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Trattative e verità

Vorrei parlare della sentenza Tagliavia.
Vorrei parlare di trattativa.
Vorrei parlare della differenza fra insinuazione e precisione.
Vorrei parlare dell’inutilità e della follia di far parlare in televisione il figlio di Bernardo Provenzano.
Vorrei parlare della vera pagina fondamentale di Servizio Pubblico di ieri sera, le parole di Agnese Borsellino, il nome che ha fatto.
Vorrei parlare degli occhi di Salvatore Borsellino.
Vorrei parlare di come mi piacerebbe sentir raccontare quella storia. E non sto parlando di verità o menzogna, ma di comprensione.
Vorrei che chi ha la possibilità di dire i nomi che mancano, smettesse di insinuare e cominciasse l’elenco.
Vorrei parlare di molte cose.
Ma non ora. Non adesso. Non in questo momento.

Ci sto pensando da giorni, settimane. Ho cancellato e riscritto mille volte un post.
Ho girato intorno a tutti i pensieri, alle parole dette e sentite, alle facce che me le hanno detto, agli sguardi, ai silenzi.
Ancora, però, non ce la faccio.
Dovrei essere meno arrabbiato.
La realtà, questa realtà, per poter essere raccontata, va purgata dalla rabbia.

16 marzo 2012 2:43 pm
Bossi, Monti, la mafia e le minacce di morte

1. “Monti rischia la vita, al Nord lo faranno fuori”.
2. “Ha riempito il nord di mafiosi”.

Se la risposta non fosse troppo facile, aprirei volentieri un concorso per farvi indovinare chi ha pronunciato le due amenità qui sopra.
Bossi, è ovvio.
Aveva ragione Giulio Cavalli, ieri su twitter. “Ci rubano il lavoro di scrittura. Nello scaffale della demenza, però.”

Prima di scriverci sopra, ho rivisto il video. Il TG de La7, oggi, lo ha mostrato integrale e non ho potuto fare a meno di chiedermi cosa sarebbe successo, nell’Allegro Paesello, se i telegiornali di ogni ordine e grado avessero seguito la stessa linea, nei fulgidi anni arcoriani.
A parte questa considerazione, però, ce ne sono altre due che mi nascono spontanee.

Se una persona qualunque si permettesse di dire una frase come la numero uno, il rischio di trovarsi la DIGOS fuori di casa sarebbe notevole.
Al senatore Bossi, sarebbe il caso di spiegare la differenza fra opinione politica, minaccia e istigazione a delinquere. Magari i fonemi ne trarrebbero giovamento.
In aggiunta, sarebbe ora di smetterla di parlare in nome del Nord. Se non riesci a trattenere il neurone impazzito, almeno trattalo ad uso personale.

Per quanto riguarda la frase numero due, la risata è quasi d’obbligo.
Che la Lega parli di mafia al Nord non può che far ridere. Salvare indagati per associazione mafiosa con stock di voti parlamentari segreti è uno dei cavalli di battaglia della pattuglia in camicia verde. E nessuno si è scandalizzato quando è stato nominato Saverio Romano o si è trattato di discutere delle amicizie particolari di Marcello Dell’Utri.
Sembra quasi che la sensibilità leghista sull’infiltrazione mafiosa si misuri in termini di ministri e sottosegretari.
In scala inversamente proporzionale.

Di certo una cosa il Bossi l’ha imparata bene, dal suo ex (?) sodale. Smentire quello che non si può smentire.
Qualche ora dopo l’amena uscita ha dato la colpa ai giornalisti. Anche quello un vecchio trucco.
All’epoca della carta stampata avrebbe potuto funzionare.
Oggi è più difficile. Il video della dichiarazione originale è qui sotto.

