Ho buona memoria. Non è sempre una fortuna, il più delle volte ti costringe a tenere a mente anche quello che sarebbe meglio dimenticare. Altre, come in questo caso, consente di alimentare il ricordo e la memoria, al di là del senso letterale del termine. Quando le brigate rosse uccisero Marco Biagi ero a cena fuori. Non rientravo a casa dal pomeriggio, non avevo acceso la radio, non sapevo cosa fosse successo a pochi metri dal luogo in cui mi trovavo. Ricordo bene i giorni successivi, le polemiche, fondate o pretestuose, le frasi prive di senso sfuggite con troppa facilità. Le parole del ministro Sacconi, replica di un’analoga dichiarazione di qualche anno fa sul rischio di un nuovo terrorismo, mi hanno riportato di colpo a quella notte, alle troppe immagini di Bologna violentata e uccisa, ai silenzi, prima e dopo, alle responsabilità che avrebbero potuto evitare il peggio e mille volte avevano fatto la scelta sbagliata. Ho pensato agli “altri”, quelli per cui il ministro teme e che, dice, potrebbero non essere protetti. Ho pensato alla loro notte e ai giorni successivi e alla fine ho riletto le parole di Sacconi. Mi sono chiesto se si fosse preoccupato di denunciare, richiedere una scorta per chi si trova in pericolo, mettere in allerta il collega Maroni, attivare indagini e protezioni. Mi sono ripetuto che non voglio cadere nel cortocircuito fra dissenso, discussione politica e pallottole. E mi sono trovato, alla fine, sigillato in un pensiero folle. A chiedermi se preferivo sperare che stesse parlando sul serio oppure che la sua, in mezzo a troppe altre, fosse solo l’ultima uscita infelice della politica.
Se la modifica dell’articolo 8 per cui domani sciopera la CGIL non porta in cassa nemmeno un euro, non aiuta il mercato del lavoro, non è gradito a Confindustria, aumenta la tensione in un momento in cui servirebbe bromuro, era così impensabile toglierlo dalla manovra? Che utilità ha, in un contesto come questo?
Dopo tutto sono spariti l’obbligo di rivelare la banca con cui si hanno rapporti, la pubblicazione online delle dichiarazioni dei redditi, il contributo di solidarietà, le norme sul ricongiungimento.
Certo che a pensare male si potrebbe far notare che le uniche norme che nessuno ha messo in discussione sono l’aumento della tassazione sulle cooperative e il codicillo sui licenziamenti.
Che Sacconi sia un po’ livoroso?
Non disturbate il manovratore, si diceva una volta.
Un precetto da rispettare alla lettera, visto che ogni volta che il governo mette insieme una manovra, riesce benissimo a disturbarsi da solo.
Stuprare la logica con questa facilità è davvero un caso da seduta psichiatrica. Se ogni azione ha delle conseguenze e – non un dettaglio – un ragionamento a monte, vale la pena fermarsi sulla nuova manovra, uscita dalle sette ore di riunione di ieri.
Niente ricongiungimento. Gli anni del militare, l’università e la specializzazione non contano una beata cippa. Mistero sulla fine dei contributi.
La conseguenza è che un laureato andrà in pensione almeno cinque anni dopo un omologo. A parità di anni di lavoro.
Nel caso di un medico, la differenza può crescere fino a dodici.
Non un brustolino.
Il ragionamento alle spalle è evidente. Studiare è una sfiga.
Mentre scrivo, la7 spiega che Calderoli e Sacconi si vedranno domani mattina per parlare dell’impatto economico e sociale dell’articolo.
Non so se – dopo l’incontro Bossi-Berlusconi – quello Calderoli-Sacconi mi tranquillizza o inquieta.
Niente contributo di solidarietà sopra i 90mila euro. Stupendo.
Peccato che valga solo per i lavoratori privati, perché i pubblici e i pensionati il prelievo ce l’hanno già e se lo tengono.
C’è un emendamento della Lega che vorrebbe conservare il contributo per gli sportivi professionisti.
In sostanza se guadagni centomila euro e sei un lavoratore del privato, non paghi.
Se sei uno sportivo, un pensionato, un dipendente pubblico, paghi.
