1.
Comincio dall’argomento che mi preme di più.
Sto con Giancarlo Caselli, senza nessun dubbio.
Posizione che, lo premetto, non ha nessun punto di contatto con la TAV.
Mi chiedo fino a che punto chi impedisce a Caselli di parlare faccia parte del movimento o ne stia usando il nome.
Mi chiedo cosa ci sia di democratico nell’impedire a un magistrato di parlare a una manifestazione dell’ANPI. Mi chiedo se, età anagrafica permettendo, quegli stessi democratici che cercano di tappare la bocca a Caselli non facessero parte dei suo sostenitori all’epoca di Palermo o non lo considerassero un esempio da seguire e sostenere quando tuonava, giustamente, contro le proposte di legge sulla giustizia del precedente governo.
Un simbolo, è un simbolo solo quando è d’accordo con te? Può diventare un avversario un istante dopo? Un nemico, un minuto dopo?
E, per favore, non tiriamo in ballo i partigiani. Rischiare la ghirba contro fascisti e nazisti era una forma di Resistenza un po’ diversa. E chi ha rischiato la pelle settant’anni fa lo ha fatto per restituire a tutti la liberà che mancava. Anche quella di esprimere le proprie opinioni.
Si chiama democrazia.
2.
Sentire la Lega che difende l’articolo 18 mi fa uscire dai gangheri.
Non perché non sia felice della posizione, ma perché poggia la sua protesta sulla dimenticanza folle e colpevole di chi ascolta.
Nel 2002, quando il governo Berlusconi tentò di mettere le mani sull’articolo 18, il ministro del lavoro era Roberto Maroni.
Qualche mese fa, quando il ministro del lavoro Sacconi spiega che “l’art.18 è un freno all’assunzione”, la Lega è al governo.
Ed è ancora al governo a novembre del 2011, quando lo stesso Sacconi dice che riformeranno l’art.18 perché “c’è un pezzo d’Italia fortemente resistente che traduce in contrapposizione ideologica cose estremamente semplici”.
Non mi risulta nessuna presa di posizione, nessun contrasto, nessuna dichiarazione contraria.
Fa piacere scoprire che in soli tre mesi hanno cambiato idea.
3.
Allo stesso modo è divertente sentire chè è possibile l’espulsione dal PDL.
Alfano ne ha cacciati 14, colpevoli di aver aderito alla lista Tosi, per le amministrative di Verona.
E cacciare qualche condannato per mafia? I giovani del PDL lo hanno chiesto già nel 2010, all’epoca della condanna di Dell’Utri.
La risposta non mi pare sia stata positiva. Peggio Tosi di Stefano Bontate?
4.
L’ultima, in ordine di tempo, è la proposta di legge elettorale. Il parto di un pomeriggio merita miglior risultato.
Ognuno per sé, niente coalizioni, un candidato premier a cranio e poi si vede.
Tanto non c’è scritto da nessuna parte che il candidato che hai scelto debba diventare presidente del consiglio.
Quello che mi stupisce della politica – e che non smette di stupirmi – è la facilità con cui non si occupa di quello che accade fuori.
In un periodo in cui gli elettori gradiscono poco i loro rappresentanti, questa è sicuro la legge migliore.
Si decide dopo, a scrutinio finito. E’ noto, per un elettore del PD, per esempio, è indifferente sapere se il partito si metterà con Casini o Vendola…
Se per restituirmi le preferenze, dovete togliermi la possibilità di scelta, allora mi tengo il Porcellum.
Ci sono situazioni che adoro. Se è vero che troppo spesso la politica è l’arte della menzogna esercitata in modi originali, a volte accade che la creatività ecceda i limiti della logica. Così, la realtà si trasforma in un gioco simile a un racconto di fantascienza. Un gioco stucchevole, divertente o fastidioso, in funzione delle circostanze. Con la manovra Monti accade almeno due volte. La stangata che tenta di rimettere in piedi l’elefante malato, reintroduce l’imposta sulla prima casa, la vecchia ICI. Questa volta si chiama IMU, imposta municipale unica e sembra che non piaccia a nessuno. Neppure a chi l’ha inventata. Uno dei destini del governo tecnico, infatti, è di prendersi anche le colpe che non ha. Il ritorno del balzello sulla casa era già previsto dal federalismo fiscale, ma ora la Lega è fra quelle che lo digerisce meno. E spazzare via la più locale delle imposte è stato uno dei primi atti del ritorno al governo degli uomini di Bossi. Alla faccia dell’autonomia dei comuni. Per chiudere in gloria la fiera della dimenticanza, il segretario del PDL ha rilasciato una dichiarazione quasi ironica, proprio ieri. Parlando del decreto in arrivo ha spiegato che bisognava decidere fra digerire la pillola amara oggi o fallire domani. Tecnicamente è quasi una confessione. Se chi ha negato che le casse fossero vuote, per tutta la durata della sua gestione, all’improvviso scopre una voragine mortale, bisogna dubitare della capacità o della buona fede?