06 marzo 2012 2:48 pm
categorie: italia,segnalazioni
tag: , , ,
Via d’Amelio: la revisione del processo e un romanzo

Non voglio il silenzioNon voglio il silenzio compie otto mesi.
Lo fa qualche giorno dopo la richiesta ufficiale del procuratore capo di Caltanissetta di revisione dei processi sulla strage di via d’Amelio.
Ci sono sette ergastoli in quelle sentenze e mille pagine di memoria in cui si racconta di depistaggi a vario livello, di indagini inquinate, di una verità messa insieme per non disturbare il manovratore, perché non ci si facessero domande, perché tutto, alla fine, potesse puntare dritto solo verso i cattivi, i mafiosi.

Leggere le pagine dei giornali, i documenti, le testimonianze, le carte, le rivelazioni uscite in questi ultimi tempi, continua a farmi impressione, anche dopo aver scritto quel libro.
Lo fa soprattutto oggi, quando l’aria che tira sembra così simile a quella di allora, ma potrebbe non esserlo affatto.
Otto mesi dopo, con un romanzo nuovo ormai finito, quella storia non se ne va, non voglio che se ne vada.

E sapere di aver scritto, nero su bianco, tutto quello che leggo sui giornali non mi fa sentire meglio.
Io e Ferruccio Pinotti abbiamo fatto soltanto un lavoro molto semplice. Leggere quello che è scritto nelle carte, leggere quello che era scritto sui giornali.

E farsi domande.

Se avete voglia di qualche dettaglio, Repubblica tenta di riassumere l’inchiesta sulla trattativa, linkando anche articoli di quei giorni del 1992.
Giuseppe Pipitone, su 19luglio1992, ricorda le dichiarazioni di Giovanni Tinebra, il procuratore che primo indagò su via d’Amelio e che potrebbe essere nominato a capo della procura di Catania.
E qui sotto, dalla scorsa edizione di AnnoZero, l’intervista a Alfonso Sabella, uno che sa di cosa parla. Che va ascoltato.

Lotta alle cosche senza attenuanti

Uscito ieri sul Corriere della Sera di Bologna

Modena. Bologna. Milano. Reggio Emilia. Provate a fare un gioco, quasi un sondaggio. Chiedete a una decina di persone tre nomi di città da associare alla parola mafia. A meno di coincidenze astrali fortuite, non sentirete nominare nessuna di quelle.  La mafia, al nord, non esiste. E a rifletterci un po’, già questa frase dovrebbe far pensare, perché non è altro che una precisazione locale di un’espressione molto più famosa, la mafia non esiste. Noi non siamo mafiosi, non siamo infiltrati, possiamo stare tranquilli. Nel Paese delle Favole che siamo diventati, la divisione fra buoni e cattivi è netta. Un mafioso, vive a pane e cicoria, in un casolare abbandonato. Al più possiamo immaginare un Tano Cariddi, che manovra soldi nel suo bel doppiopetto, ma sempre al riparo in un antico palazzo nobiliare dalle parti di Palermo. La beffa più grande che il diavolo abbia mai fatto, diceva un famoso film, è stato convincere il mondo che non esiste. Infatti la realtà dice una cosa diversa. È di questa settimana l’operazione Marte, che ha coinvolto tutta la regione. Una cosca calabrese dietro a un traffico non male di stupefacenti. E non era la prima volta. Dice Antonio Nicaso che l’Emilia è il salvadanaio delle cosche calabresi. Il ragionamento è lo stesso che fa Borsellino nella sua ultima intervista. Eppure continuiamo a non crederci. Ci riempiamo la bocca con la parola eroe e ignoriamo con attenzione l’esempio che il passato dovrebbe insegnarci. Siamo un Paese di piccole illegalità diffuse, di pagamenti in nero, di singoli e all’apparenza innocui comportamenti mafiosi, gente che smarrisce volentieri il proprio senso civico, che urla con facilita all’ingiustizia subita senza preoccuparsi della propria prepotenza o illegalità, in un corto circuito di rabbia, indignazione e auto assoluzione perpetua, alla ricerca continua di una giustificazione a tutti i nostri comportamenti. La prima omertà la portiamo a spasso con la nostra vita, tutti i giorni. Il silenzio di chi non vuole farsi domande, di chi pretende di essere rassicurato e ha rinunciato a pensare. Forse, un primo passo, potrebbe essere cancellare una banalità con un’altra. La mafia al nord esiste. È qui e noi siamo le prede. E non si combatte solo arrestando la sua mano militare, ma chi ricicla i soldi, chi decide di investirli e trasformarsi in socio. È pericoloso depenalizzare i reati finanziari, perché sono quelli che nascondono riciclaggio e capitali illeciti. Ed è folle abdicare alle nostre responsabilità di cittadini. Il Paese delle Favole è la prima realtà di cartapesta che bisogna rifiutare, ciascuno nel suo piccolo. Per quanto vogliamo crederci assolti, siamo, ogni giorno e senza attenuanti, i primi a essere coinvolti.