Anche qui il ragionamento è evidente. Gli sportivi, i dipendenti pubblici, i pensionati, sono tutte categorie di gente che non fa un beato nulla.
Quindi, giù unto.
Altro giro e altro regalo. Vengono tolte tutte le agevolazioni fiscali alle cooperative.
Ora, tanto per pignoleria, vale la pena segnalare che nel mezzo ci sono le coop che forniscono servizi sociali, quelli per cui non si può, ad esempio, far pagare l’Ici alla chiesa cattolica. Tolte le agevolazioni e aumentati i costi da sostenere, dove pensate che finiranno spalmate le minore entrate?
Sulla crescita del costo del servizio o sullo stipendio dei lavoratori.
Che questo governo illuminato ce l’abbia con le Coop, a questo punto, non ha bisogno di prove.
In conclusione, fra l’altro, sembrano mancare quattro miliardi.
Cambieranno di nuovo la manovra, sarà la quarta. Arriverà l’aumento dell’IVA.
Spero che un infermiere, prima che ricomincino a contare, prepari una stanza imbottita.
In alternativa potrebbero bastare un’iniezione di buon senso e un pallottoliere.
Guardare in diretta la conferenza stampa in cui la statua di cera di Berlusconi annunciava la seconda manovra in venti giorni, aveva un effetto simile a quello di certi romanzi di fantascienza. Per rapportare la sensazione a una serie televisiva, potrei dire che si trattava di un lavoro per la Fringe division. Il dottor Bishop ci avrebbe spiegato che si era aperta una finestra sull’altro universo – quello con le Twin Towers ancora in piedi e gli auricolari appesi ai lobi delle orecchie – e che niente di quanto sfilava sotto i nostri occhi apparteneva al nostro mondo. La maschera di cera del nostro presidente del consiglio stava raccontando alle mie orecchie stupite che la colpa del massacro che stava per spararci addosso era dei governi che si sono succeduti dal 1978 al 1992.
La frase, da cui ancora non mi sono ripreso, conteneva un certo numero di rivelazioni.
Intanto sono spariti i comunisti. E non è un dettaglio da poco. E con i comunisti non c’è traccia di nessun governo Prodi. Ci penserà Sacconi a riesumarlo, nella conferenza stampa del giorno dopo, ma sul ministro del lavoro bisognerà spendere due parole più avanti.
La seconda epifania ha a che fare con i governi responsabili, secondo B., del disastro dei conti.
A partire dal marzo del ’78 e fino al governo Amato del ’92, i socialisti del buon Bettino Craxi sono stati in maggioranza in 11 esecutivi su 15, comprendendo nell’elenco anche il governo Fanfani durato circa tre mesi. A voler aggiungere la pignoleria alla precisione, Craxi stesso è stato presidente del consiglio senza interruzione dall’agosto del 1983 all’aprile del 1987. Un po’ meno di quattro anni su quattordici, il 28% del tempo indicato nella conferenza stampa.
In realtà l’uomo ama poco la verità anche quando tenta di dirla. Se avesse voluto essere preciso fino in fondo, avrebbe dovuto spostare l’inizio di quelle date proprio al 1983. Fin lì, il nostro debito in rapporto al PIL era a cavallo del 70%, dopo due governi Craxi era oltre il 90% e alla fine del periodo indicato viaggiava verso quota 120%.
(Sul sito della banca d’Italia è disponibile un documento interessante che esplora il debito pubblico italiano dall’unità a oggi.)
Niente male come ammissione per il capo di un governo amico personale di Craxi e imbottito di ex democristiani e socialisti. Singolare anche la coincidenza che la componente più strettamente economica del nostro esecutivo venga proprio dal craxismo. Brunetta, Sacconi e anche Tremonti, in qualche modo. Per restare alla fantascienza si potrebbe dire che l’impero colpisce ancora.
E su Sacconi conviene spendere due parole.
La sintesi perfetta dell’uomo – rancoroso oltre misura, non vi sembra? – la fa oggi Scalfari su Repubblica. “Sacconi sogna di poter mandare la Camusso in galera e solo allora si addormenterebbe in pace nella convinzione di avere operato per il bene del paese”. Leggetevi il fondo, perché merita per molti motivi.
Sacconi, si diceva.
