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Stragi, il romanzo del mistero
Fogli e Pinotti scavano nei retroscena del caso Borsellino con gli strumenti della narrazione
di Ranieri Polese (Corriere della Sera, 20 febbraio 2011)
“Forse saranno mafiosi quelli che materialmente mi uccideranno, ma quelli che avranno voluto la mia morte saranno altri”. Aveva detto così Paolo Borsellino pochi giorni prima di quel 19 luglio 1992, quando, più o meno alle cinque della sera, l’esplosione di un’auto parcheggiata sotto la casa della madre in via D’Amelio uccideva lui e i cinque della sua scorta. Attribuito in fretta e furia solamente alla mafia, quale mandante ed esecutrice, quel delitto lasciava troppi interrogativi. Che solo di recente, con nuove indagini e nuovi processi, cominciano a trovare inquietanti risposte, grazie anche alle dichiarazioni rilasciate dal 2008 dal pentito Gaspare Spatuzza. Eccole: la morte di Giovanni Falcone e quella di Borsellino avevano mandanti diversi, era in corso una trattativa tra la mafia e lo Stato, Borsellino si sarebbe opposto, dunque andava eliminato. Quattro anni fa, nel 2007, un romanzo di Giancarlo De Cataldo, “Nelle mani giuste”, trattava in forma di fiction proprio quella ipotesi. Ora, un altro romanzo, “Non voglio il silenzio. Il romanzo delle stragi” (Piemme, in libreria da martedì), torna sul biennio 1992-93, cercando un filo che unisca le stragi di mafia a Palermo e in Italia con quanto stave accadendo a Milano, ovvero il ciclone di Tangentopoli che doveva travolgere e far morire la Prima Repubblica. E individua, questo romanzo, proprio nell’ attentato a Borsellino il punto di svolta ma anche la chiave per leggere e comprendere quello che stava accadendo. E quello che sarebbe successo dopo.
Gli autori sono Patrick Fogli e Ferruccio Pinotti, affermato scrittore di noir il primo (“Il tempo infranto” raccontava i retroscena della strage alla stagione di Bologna del 1980), autore di scomode, documentatissime inchieste il secondo (“Poteri Forti”, “L’Unto del Signore”).  Li unisce la stessa passion per la ricerca della verità sulle molte, troppe vicende oscure del nostro passato recente. E la convinzione che dove gli atti processuali o le inchieste giornalistiche non arrivano possa invece arrivare un  romanzo. L’unico finora in grado di ricostruire un quadro di insieme, mostrare ciò che lega accadimenti all’apparenza distanti e indicare il senso storico complessivo. Si servono, evidentemente, delle libertà proprie di ogni narratore, mescolando personaggi d’invenzione con fatti e persone reali, creando collegamenti “senza l’onere della prova” utili però a capire e a far capire. Hanno scelto un giornalista (che non ha nome) come protagonista per raccontare le ansie e le frustrazioni di quanti hanno cercato e cercano di far luce sui  tanti, troppi misteri italiani.
Il romanzo si apre con una sparatoria, in un’aula di tribunale. Muore l’imputato, uno spacciatore che ha cominciato a parlare (“è un infame” grida il killer), e muore anche la sua avvocatessa. Resta illeso, invece, un ex giornalista chiamato al palazzo di giustizia dall’avvocatessa che, al telefono, gli ha promesso importanti rivelazioni. E che, prima di morire, ha il tempo di dirgli un nome, Solara. Proprio il nome su cui molti anni prima, 1992-93, Elena - sua moglie - e suo padre Adriano, giornalisti anche loro, stavano indagando.
I due,  nella Milano di Tangentopoli, avevano cominciato a fare ricerche su un potente gruppo industriale di Ravenna che risultava insieme implicato nel giro delle tangenti e socio in affari di imprese mafiose. Un informatore suggerisce ad Adriano di fare una visita a Palermo. E i due si trovano là proprio nel fatale 19 luglio, accorrono in via D’Amelio in tempo per vedere cose che non avrebbero dovuto vedere. Per questo pagheranno: due anni dopo, in auto (è il figlio che guida), una macchina li urta e li scaraventa in un burrone. Elena muore, Adriano resterà paralizzato, il figlio,quando si riprende dal coma, lascia il giornalismo.
Ma cosa hanno visto, che cosa sapevano? Che l’attentato era opera di corpi dello Stato, dei servizi. Che il mafioso reo confesso subito catturato non c’entra per niente. Che ciò che si cerca di nascondere è la trattativa fra Stato e mafia. Che la mafia – questa era già l’intuizione di Giovanni Falcone – doveva investire gli enormi ricavi delle sue attività , e Milano con le sue imprese e le sue operazioni finanziarie era lo sbocco obbligato. Che, mentre la vecchia politica stava crollando, si stava preparando un nuovo assetto in cui anche Cosa nostra voleva esercitare il suo peso. L’indagine si arrestava là, ora è il figlio di Adriano a riprendere la ricerca. Incontra ex agenti che vivono su isole lontane, banchieri in pensione che “pulivano” i soldi della mafia, altri superstiti di quella stagione di sangue; ognuno fornisce un tassello di storia, di una storia – dicono tutti – che non potrà essere provata. E scopre così che in Italia il passato non è mai passato.
“I contatti tra mafia e potere politico in Italia ci sono sempre stati” dicono gli autori. “Per decenni la Dc è stata il referente. Dopo il 1989, quando gli equilibri mondiali si rompono, quel legame entra in crisi. E quando, nel ’92, Mani pulite spazza via il potere democristiano, Cosa nostra deve cercare nuove forze politiche che difendano i suoi interessi dall’attacco della magistratura”. Ma qui il quadro si fa complesso. Intanto perchè il mafioso non è più il picciotto con la lupara e la coppola, sta invece diventando un abile investitore di capitali. E di quei capitali il mondo degli affari milanese ha sempre più bisogno. C’è però la legge che estende ai mafiosi il trattamento del carcere duro, contro cui Cosa nostra reagisce con la campagna stragista del 1993 voluta da Totò Riina. E in mezzo ci sono sempre i servizi segreti (nel romanzo si avanza l’ipotesi che furono loro a suggerire alla mafia di colpire luoghi d’arte). Quei servizi che hanno sempre avuto un ruolo decisivo in tutti
i capitoli drammatici e oscuri della storia repubblicana. Su questo punto, Patrick Fogli ha un’opinione radicale: “Non credo ai servizi deviati. Ci sono I servizi e basta. Da Piazza Fontana in poi si ripete sempre lo stesso scenario, bombe, eliminazioni, false piste, colpevoli inventati, il tutto sempre manovrato dalle stesse forze occulte: da quarant’anni è così, non può essere solo una coincidenza”.