30 maggio 2011 6:08 pm
Maroni

Dice Roberto Maroni che nelle liste dei sindaci ci sono molti candidati impresentabili e che ci vorrebbe un intervento legislativo. Vero.
Speriamo che lo dica presto anche al ministro dell’Interno.

06 maggio 2011 4:05 pm
A modo mio (2)

A Bologna c’è la ndrangheta. L’operazione è di una decina di giorni fa, i quotidiani ne hanno parlato. Sequestrati immobili – anche un albergo -, automobili, società. Scopo del gioco, mettere le mani, attraverso insospettabili prestanome, sul mercato immobiliare. Se non fosse stato ucciso un paio di mesi prima, sarebbe finito dritto nell’inchiesta anche un referente del clan Mancuso, scarcerato dopo aver passato i domiciliari al Baglioni. A Bologna c’è la ndrangheta. E sarebbe meglio evitare di cadere dalle nuvole sulle mani della criminalità organizzata che si allungano al nord. Anche a voler considerare cassandre i magistrati che da anni raccontano una realtà evidente, gli esempi si sprecano. A Reggio Emilia il presidente della camera di commercio Enrico Bini lo dice da un bel po’ di tempo, rischiando del suo. E sarebbe sufficiente vedere uno degli spettacoli di Giulio Cavalli per capire che anche a Milano le cose, da tempo, non sono diverse. In un passato che pare lontano secoli Giovanni Falcone invitava a fare attenzione perché Cosa Nostra si stava quotando in borsa. E la vicenda Sindona – vecchia di trent’anni – dovrebbe ricordare qualcosa. Invece no. Nella nostra beata illusione di cittadini del nord continuiamo a considerare la criminalità organizzata un problema regionale – siciliano, campano, calabrese -, quasi una vicenda di folklore. Senza capire – o capendo anche troppo bene – che la finzione di realtà in cui ci chiudiamo, nella sciagurata e ignorante illusione che ci renda immuni, è solo una faccia diversa dell’omertoso silenzio in cui, da sempre, le mafie di tutto il mondo riescono a prosperare.