Nella sua scheda sul sito del senato, si trovano alcuni dettagli interessanti. Il primo mandato dell’attuale ministro del lavoro risale all’ottava legislatura, quella che si chiude nel 1983. Il gruppo parlamentare è ovviamente quello socialista, ma è la legislatura successiva che ci interessa di più. Il gruppo parlamentare è lo stesso, gli anni vanno dal 1983 al 1987. Per esempio è lui il relatore della finanziaria del governo nel 1984 e nel 1985. Come spiega l’Espresso, le due manovre crescono il debito da 234 miliardi (di lire) a 336. Con la legislatura successiva completa l’opera, è sottosegretario al tesoro ininterrottamente dal luglio del 1987 alla fine del mandato, nel 1992.
Per citare il suo capo di oggi, se la colpa del massacro è di chi governava le finanze pubbliche fra il 1978 e il 1992, il castiga sindacati di sinistra che oggi siede al lavoro dovrebbe avere qualche responsabilità. O quanto meno, essere considerato persona informata sui fatti. Ammesso che il buon Silvio sia al corrente, viene da dire che chi cerca di tappare il buco, ha appena nascosto in un cassetto la trivella.
Un po’ come nominare Gambadilegno capo della polizia.
Tutto sommato, alla fine, preferirei avesse ragione il dottor Bishop.
Seconda convocazione delle parti sociali e secondo topolino. Una montagna parecchio gravida.
Berlusconi spiega che faranno tutto, faranno bene, faranno svelto. Poi si informa se qualcuno ha bisogno di un Folletto e si propone per una rapida dimostrazione. Il fido Letta, l’uomo più resistente del mondo dopo Gommaflex, si lascia andare e spiega che tutto sta crollando.
Immagino gli sguardi dall’altro lato dell’incontro.
Poi le proposte.
Due tavoli tematici.
Quello sul lavoro condotto da Brunetta e Sacconi. Il primo pensiero è all’atteggiamento del ministro del lavoro il giorno del “cretino” sfuggito dal seno di Tremonti. Serviranno i secondi.
La Marcegaglia e il resto del mondo chiedono ogni dieci minuti di tagliare i costi della politica.
Un orecchio che sembra più che sordo.
Nel frattempo Bossi mostra il medio, il trota tenta di imitarlo e sbaglia dito (non sto scherzando, cercatevi la foto) e la Lega – quella che due giorni fa dichiarava di aver avuto un’idea geniale – spiega che la patrimoniale non si fa, le pensioni non si toccano, le imprese non si toccano, la Padania non deve pagare un centesimo.
Che facciamo, rapiniamo la Merkel?
Le parole sono importanti, diceva il protagonista di Palombella Rossa.
Forse sarà perché con le parole ci lavoro e ci vivo o perché mi piacerebbe che chi apre bocca in pubblico conoscesse il significato di quelle che pronuncia, che da un po’ di tempo ascolto e finisco per arrabbiarmi.
Sabato la manifestazione della FIOM.
Dice Casini che rispetta la manifestazione – e vorrei vedere – ma che quella gente non rappresenta l’idea di alternativa che ha in mente lui.
Non mi sembra una gran novità, che la politica che rappresenta non sia sulla stessa linea della CGIL o della sinistra.
Chissà se il PD se n’è accorto, di quella differenza.
Ah, già, il PD non c’era. Che sembra brutto partecipare a una manifestazione in cui puoi trovare una parte (larga) del tuo elettorato.
Nel dubbio Casini ribadisce il concetto anche oggi e il primo pensiero che mi salta in testa è che sono un po’ stanco di sentire lezioni di opposizione e alternativa da chi ha votato per quattordici anni tutte le leggi ad personam e no del governo Berlusconi. Legge elettorale compresa.
Ah, già, quella non gli è mai piaciuta.
Ad ogni modo, dopo le previsioni di Maroni, arriva l’intervista di Sacconi.
La manifestazione era politica e non sindacale. E in piazza c’era una minoranza radicale inadatta a governare.
Amen.
Bello trovare qualcuno che risponde a una richiesta legittima di lavoro, diritti e magari di qualche denaro con cui saldare la rata del mutuo, sparando certezze così alte.