Leggo ora che il deputato PDL Fabio Garagnani ha denunciato il presidente dell’associazione famigliari della strage di Bologna.
L’ipotesi è di vilipendio dello Stato per il discorso pronunciato la mattina del 2 agosto 2011.
Ora, che Garagnani conosca la parola vilipendio è già un passo avanti.
Che non si renda conto che è molto più prossimo al vilipendio il turpiloquio istituzionale del buon Silvio Berlusconi, l’abbaiare razzista del camerata Borghezio, il dito medio riformisticamente eretto del ministro Bossi o l’idea stessa di Garagnani di prendersela con chi difende la memoria e desidererebbe rispetto e giustizia, non mi sorprende.
Purtroppo i tempi sono questi.
Il PD non vota sull’abolizione delle province.
Il PD ha dei dubbi sul referendum che abrogherebbe la porcata elettorale di Calderoli.
Ne parla Bracconi, ne parla Arturo Parisi intervistato su Libertà e Giustizia.
Nel frattempo esce la manovra correttiva. C’è una stretta sulle pensioni. Sacconi, nei giorni precedenti l’aveva smentita. Oggi spiega che sono pronti a modifiche.
Prima, Berlusconi annuncia il ritiro della norma che avrebbe agevolato Fininvest nel risarcimento a De Benedetti. La stessa norma che nessuno dei ministri conosceva o aveva scritto.
Mi piacerebbe vederlo, un consiglio dei ministri. Dev’essere una variante del nascondino.
Sulla storia del lodo Mondadori conviene tenere a mente un riassunto. Di fatto la sintesi di quanto è accaduto è piuttosto precisa. Anni fa B scippa un’aziendina da nulla a D. Per farlo si corrompe un giudice. D passa alla richiesta di risarcimento. Un altro giudice stabilisce la cifra, 750 milioni di euro. D ne aveva chiesti 1.000. L’appello scenderà ancora da quella cifra. B, nel frattempo, ha il timone fra le dita e decide che vale la pena legiferare per pagare il più tardi possibile il risarcimento. Spiegazione dell’accaduto: è una norma equa.
Scrive Barbara Spinelli su Repubblica che manca la coscienza.
Mi verrebbe da dire, in più, che se il partito delle libertà è stato negli anni il meno liberalizzatore della storia, non voglio scoprire quale sarà il percorso di quello degli onesti.
C’è una delibera dell’Agcom che – come spiega Carmine Saviano – prevede “nel caso in cui dovesse essere riscontrata una violazione del copyright, il gestore del sito sotto osservazione avrebbe 48 ore di tempo per rimuovere il contenuto. Siti pubblici, portali, blog, pagine private. Nessuna distinzione”. E su questa, chi frequenta il web e il diritto d’autore, come il sottoscritto, ha parecchio da pensare. Si è svolta ieri un’iniziativa, organizzata da sitononraggiungibile, in cui Dario FO ha parlato dell’Italia come di una “nazione orrenda”. Difficile dargli torto.
D’altra parte se il web permette di far passare quello che vuoi imboscare, la strada è comprensibile.
A Napoli, intanto, con i rifiuti sono messi come racconta Cristina Zagaria.
W l’Italia?
Qualche giorno fa ho scoperto di essere uno che non fa un cazzo. Inutile scandalizzarsi per il francesismo, trovo molto più volgare che ci sia una parte della politica che continua a insultare i cittadini. La convinzione, dietro lo sproloquio – elevarlo a turpiloquio mi sembra eccessivo – è che fra le categorie che vengono apostrofate non si nasconda neppure un proprio elettore. L’onorevole (…) Stracquadanio è il campione del mondo di queste uscite, roba che in un Paese prossimo alla normalità basterebbero per radiarti dalla scena politica.
“Perché su Internet non vinciamo”, si chiede l’arguto parlamentare. E di colpo trova la risposta. “Scusate, ragazzi, hanno un esercito che alle due del pomeriggio va a casa e non fa un cazzo?” con una chiosa finale. “Hai voglia il casino che monto in piedi se sto tutto il giorno davanti alla tastiera.” Poi, forse per autodenunciarsi, spiega che ha “il vizio di pensare che una tesi la devo asseverare con dei fatti”. Qui il video completo.
Chi sta sul web, dunque non fa un cazzo, vota a sinistra ed è un dipendente pubblico. Possedendo due delle caratteristiche di cui sopra e anche una partita IVA, mi sono sentito chiamato in causa. La genialata dell’uomo che assevera, segue quella sul terremoto dell’Aquila, che avrebbe certificato la morte civile della città (video), un memorabile show ad Annozero e alcune perle qua e là, fra cui un’intervista a Lucia Annunziata in cui confonde Marat con Murat e spiega o assevera che la sinistra è in un gorgo goebbelsiano, anzi che la sinistra savianista è di orientamento culturale nazista. Non contento e forse invidioso dello show del suo collega di partito Brunetta, stamattina dibatte con pacatezza con Mario Adinolfi, su RaiUno. L’argomento politico con cui tenta di asseverare la sua tesi è di primo piano. Adinolfi è un pancione.