Corriere della Sera di Bologna, martedì 19 aprile 2011

21 aprile 2011 9:10 pm
Per Enrico

Da qualche tempo, come un cambio di stagione, si parla spesso di infiltrazione della criminalità organizzata al nord. Chi ascolta la denuncia di turno, lo fa a volte con un tono di sorpresa o di sdegno, quasi fingendo l’aria indifferente di chi si trova in pubblico a indossare una camicia non proprio fresca di bucato.
“La mafia non esiste”, dice Marcello Dell’Utri in una famosa intervista a Piero Chiambretti. “Esiste un posto dove lei va a bussare e dice: permette? Qui è la mafia? Chi è il direttore generale?”
Non fosse un discorso serio, ci sarebbe da ridere.
E d’altra parte, a dare retta alle dichiarazioni pubbliche, ha ragione lui. Almeno con un sottile distinguo. La mafia al nord non esiste. Come se fosse un problema geografico o culturale. “La mafia è un modo di pensare”, dice sempre Dell’Utri nella stessa intervista. La gente della nostra terra non ha quella mentalità, ho sentito in questi giorni e mi scuso per la parafrasi.
Un anno fa, proprio di questi giorni, stavo lavorando alla realizzazione di qualcosa che ancora non aveva una forma definita.
Qualche mese dopo l’abbiamo chiamata Duemiladieci.
In quel programma la parola mafia abbiamo deciso di metterla in prima fila.
Il tentativo era quello di occuparsi di criminalità organizzata lasciando parlare chi la mafia, la ‘ndrangheta, l’ha guardata negli occhi senza abbassare lo sguardo o voltare le spalle. Gente a cui è cambiata la vita e che, magari, non l’aveva neppure messo in conto.
Era l’unico modo che ci sembrava possibile. L’unico che avevamo, in quel momento, per dire con chiarezza da che parte stiamo.
Uso il plurale perché l’orgoglio di quello che è stato realizzato, in questo Paese in cui la cultura e la legalità sembrano costrette alla latitanza, è di tutti quelli che hanno contribuito a far sì che la follia di un progetto diventasse la realtà di un istante.
Su quel palco di Duemiladieci, insieme a Nicola Gratteri e Antonio Nicaso, a fianco di Giulio Cavalli – una delle dimostrazioni viventi che le parole fanno davvero paura – c’era Enrico Bini.
Era il nostro modo per dire che siamo con lui.
Ancora oggi.
Qui e ora.
Perché il tempo delle mezze frasi è finito, le insinuazioni sanno di rancido e i “ma anche” non hanno mai spostato di un centimetro la bussola delle cose.
Perché chi ci mette la faccia va sempre aiutato e sostenuto.
Perché le mafie si nutrono di distinguo e facili ironie.
Perché ci sono equilibri molto instabili e bisogna prendere posizione.
Perché fissare in certi sguardi e avere la forza di raccontarlo, denunciarlo, urlarlo a tutti quando molti fingono di non vedere, è una delle basi su cui dovrebbe fondarsi la convivenza di una comunità civile.
Perché la cultura della legalità è importante, ma c’è molto altro.
C’è la paura nella legalità. Troppa, ancora. E l’indifferenza della legalità, fatta di piccole speculazioni, di parole dette male che solo a sentirle pronunciare ti viene voglia di cacciarti un dito in gola e vomitarle lontano.
La mafia, al nord, c’è.
E bisognerebbe ripeterlo, invece di preoccuparsi di piccole o grandi manciate di voti. C’è da prima dei morti di ‘ndrangheta di Reggio Emilia, da prima che si sparasse anche una sola pallottola in qualunque posto con un accento simile al nostro.
Fare finta di niente non cancella il passato, non cambia il presente, non mette in moto qualcosa che serve a migliorare il futuro.
Forse, per ottenere un risultato, basterebbe ripartire da un po’ di verità.
Ammettere che abbiamo sperato di essere immuni, che non siamo stati in grado di capire che i cattivi, quelli veri, non si presentano con la pistola o il fucile, ma sono intestatari di un conto corrente con saldo a nove zeri. E indossano un completo di sartoria, invece della coppola.
Bisognerebbe ricordarsi che non va tenuto d’occhio soltanto il traffico di droga o l’usura, ma la gestione della logistica, l’edilizia, i trasporti, lo smaltimento industriale dei rifiuti. Rendersi conto che l’infiltrazione non è solo geografica, ma prima di tutto economica, nell’economia legale e si combatte anche aiutando chi l’ha vista, l’ha denunciata, chi ha fatto nomi, cognomi e ragioni sociali, chi si è fatto domande e ha cercato risposte, chi ha continuato a insistere, malgrado la corrente contraria.
Per questo c’era quel palco. E non era un piedistallo, sia chiaro.
Per questo su quel palco c’era Enrico Bini.
Educare alla legalità vuol dire anche stare al fianco di chi, in nome di quella legalità, lotta, si espone, rischia. Anche di questo l’organizzazione di Duemiladieci è orgogliosa.

E non è sempre così difficile.

Potrebbe riuscirci perfino la politica.