E certo sarebbe bello che il ministro aggiungesse alcune spiegazioni.
Per prima cosa per quale motivo è adatto a governare questo governo e non quella minoranza (sicuro?) che ha sfilato in piazza, ma anche altre cose.
Mi piacerebbe che il ministro Sacconi spiegasse se non ha a che fare con la politica difendere i diritti dei lavoratori. Se non sia politica avere un’idea sul mondo del lavoro o se non sia politica (appunto) una politica economica.
Mi piacerebbe che il ministro Sacconi – seguendo la sua logica – spiegasse perché non è politica la manifestazione della Cisl o della Uil e invece lo è quella della Cgil o della Fiom.
Mi piacerebbe che il ministro Sacconi spiegasse pubblicamente che cosa ha fatto lui – che da ministro del lavoro dovrebbe avere qualche competenza – per i lavoratori della Omsa, della Eutelia, della FIAT.
Mi piacerebbe che il ministro dicesse se la sua idea di difesa dei diritti dei lavoratori, del mondo del lavoro o dello sviluppo economico e industriale di questo Paese è la stessa espressa più volte dal suo e (ahimè) anche nostro Capo: è il mercato, bellezza.
Un principio che vale per Pomigliano, ad esempio, ma non per Unicredit.
Che si sa, Roma è ladrona, ma usare una banca come sportello di prelievo personale, non fa schifo nemmeno se ti vesti di verde.
Certo Sacconi avrebbe titolo per dire con chiarezza che il modello economico a cui deve fare riferimento oggi l’operaio italiano è quello polacco. Sperando che domani non diventi quello cinese.
Il mondo è cambiato, dice Marchionne. E fa bene il suo mestiere.
Peccato che dall’altra parte il governo risponda svegliandosi di soprassalto e sospirando un romantico “Sì, è vero. Fai di noi quello che voi.”
Per chiudere alla grande il ragionamento politico, il ministro nega di aver avvertito del pericolo che ci scappasse il morto e rettifica la dichiarazione spiegando che in Italia c’è un’opposizione radicale, a causa della presenza del partito comunista più forte dell’occidente, e che abbiamo vissuto quarant’anni di violenza politica e quindi occorre fare attenzione.
Meraviglia.
La laurea in ingegneria, per altro, mi costringe a saper far di conto.
Siamo nel 2010, quarant’anni fa era il 1970.
Come inizio di lotta politica per i diritti, ho la sensazione che siamo in ritardo. Ma anche passando l’approssimazione, mi sembra che la violenza politica sia finita diverso tempo fa.
A voler essere generosi una ventina d’anni abbondanti.
Certo, seguendo lo stesso ragionamento di Sacconi – passato dalla sinistra socialista a Berlusconi, transitando da Craxi – sarebbe lecito gridare alla dittatura in Italia, dal momento che c’è stato qualcosa chiamato fascismo.
E ancora.
La svolta della Bolognina è del novembre 1989. Ventidue anni fa. E siamo ai comunisti.
E se essere stati comunisti vuol dire aver fatto parte del partito di Berlinguer, allora, cazzo, sì, siamo stati comunisti, abbiamo votato per quel partito, condiviso quelle lotte, pensato quella politica, creduto in quegli ideali, contribuito insieme al sindacato a combattere quella violenza politica di cui parla – con parole, errori e volute omissioni – proprio il ministro Sacconi.
Potete dire altrettanto?
Nel frattempo il buon Cota – presidente della regione Piemonte in 8 sedute su 36, viva il territorio – finisce sotto al riconteggio ela Lega ulula al crollo della democrazia.
La conseguenza logica di questo ragionamento è che:
è democrazia presentare firme false per l’iscrizione di una lista elettorale
è democrazia che cittadini ignari si trovino firmatari di una lista che non sostengono
è democrazia che alcune liste abbiano seguito le regole e altre no,
è democrazia che non si vada a controllare se davvero chi ha vinto le elezioni è chi siede adesso sulla presidenza della regione.
Lo schema del ragionamento assomiglia a quello di Sacconi.
Per altro c’era qualcuno che urlava al riconteggio per l’elezione di Prodi, nel 2006.
Mi sembra di ricordare che si trattasse della stessa parte politica di Cota.
Magari, mi sbaglio.