Il presidente della Sicilia, Lombardo, deve andare a processo per mafia.
Il Gup di Catania ha respinto la richiesta di archiviazione e disposto l’imputazione coatta per concorso esterno in associazione mafiosa.
Lombardo dice che, se rinviato a giudizio, si dimetterà.
Nel dubbio mi piacerebbe sapere dal PD che ne pensa.
Visto che la giunta siciliana è retta anche dai democratici, non sarebbe meglio uscire, prendere le distanze, costringere Lombardo alle dimissioni e togliersi dall’imbarazzo?
Sembra addirittura facile. Forse troppo.
Così come troppo era ed è appoggiare Raffaele Lombardo.
Se l’idea di una nuova legge elettorale del PD è il ritorno al proporzionale, c’è un’evidente incomprensione del significato di riforma.
Il magistrato rifiuta l’arresto e Penati dice che il catsello delle accuse si sta sgretolando.
In realtà il gip di Monza ha motivazioni un po’ diverse: ci sono “gravi indizi di colpevolezza” ed è dimostrata “l’esistenza di numerosi e gravissimi fatti di corruzione” da lui “posti in essere”, ma poiché gli episodi contestati arrivano “fino al 2004″ deve essere dichiarata “l’intervenuta prescrizione del reato”.
Sembra un dettaglio linguistico o un inutile puntiglio, ma se la prescrizione di Berlusconi equivale a colpevolezza (ed è così), la prescrizione di Penati ha lo stesso significato.
Contro il vocabolario, purtroppo per lui, non c’è cura.
Il PD non vota sull’abolizione delle province.
Il PD ha dei dubbi sul referendum che abrogherebbe la porcata elettorale di Calderoli.
Ne parla Bracconi, ne parla Arturo Parisi intervistato su Libertà e Giustizia.
Nel frattempo esce la manovra correttiva. C’è una stretta sulle pensioni. Sacconi, nei giorni precedenti l’aveva smentita. Oggi spiega che sono pronti a modifiche.
Prima, Berlusconi annuncia il ritiro della norma che avrebbe agevolato Fininvest nel risarcimento a De Benedetti. La stessa norma che nessuno dei ministri conosceva o aveva scritto.
Mi piacerebbe vederlo, un consiglio dei ministri. Dev’essere una variante del nascondino.
Sulla storia del lodo Mondadori conviene tenere a mente un riassunto. Di fatto la sintesi di quanto è accaduto è piuttosto precisa. Anni fa B scippa un’aziendina da nulla a D. Per farlo si corrompe un giudice. D passa alla richiesta di risarcimento. Un altro giudice stabilisce la cifra, 750 milioni di euro. D ne aveva chiesti 1.000. L’appello scenderà ancora da quella cifra. B, nel frattempo, ha il timone fra le dita e decide che vale la pena legiferare per pagare il più tardi possibile il risarcimento. Spiegazione dell’accaduto: è una norma equa.
Scrive Barbara Spinelli su Repubblica che manca la coscienza.
Mi verrebbe da dire, in più, che se il partito delle libertà è stato negli anni il meno liberalizzatore della storia, non voglio scoprire quale sarà il percorso di quello degli onesti.
C’è una delibera dell’Agcom che – come spiega Carmine Saviano – prevede “nel caso in cui dovesse essere riscontrata una violazione del copyright, il gestore del sito sotto osservazione avrebbe 48 ore di tempo per rimuovere il contenuto. Siti pubblici, portali, blog, pagine private. Nessuna distinzione”. E su questa, chi frequenta il web e il diritto d’autore, come il sottoscritto, ha parecchio da pensare. Si è svolta ieri un’iniziativa, organizzata da sitononraggiungibile, in cui Dario FO ha parlato dell’Italia come di una “nazione orrenda”. Difficile dargli torto.
D’altra parte se il web permette di far passare quello che vuoi imboscare, la strada è comprensibile.
A Napoli, intanto, con i rifiuti sono messi come racconta Cristina Zagaria.
W l’Italia?
Due considerazioni al volo nate da una curiosità personale.
Si parla sempre di percentuali di voto, di chi ha guadagnato e di chi ha perso, di cosa è cambiato e se si poteva capire prima, così mi sono tolto uno sfizio.
Sul sito del ministero dell’Interno c’è una meravigliosa sezione elettorale. Dentro si possono consultare tutti i risultati delle elezioni indietro fin che si vuole.