20 dicembre 2010 3:11 pm
Parole parole parole (che cosa sei)

Ieri sera, dopo lunghe e ripetute richieste, il ministro dell’interno ha letto la sua bella lista a Vieni via con me.
L’elenco di tutti i modi in cui si combattono le mafie. Sottintendendo il governo in carica.
Sarebbe bello che qualcuno potesse andare a leggere un’altra lista. Quella delle cose che la politica ha fatto in questi anni per favorire le mafie.
Leggi che hanno a che fare con l’economia, per esempio. Condoni, rientri di capitale, calo delle pene per i reati finanziari.
La criminalità organizzata non tiene i soldi sotto il materasso. Quanto meno usa quello di una banca o di un’azienda.
Le mafie si combattono, signor ministro, chiudendo i canali del riciclaggio. Andando a cercare i soldi insieme ai latitanti. Mettendo le manette ai colletti bianchi prima ancora dei soldati che puzzano di cicoria. Chiudendo con un tappo le fonti di finanziamento, insieme ai fucili. Nella sua lista, sarò distratto, non l’ho sentito dire.
Per quanto mi riguarda, ci sono alcune cose che non mi tornano, al di là delle belle parole, dell’audience, della vetrina televisiva e dei latitanti arrestati su cui la politica (di qualunque segno) farebbe bene a non montare sopra.

1.
Il 2 aprile del 2009 il ministro dell’Interno, lo stesso che ieri era in prima serata, viene ascoltato dalla commissione antimafia.
Ne dà notizia il sito del Senato. Circa un mese e mezzo dopo il ministro risponde alla Camera a un’interrogazione di una deputata del PD.
E dice
“Nel mese di febbraio di quest’anno, ho inviato alla Presidenza del Consiglio una mia relazione con allegati tutti i documenti per chiedere che il Consiglio dei ministri deliberasse lo scioglimento del Comune di Fondi. Sono convinto che questa deve essere la decisione del Governo. Il Consiglio dei ministri ha preso atto della mia richiesta e ha organizzato la discussione su questo tema secondo i tempi definiti dalla Presidenza del Consiglio, non certo dal ministro dell’interno [...] per quanto mi riguarda non ci sono ostacoli a che in una delle prossime sedute il Consiglio dei ministri torni ad affrontare la questione e decida in un senso o nell’altro, per quel che mi concerne naturalmente nel senso dello scioglimento.”
Il resoconto completo della risposta di Maroni è qui, dal sito ufficiale della Camera.
Il ministro dell’Interno, quindi, pensa che sia necessario sciogliere il consiglio comunale di Fondi.
La pensano allo stesso modo il prefetto (che ha chiesto lo scioglimento per la prima volta nel 2008), la polizia, la magistratura. A Fondi c’è la mafia.
Ora tocca al consiglio dei ministri. E Fondi, come si sa, non verrà sciolto. Cicchitto dice che si trattò di una decisione “saggia”.
Le dimissioni in blocco del consiglio comunale hanno anche consentito alla passata amministrazione – quella che andava sciolta – di candidarsi di nuovo e vincere. Sono ancora lì.
Qualche mese ancora e l’Espresso dedica un pezzo alla vicenda e spiega che la decisione del governo è stata presa perché tre ministri si sono messi in mezzo.
Le mafie si combattono, signor ministro, prendendo le decisioni giuste. Difendendole. Rifiutando di restare accanto a chi, per i motivi più diversi, non ha intenzione di farlo. Minacciando le dimissioni o anche rassegnandole, se serve. Mettendosi dalla parte di chi cerca di fermarle e, soprattutto, restandoci se il vento tira al contrario. Facendo casino – e la Lega di casino ne fa, quando le interessa – se qualcuno ti impedisce di metterle in pratica.

2.
A gennaio di quest’anno il prefetto di Milano Gian Valerio Lombardi, viene ascoltato dalla commissione antimafia.
Legge la sua relazione e comincia spiegando che la mafia a Milano non esiste. Mica cazzi. Detto da un prefetto, poi. Tanto per confermare le sue dichiarazioni (e evitare di ricordare la mafia di via Larga degli anni Settanta e i sequestri di Cosa Nostra nel milanese) quest’estate scatta una gigantesca operazione contro la ‘ndrangheta in Lombardia. Maroni si congratula con le forze dell’ordine. Sul prefetto, nessuna nuova. D’altra parte, nel Paese in cui nessuno paga per le fesserie che gli scappano di bocca, non si poteva pensare che andasse diversamente.
Fino alla settimana scorsa. Il consiglio dei ministri del 18 novembre ha confermato Lombardi nel suo ruolo. D’altra parte, perché rimuoverlo?
Con una ciliegina, però. Deve controllare le attività e le opere connesse all’Expo.
Chissà se in quel caso riuscirà ad accorgersi di qualcosa.