Tutto questo sarebbe comico se non fosse serio. Il primo segnale che qualcosa stava succedendo poteva essere colto nell’atteggiamento bislacco che una certa politica tiene nei confronti di Maurizio Crozza. Fare polemica con un comico, che fa il suo mestiere prendendoti in giro, è un esempio lampante di distacco dal mondo e ottusità, oltre che di mancanza di autoironia, che per altro è possibile sostituire abbozzando. O, meglio ancora, stando al gioco, alla Bersani.
Quello che sembra impossibile da capire, per gli Stracquadanio, i Brunetta, perfino per il battutista Berlusconi, che in consiglio dei ministri mette Crozza fra le cause della sconfitta elettorale, è che si possa disinnescare la facilità con cui viene stuprata la logica, con semplicità. Ridendo. E così, dopo le accuse della Moratti a Pisapia e prendendo come esempio Chuck Norris, nascono i Pisapia facts. O i fotomontaggi con cui si prende in giro SilvioB per la sconfitta ai referendum. Se Mastella se ne esce dicendo che si sarebbe suicidato in caso di vittoria di De Magistris, poi qualcuno lo sfotte per la (inevitabile) promessa mancata. Gli esempi sarebbero molti e hanno spesso a che fare con un’altra realtà che – come dimostra la dichiarazione di Stracquadanio – non si riesce a comprendere.
Internet.
La campagna elettorale dei referendum, per esempio, ha dimostrato che è possibile ricominciare a fare politica alla vecchia, andando a prendere elettore per elettore. Il tam tam sui social network, in mail, sui blog, non è altro che il sistema con cui si è sempre cercato di parlare all’elettorato, il metodo del vecchio PCI poi mollato dalla sinistra e clonato dalla Lega e, con molte varianti, dal M5S. Per molto tempo si è pensato che per fare una campagna elettorale la strada più convincente fosse rimbambire il pubblico trasformandolo in telespettatore da talk show, in consumatore. E che si potesse vincere solo spendendo milioni di euro come brustulli.
Non era vero. Bastava accorgersene o provarci.
Forse, anche grazie a questo ritorno al passato tecnologico, ci siamo accorti che siamo ancora capaci di ridere.
In Arabia Saudita alle donne è vietato guidare.
Sembra una follia e in effetti lo è. Ora sembra che si siano rotte le scatole e hanno organizzato una protesta.
Si dice spesso che la ribellione più rivoluzionaria ha a che fare con la normalità e le donne saudite hanno preso il detto in parola. Si limitano a fare la vita di tutti i giorni, solo che escono in macchina. Alcune di loro hanno deciso di autodenunciarsi sui social network e si è messa di mezzo anche Amnesty International.
Da queste parti, il sindaco PDL di Sulmona chiede a Youtube la rimozione di un video girato 2006 in cui spiega senza tanti giri di parole cosa pensa dei gay. In sintesi un’aberrazione genetica. Il sindaco, come dettaglio, è un medico e non smentisce le dichiarazioni di allora. Solo, vorrebbe che non ci fosse il filmato in giro.
Forse – come molti invece pensavano – la Rete non serve solo al cazzeggio, sessuale e non.
Bologna è medaglia d’oro della Resistenza. Alla fine della seconda guerra mondiale, la Repubblica decide di assegnare le sue medaglie d’oro anche alle città, alle regioni, alle province che si sono distinte nella guerra di liberazione. Qualche giorno fa molte di queste città hanno rinnovato il proprio consiglio comunale e, pochi giorni dopo il ballottaggio, hanno ricevuto un bel regalo. Simbolico, oltre che reale. Un parlamentare del PDL, Gregorio Fontana, ha presentato una proposta di legge che di fatto consente alle associazioni di ex combattenti della repubblica sociale di ottenere i finanziamenti statali, come quelle dei partigiani. L’iniziativa è solo l’ultima con cui si tenta di modellare la storia lontana e recente. Il sottosegretario Giovanardi, per esempio, minaccia querele a chi afferma che il DC9 di Ustica è stato abbattuto da un missile. Al di là dell’opportunità, dopo i risultati elettorali, di uscirsene con un’idea del genere, la vicenda non è nuova e scatena le stesse domande di sempre. È possibile che partigiani e repubblichini abbiano lo stesso riconoscimento da parte dello Stato? Può la Repubblica legittimare e finanziare chi ha combattuto per la dittatura? Questioni retoriche, ma in un Paese che sulla conservazione di memoria e verità sfiora il bananeto, è molto difficile dare per scontata anche la realtà, quella evidente sotto gli occhi di tutti.
Siamo sicuri che il nome del ruolo creato apposta per Alfano non riveli la sua vera importanza?