E ci sono i numeri, oltre che le percentuali.
I numeri mi sono sempre sembrati il modo più semplice per capire come sono andate davvero le elezioni.
Così, mi sono preso una mezz’ora e ho fatto qualche controllo a campione. L’esito è interessante.
Ho preso sette città in cui si è votato negli ultimi tre anni, per il comune o la provincia nelle scorse settimane, per la regione nel 2010 e, come tutti, per le europee nel 2009. E ho guardato i voti. Va bene, ammetto subito la prima obiezione. Sono tre elezioni non omogenee, ma almeno due riguardano un’amministrativa, quindi qualcosa potrebbe c’entrare. Dopo l’ammissione, però, faccio una domanda: esistono in comuni così grandi, elezioni che non siano anche politiche?
Abbandono il punto interrogativo e vengo ai voti. Quello che mi premeva era vedere che fine hanno fatto la Lega e il PDL, ma anche (e come se no?) il PD.
Il giochino porta a questi risultati.
1. Novara
Si è votato per il comune e ha vinto il centrosinistra.
La Lega, nel 2009 aveva preso 8.465 voti, sono diventati 9.746 nel 2010 e sono 9.430. Più o meno siamo lì.
Il PDL, nel 2009 ne aveva 18.668, nel 2010 11.389 (7.000 ca in meno) e oggi sono 13.812.
Il PD nel 2009 ne aveva 12.486, nel 2010 10.106 (-2000) e oggi 11.312.
Prima cosa strana: al primo turno a Novara il centrodestra aveva 10mila voti di vantaggio. Ha perso con 3mila voti di differenza. Anche mettendo insieme tutte le altre liste del primo turno, ci sono almeno duemila elettori di Silvio e soci che non sono tornati a votare.
2. Milano
Devo dirvi com’è andata?
La Lega nel 2009 aveva 73.060 voti, sono diventati 74.403 nel 2010 e sono 57.403. Ne mancano 17mila.
Il PDL nel 2009 ne aveva 231.249, sono diventati 174.896 nel 2010 (-60mila) e sono 171.222 (altri 3.700 in meno).
Sommati a quelli della Lega fanno quasi 21mila voti in meno in un anno. La differenza fra Pisapia e la Moratti al primo turno era di 24mila.
Il PD nel 2009 ne aveva 156.372, sono diventati 135.115 (-20mila) nel 2010, sono 170.551 (+35mila).
Siamo sicuri che a Milano abbia perso solo Berlusconi?
3. Treviso
Presidente della provincia di centrodestra eletto al primo turno, ma fermiamoci a Treviso città.
La Lega prendeva 9.624 voti nel 2009, erano 12.594 nel 2010 (quasi 3mila in più), sono 7.870 oggi, poco più della metà di un anno fa e quasi 2mila in meno del 2009.
Il PDL prendeva 11.297 voti nel 2009, sono diventati 6.422 nel 2010 (circa la metà) e sono 3.804 oggi, la metà dell’anno prima. In due anni diventano un quarto.
Il PD non si muove. 10.080 nel 2009, 8.586 (-2mila) l’anno dopo e 8.103 oggi.
4. Varese
Sindaco del centrodestra eletto al primo turno.
La Lega prendeva 9.400 voti nel 2009 e nel 2010. Oggi sono mille in meno, 8.535.
Il PDL ne aveva 13.726 nel 2009, diventati 11.730 nel 2010 (-2mila) e sono 8.672 oggi (-3mila).
Anche qui il PD non si muove, intorno ai 7mila voti dal 2009.
5. Torino
Fassino al primo turno.
La Lega ne aveva 41.317 nel 2009, diventati 36.610 nel 2010 (-5mila) e 27.451 (-9mila). Un terzo di voti in meno in due anni.
Il PDL ne prende 124.405 nel 2009, che diventano 78.755 nel 2010 (-50mila) e 73.197 oggi (altri 5 mila in meno).
Il PD parte da 130mila nel 2009, finisce a 90.768 l’anno dopo (-40mila) e ritorna ai suoi 138mila oggi.
6. Gallarate
Sindaco del centrosinistra eletto al ballottaggio, ma Lega da sola, senza Berlusconi. Un esperimento che il ministro Maroni aveva definito un ritorno al futuro. Ci guadagna? Pare proprio di no.