3.
Qualche giorno fa, a proposito della polemica sui rapporti Lega – ‘ndrangheta, Maroni ha detto di sentirsi ferito. La Lega ha spiegato, è nata per l’affermazione della legalità.
Roma ladrona, qualcuno se lo ricorda?
Sono fra quei pignoli che pensano che le parole abbiano un significato e che quando le pronunci, specie se hai un incarico come quello, vai preso sul serio. Di più. Credo che uno dei punti forti della Lega, del suo sembrare diversa da quello che è, stia proprio nella trascuratezza con cui, ogni giorno, vengono prese le sue dichiarazioni. Bossi, per esempio, andrebbe ascoltato alla lettera.
Sarebbe un discorso lungo, certo. Maroni, comunque, rilascia la dichiarazione.
E a me vengono in mente due cose.
Il 10 dicembre del 2009, qualche mese dopo la vicenda di Fondi, la Camera vota la richiesta di arresto per Nicola Cosentino. L’accusa è concorso esterno in associazione mafiosa. Robetta, altro che un elenco su Rai3. La richiesta viene respinta e la Lega – quella nata per la legalità – vota per salvare Cosentino.
Passa qualche tempo, settembre di quest’anno. Altra votazione e ancora Cosentino. Questa volta la richiesta è sull’uso delle intercettazioni. E’ un membro del Parlamento e si deve decidere se consentire ai magistrati di usare quelle nell’inchiesta che lo riguarda. Ancora una volta niente da fare. E ancora una volta la Lega – quella nata per la legalità – vota per salvare Cosentino.
Di più, Bossi dice che è un avvenimento positivo. Sono i giorni in cui Berlusconi sta perdendo Fini per strada e la maggioranza tiene.
La maggioranza tiene, sì. E la legalità? E il partito nato per la legalità? Che ne pensavano i suoi elettori che si sono così incazzati per una minorenne extracomunitaria irregolare accusata di furto e salvata con una telefonata notturna dal presidente di noi tutti? Non avevano niente da dire?
Nessuno, fra quelli col fazzoletto verde, alza una mano per chiedere le dimissioni di Cosentino. Ricopre un incarico da niente, è noto. Solo vice di Tremonti.
Lo stesso, nemmeno a dirlo, vale anche per Marcello Dell’Utri e per la necessità, da parte del Presidente del Consiglio, di spiegare in che rapporti erano e sono. E quanto quei rapporti hanno inciso sulla nascita e lo sviluppo della sua attività.
E dire che proprio la Padania, una dozzina di anni fa, non era molto tenera con le amicizie di Silvio.
Il 3 ottobre del 1999 Maroni (proprio lui) risponde a una dichiarazione di Berlusconi sui ministri che la Lega gli aveva fatto nominare nel primo governo, quello del 1994.
Dice Maroni
“Questi metodi sono tipici dell’onorata societa’, della mafia. Metodi e toni di tipo mafioso: non e’ la prima volta che Berlusconi ne fa uso”.
Il link all’intervista è qui. Dagli archivi della Padania sembra scomparso.
Le mafie si combattono, signor ministro, tenendo le istituzioni a distanza da chi si è avvicinato troppo. Marcando la differenza, facendo pulizia. Aiutando la magistratura a fare il suo lavoro. Non cambiando idea in nome di uno scambio elettorale o di interessi di bottega. Pretendendo risposte, quando sono necessarie. E continuando a insistere, se serve.
Vale per gli amici. E per gli amici degli amici.

23 novembre 2010 9:07 pm
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