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Sacconi, l’utile e il riprovevole

Se la modifica dell’articolo 8 per cui domani sciopera la CGIL non porta in cassa nemmeno un euro, non aiuta il mercato del lavoro, non è gradito a Confindustria, aumenta la tensione in un momento in cui servirebbe bromuro, era così impensabile toglierlo dalla manovra? Che utilità ha, in un contesto come questo?
Dopo tutto sono spariti l’obbligo di rivelare la banca con cui si hanno rapporti, la pubblicazione online delle dichiarazioni dei redditi, il contributo di solidarietà, le norme sul ricongiungimento.
Certo che a pensare male si potrebbe far notare che le uniche norme che nessuno ha messo in discussione sono l’aumento della tassazione sulle cooperative e il codicillo sui licenziamenti.
Che Sacconi sia un po’ livoroso?

05 settembre 2011 9:54 pm
La manovra, Berlusconi e gli eredi di Craxi

Guardare in diretta la conferenza stampa in cui la statua di cera di Berlusconi annunciava la seconda manovra in venti giorni, aveva un effetto simile a quello di certi romanzi di fantascienza. Per rapportare la sensazione a una serie televisiva, potrei dire che si trattava di un lavoro per la Fringe division. Il dottor Bishop ci avrebbe spiegato che si era aperta una finestra sull’altro universo – quello con le Twin Towers ancora in piedi e gli auricolari appesi ai lobi delle orecchie – e che niente di quanto sfilava sotto i nostri occhi apparteneva al nostro mondo. La maschera di cera del nostro presidente del consiglio stava raccontando alle mie orecchie stupite che la colpa del massacro che stava per spararci addosso era dei governi che si sono succeduti dal 1978 al 1992.
La frase, da cui ancora non mi sono ripreso, conteneva un certo numero di rivelazioni.

Intanto sono spariti i comunisti. E non è un dettaglio da poco. E con i comunisti non c’è traccia di nessun governo Prodi. Ci penserà Sacconi a riesumarlo, nella conferenza stampa del giorno dopo, ma sul ministro del lavoro bisognerà spendere due parole più avanti.

La seconda epifania ha a che fare con i governi responsabili, secondo B., del disastro dei conti.
A partire dal marzo del ’78 e fino al governo Amato del ’92, i socialisti del buon Bettino Craxi sono stati in maggioranza in 11 esecutivi su 15, comprendendo nell’elenco anche il governo Fanfani durato circa tre mesi. A voler aggiungere la pignoleria alla precisione, Craxi stesso è stato presidente del consiglio senza interruzione dall’agosto del 1983 all’aprile del 1987. Un po’ meno di quattro anni su quattordici, il 28% del tempo indicato nella conferenza stampa.
In realtà l’uomo ama poco la verità anche quando tenta di dirla. Se avesse voluto essere preciso fino in fondo, avrebbe dovuto spostare l’inizio di quelle date proprio al 1983. Fin lì, il nostro debito in rapporto al PIL era a cavallo del 70%, dopo due governi Craxi era oltre il 90% e alla fine del periodo indicato viaggiava verso quota 120%.
(Sul sito della banca d’Italia è disponibile un documento interessante che esplora il debito pubblico italiano dall’unità a oggi.)

Niente male come ammissione per il capo di un governo amico personale di Craxi e imbottito di ex democristiani e socialisti. Singolare anche la coincidenza che la componente più strettamente economica del nostro esecutivo venga proprio dal craxismo. Brunetta, Sacconi e anche Tremonti, in qualche modo. Per restare alla fantascienza si potrebbe dire che l’impero colpisce ancora.

E su Sacconi conviene spendere due parole.
La sintesi perfetta dell’uomo – rancoroso oltre misura, non vi sembra? – la fa oggi Scalfari su Repubblica. “Sacconi sogna di poter mandare la Camusso in galera e solo allora si addormenterebbe in pace nella convinzione di avere operato per il bene del paese”. Leggetevi il fondo, perché merita per molti motivi.

Sacconi, si diceva.
Nella sua scheda sul sito del senato, si trovano alcuni dettagli interessanti. Il primo mandato dell’attuale ministro del lavoro risale all’ottava legislatura, quella che si chiude nel 1983. Il gruppo parlamentare è ovviamente quello socialista, ma è la legislatura successiva che ci interessa di più. Il gruppo parlamentare è lo stesso, gli anni vanno dal 1983 al 1987. Per esempio è lui il relatore della finanziaria del governo nel 1984 e nel 1985. Come spiega l’Espresso, le due manovre crescono il debito da 234 miliardi (di lire) a 336. Con la legislatura successiva completa l’opera, è sottosegretario al tesoro ininterrottamente dal luglio del 1987 alla fine del mandato, nel 1992.

Per citare il suo capo di oggi, se la colpa del massacro è di chi governava le finanze pubbliche fra il 1978 e il 1992, il castiga sindacati di sinistra che oggi siede al lavoro dovrebbe avere qualche responsabilità. O quanto meno, essere considerato persona informata sui fatti. Ammesso che il buon Silvio sia al corrente, viene da dire che chi cerca di tappare il buco, ha appena nascosto in un cassetto la trivella.
Un po’ come nominare Gambadilegno capo della polizia.