5.900 voti nel 2009, 5.875 l’anno dopo, 5.225 questa volta. Più o meno sono quelli.
In compenso ci rimette Silvio. 8.858 voti nel 2009, 8.000 l’anno dopo, 4.600 questa volta.
Il PD ne perde 500 all’anno.
Solo numeri, forse.
Certo se dopo queste cifre la tua risposta è, nell’ordine, prima questa, poi questa, significa che il prossimo intervento chirurgico devi programmarlo al timpano.
O che in matematica eri proprio un asino.
Le parole sono importanti, diceva il protagonista di Palombella Rossa.
Forse sarà perché con le parole ci lavoro e ci vivo o perché mi piacerebbe che chi apre bocca in pubblico conoscesse il significato di quelle che pronuncia, che da un po’ di tempo ascolto e finisco per arrabbiarmi.
Sabato la manifestazione della FIOM.
Dice Casini che rispetta la manifestazione – e vorrei vedere – ma che quella gente non rappresenta l’idea di alternativa che ha in mente lui.
Non mi sembra una gran novità, che la politica che rappresenta non sia sulla stessa linea della CGIL o della sinistra.
Chissà se il PD se n’è accorto, di quella differenza.
Ah, già, il PD non c’era. Che sembra brutto partecipare a una manifestazione in cui puoi trovare una parte (larga) del tuo elettorato.
Nel dubbio Casini ribadisce il concetto anche oggi e il primo pensiero che mi salta in testa è che sono un po’ stanco di sentire lezioni di opposizione e alternativa da chi ha votato per quattordici anni tutte le leggi ad personam e no del governo Berlusconi. Legge elettorale compresa.
Ah, già, quella non gli è mai piaciuta.
Ad ogni modo, dopo le previsioni di Maroni, arriva l’intervista di Sacconi.
La manifestazione era politica e non sindacale. E in piazza c’era una minoranza radicale inadatta a governare.
Amen.
Bello trovare qualcuno che risponde a una richiesta legittima di lavoro, diritti e magari di qualche denaro con cui saldare la rata del mutuo, sparando certezze così alte.
E certo sarebbe bello che il ministro aggiungesse alcune spiegazioni.
Per prima cosa per quale motivo è adatto a governare questo governo e non quella minoranza (sicuro?) che ha sfilato in piazza, ma anche altre cose.
Mi piacerebbe che il ministro Sacconi spiegasse se non ha a che fare con la politica difendere i diritti dei lavoratori. Se non sia politica avere un’idea sul mondo del lavoro o se non sia politica (appunto) una politica economica.
Mi piacerebbe che il ministro Sacconi – seguendo la sua logica – spiegasse perché non è politica la manifestazione della Cisl o della Uil e invece lo è quella della Cgil o della Fiom.
Mi piacerebbe che il ministro Sacconi spiegasse pubblicamente che cosa ha fatto lui – che da ministro del lavoro dovrebbe avere qualche competenza – per i lavoratori della Omsa, della Eutelia, della FIAT.
Mi piacerebbe che il ministro dicesse se la sua idea di difesa dei diritti dei lavoratori, del mondo del lavoro o dello sviluppo economico e industriale di questo Paese è la stessa espressa più volte dal suo e (ahimè) anche nostro Capo: è il mercato, bellezza.
Un principio che vale per Pomigliano, ad esempio, ma non per Unicredit.
Che si sa, Roma è ladrona, ma usare una banca come sportello di prelievo personale, non fa schifo nemmeno se ti vesti di verde.
Certo Sacconi avrebbe titolo per dire con chiarezza che il modello economico a cui deve fare riferimento oggi l’operaio italiano è quello polacco. Sperando che domani non diventi quello cinese.
Il mondo è cambiato, dice Marchionne. E fa bene il suo mestiere.
Peccato che dall’altra parte il governo risponda svegliandosi di soprassalto e sospirando un romantico “Sì, è vero. Fai di noi quello che voi.”
Per chiudere alla grande il ragionamento politico, il ministro nega di aver avvertito del pericolo che ci scappasse il morto e rettifica la dichiarazione spiegando che in Italia c’è un’opposizione radicale, a causa della presenza del partito comunista più forte dell’occidente, e che abbiamo vissuto quarant’anni di violenza politica e quindi occorre fare attenzione.
Meraviglia.
La laurea in ingegneria, per altro, mi costringe a saper far di conto.
Siamo nel 2010, quarant’anni fa era il 1970.
