.
Sto con Giancarlo Caselli, senza nessun dubbio.
Posizione che, lo premetto, non ha nessun punto di contatto con la TAV.
Mi chiedo fino a che punto chi impedisce a Caselli di parlare faccia parte del movimento o ne stia usando il nome.
Mi chiedo cosa ci sia di democratico nell’impedire a un magistrato di parlare a una manifestazione dell’ANPI. Mi chiedo se, età anagrafica permettendo, quegli stessi democratici che cercano di tappare la bocca a Caselli non facessero parte dei suo sostenitori all’epoca di Palermo o non lo considerassero un esempio da seguire e sostenere quando tuonava, giustamente, contro le proposte di legge sulla giustizia del precedente governo.
Un simbolo, è un simbolo solo quando è d’accordo con te? Può diventare un avversario un istante dopo? Un nemico, un minuto dopo?
E, per favore, non tiriamo in ballo i partigiani. Rischiare la ghirba contro fascisti e nazisti era una forma di Resistenza un po’ diversa. E chi ha rischiato la pelle settant’anni fa lo ha fatto per restituire a tutti la liberà che mancava. Anche quella di esprimere le proprie opinioni.
Si chiama democrazia.

2.
Sentire la Lega che difende l’articolo 18 mi fa uscire dai gangheri.
Non perché non sia felice della posizione, ma perché poggia la sua protesta sulla dimenticanza folle e colpevole di chi ascolta.
Nel 2002, quando il governo Berlusconi tentò di mettere le mani sull’articolo 18, il ministro del lavoro era Roberto Maroni.
Qualche mese fa, quando il ministro del lavoro Sacconi spiega che “l’art.18 è un freno all’assunzione”, la Lega è al governo.
Ed è ancora al governo a novembre del 2011, quando lo stesso Sacconi dice che riformeranno l’art.18 perché “c’è un pezzo d’Italia fortemente resistente che traduce in contrapposizione ideologica cose estremamente semplici”.
Non mi risulta nessuna presa di posizione, nessun contrasto, nessuna dichiarazione contraria.
Fa piacere scoprire che in soli tre mesi hanno cambiato idea.

3.
Allo stesso modo è divertente sentire chè è possibile l’espulsione dal PDL.
Alfano ne ha cacciati 14, colpevoli di aver aderito alla lista Tosi, per le amministrative di Verona.
E cacciare qualche condannato per mafia? I giovani del PDL lo hanno chiesto già nel 2010, all’epoca della condanna di Dell’Utri.
La risposta non mi pare sia stata positiva. Peggio Tosi di Stefano Bontate?

4.
L’ultima, in ordine di tempo, è la proposta di legge elettorale. Il parto di un pomeriggio merita miglior risultato.
Ognuno per sé, niente coalizioni, un candidato premier a cranio e poi si vede.
Tanto non c’è scritto da nessuna parte che il candidato che hai scelto debba diventare presidente del consiglio.
Quello che mi stupisce della politica – e che non smette di stupirmi – è la facilità con cui non si occupa di quello che accade fuori.
In un periodo in cui gli elettori gradiscono poco i loro rappresentanti, questa è sicuro la legge migliore.
Si decide dopo, a scrutinio finito. E’ noto, per un elettore del PD, per esempio, è indifferente sapere se il partito si metterà con Casini o Vendola…
Se per restituirmi le preferenze, dovete togliermi la possibilità di scelta, allora mi tengo il Porcellum.

28 marzo 2012 8:46 pm
Copyright © 2011 Patrick Fogli - Tutti i diritti riservati - Credits -
Submit Blog & RSS Feeds Blogs lists and reviews