Tutto sommato, alla fine, preferirei avesse ragione il dottor Bishop.

La crisi a casa Berlusconi

Seconda convocazione delle parti sociali e secondo topolino. Una montagna parecchio gravida.
Berlusconi spiega che faranno tutto, faranno bene, faranno svelto. Poi si informa se qualcuno ha bisogno di un Folletto e si propone per una rapida dimostrazione. Il fido Letta, l’uomo più resistente del mondo dopo Gommaflex, si lascia andare e spiega che tutto sta crollando.
Immagino gli sguardi dall’altro lato dell’incontro.
Poi le proposte.

Due tavoli tematici.
Quello sul lavoro condotto da Brunetta e Sacconi. Il primo pensiero è all’atteggiamento del ministro del lavoro il giorno del “cretino” sfuggito dal seno di Tremonti. Serviranno i secondi.

La Marcegaglia e il resto del mondo chiedono ogni dieci minuti di tagliare i costi della politica.
Un orecchio che sembra più che sordo.

Nel frattempo Bossi mostra il medio, il trota tenta di imitarlo e sbaglia dito (non sto scherzando, cercatevi la foto) e la Lega – quella che due giorni fa dichiarava di aver avuto un’idea geniale – spiega che la patrimoniale non si fa, le pensioni non si toccano, le imprese non si toccano, la Padania non deve pagare un centesimo.

Che facciamo, rapiniamo la Merkel?

10 agosto 2011 8:37 pm
A modo mio (13)

Sensibilità. Da vocabolario, la capacità di percepire attraverso i sensi, stimoli esterni o interni. O, anche, l’interesse e la partecipazione nei confronti di problemi e fenomeni. Parte la manovra finanziaria e, come da copione, anche i ticket sulla sanità. La regione Emilia Romagna congela il provvedimento per due settimane e cerca soluzioni alternative. Sulla stessa linea altre sei regioni, fra cui il leghista Veneto e la Sardegna di Cappellacci. Sensibilità. Cinque comuni della Val Samoggia vorrebbero unirsi in uno solo. Il tutto a dispetto dei mandati dei sindaci e dei consigli comunali, alcuni freschi di elezione. Il comune risultante sarebbe il quarto per numero di abitanti della provincia di Bologna e il progetto ha l’evidente scopo di ottimizzare le risorse e i servizi a favore dei cittadini. Sensibilità. Con una seduta notturna degna di essere ricordata la commissione bilancio boccia i tagli ai costi della politica. Fra i problemi posti – la difesa del prestigio e della dignità del parlamentare, la ribellione contro il populismo – uno più di tutti meriterebbe un’incisione bronzea. Il costo della vita, diverso da stato a stato. Se non fosse una cosa seria, ci sarebbe da sbellicarsi. Così, nel dubbio, si decide di adeguare l’indennità parlamentare al PIL. Che, come si spera, potrebbe anche crescere. Sensibilità, appunto. Proseguendo su questa strada, temo che la sensibilità che i nostri rappresentanti finiranno per sperimentare sarà quella agli insulti. Se a qualcuno di loro fischiano le orecchie farebbe bene a non prenotare una visita privata da un otorino. Gratuita, come è ovvio. E a carico del contribuente.

Corriere della Sera di Bologna, 19 luglio 2011

A modo mio (11)

Cinquanta milioni. Era stato più o meno questo il taglio che il commissario Cancellieri aveva applicato al bilancio del comune, in seguito alla manovra del governo. Sono passati circa sei mesi e arriva un’altra legnata. Nel frattempo siamo stati vicini alla Grecia, dentro la crisi, fuori dalla crisi, meno toccati o non toccati dalla crisi, in crisi profonda, moribondi e convalescenti. Oggi si scopre che i canditi sono finiti o lo saranno fra un paio d’anni e per resistere fino ad allora si aggiungono altri tagli ai comuni, si bloccano (ancora) gli stipendi del pubblico e si ragiona di ridurre drasticamente l’adeguamento delle pensioni, a partire da 1400 euro lordi. Forse sarò demagogico o ingenuo, ma ho sempre pensato che la politica abbia anche un ruolo sociale, addirittura di esempio. Se i canditi sono finiti, lo sono per tutti. Per chi non vedrà crescere nemmeno di uno zero virgola i suoi1100 euro circa (i famosi 1400 lordi), per i dipendenti pubblici che guadagnano più o meno la stessa cifra e che per tre anni dovranno cercarsi un posto dove fare la spesa ai costi di oggi e per ognuno di quelli che siedono fra gli scranni della democrazia parlamentare. Tagliare i costi della politica sarebbe stato il gesto migliore per contribuire al sacrificio generale reiterato che si chiede a tutti, dall’ente locale a scendere. Pretendere di fare le regole senza partecipare mai al gioco è irritante. Imporre sacrifici difendendo vitalizi, è molto più che  offensivo.

Corriere della Sera di Bologna, 5 luglio 2011

11 luglio 2011 9:06 am
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