Come inizio di lotta politica per i diritti, ho la sensazione che siamo in ritardo. Ma anche passando l’approssimazione, mi sembra che la violenza politica sia finita diverso tempo fa.
A voler essere generosi una ventina d’anni abbondanti.
Certo, seguendo lo stesso ragionamento di Sacconi – passato dalla sinistra socialista a Berlusconi, transitando da Craxi – sarebbe lecito gridare alla dittatura in Italia, dal momento che c’è stato qualcosa chiamato fascismo.
E ancora.
La svolta della Bolognina è del novembre 1989. Ventidue anni fa. E siamo ai comunisti.
E se essere stati comunisti vuol dire aver fatto parte del partito di Berlinguer, allora, cazzo, sì, siamo stati comunisti, abbiamo votato per quel partito, condiviso quelle lotte, pensato quella politica, creduto in quegli ideali, contribuito insieme al sindacato a combattere quella violenza politica di cui parla – con parole, errori e volute omissioni – proprio il ministro Sacconi.
Potete dire altrettanto?
Nel frattempo il buon Cota – presidente della regione Piemonte in 8 sedute su 36, viva il territorio – finisce sotto al riconteggio ela Lega ulula al crollo della democrazia.
La conseguenza logica di questo ragionamento è che:
è democrazia presentare firme false per l’iscrizione di una lista elettorale
è democrazia che cittadini ignari si trovino firmatari di una lista che non sostengono
è democrazia che alcune liste abbiano seguito le regole e altre no,
è democrazia che non si vada a controllare se davvero chi ha vinto le elezioni è chi siede adesso sulla presidenza della regione.
Lo schema del ragionamento assomiglia a quello di Sacconi.
Per altro c’era qualcuno che urlava al riconteggio per l’elezione di Prodi, nel 2006.
Mi sembra di ricordare che si trattasse della stessa parte politica di Cota.
Magari, mi sbaglio.
Di passaggio fra un giro e un altro – del primo vorrei scrivere qualcosa – mi fermo a rileggere i commenti. Quello di Sandro e quello di Lilli mi sembrano due facce della stessa medaglia, un cubo di Rubik a cui mi capita spesso di pensare.
Sarà che l’estate è calda, il bollino nero, la tempesta monsonica, la spiaggia bollente o affollata a seconda dell’angolo, l’auto cabriolet o coupé e che mi sono un po’ rotto di sentirlo dire.Ieri l’altro su Il fatto il sindaco di Bari Emiliano partiva dalla legge elettorale (e non solo) in vigore per i comuni, per estendere il discorso a un nuovo modello con cui tentare di rimettere in navigazione la barca su cui siamo costretti a navigare.
Non entro nel merito se non per dire che condivido tutto quello che c’è scritto. Ieri su l’Unità lo stesso Emiliano rilancia e tocca quello che mi sembra il punto.
A chissà quanto dalle elezioni comunali a Bologna il PD locale comincia il meraviglioso gioco delle primarie e dei candidati.
Non ho votato alle ultime primarie per le comunali, mi interessa poco partecipare a un plebiscito. L’ho fatto due volte, una per Prodi e una per Veltroni e – soprattutto la seconda – ne ho capito poco l’utilità. Sarà un mio limite, ma capisco poco anche molte altre cose. Per esempio, perché un non iscritto a un partito debba deciderne il candidato. Se devono essere le primarie del PD, sono gli iscritti al PD che decidono. Se si deve decidere il candidato di una coalizione, sono gli iscritti ai partiti della coalizione che decidono. Gli altri stanno a guardare.
Detto questo il discorso sui nomi mi sembra un’etichetta con cui si cerca di nascondere quello che non si deve vedere. Una berlusconata, alla fine.
Emiliano, invece, tocca il centro della questione.
Facciamo le cose a rovescio. Vale per l’Italia, vale per il posto in cui vivo.
Bologna non ha un’idea di città da molto tempo. Da lì bisognerebbe partire, da come vorremmo che fosse questa città fra 5 o 10 o 20 anni. Da cosa vorremmo costruire, come, per quale motivo.
Lo stesso discorso si può estendere fuori dalla regione.
E cosa faremmo se fossimo al posto di SB mi sembra il modo migliore per cominciare.
O per eliminare la sensazione che si taccia perché un’idea, un concetto o anche solo una bozza, non ce l’abbiamo.