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Il romanzo delle stragi, la finzione della realtà
di Giulio Galetto (L'Arena, Brescia Oggi, Il Giornale di Vicenza, 31 marzo 2011)
Il bolognese Patrick Fogli e il veronese Ferruccio Pinotti, giornalista dell'Arena, forti delle loro esperienze di indagatori delle realtà oscure, contraddittorie o anche tragiche, che hanno segnato l'Italia degli ultimi decenni e dell'abilità con cui, in prove precedenti, hanno utilizzato tale mondo come sfondo di testi narrativi di successo, hanno unito le loro forze e hanno scritto a quattro mani il romanzo Non voglio il silenzio, mandato ora in libreria dalle Edizioni Piemme (540 pagine, 19,50 euro). Il sottotitolo suona Il romanzo delle stragi e funziona come indicazione dello sfondo reale su cui si colloca questa trama narrativa di invenzione che ha le caratteristiche del noir, del thriller, del racconto che, procedendo nello scavo all'interno di inquietanti misteri e silenzi, crea una inquietante atmosfera di suspense.
Il protagonista, io narrante di tutta la vicenda, è un uomo tormentato e deluso, fortemente segnato dal trauma di un incidente stradale avvenuto in circostanze oscure. Sulla macchina, che ebbe un violento scontro con una vettura rossa, egli viaggiava con la moglie e con il proprio padre: lui ne uscì illeso, la moglie, che amava profondamente, morta, il padre gravemente ferito.
Sia Elena, la moglie, sia il padre erano giornalisti impegnati in inchieste su trame e delitti di mafia. Giornalista era anche l'io narrante, ma ora si dedica solo a scrivere libri di fiabe per bambini, quasi una rinuncia all'impegno con la realtà, quasi una ricerca di oblio rispetto alle domande che bisognerebbe farsi su quell'incidente.
«In un colpo solo», egli dice, «mi sono ritrovato senza moglie, con mio padre su una sedia a rotelle e una figlia piccola da tirare su…Per molto tempo ho pensato che sia possibile dimenticare, che si possa vivere senza passato».
Poi un fatto improvviso scuote l'uomo dalla sua scelta del silenzio, dal suo essersi rifugiato nel non sapere: in una telefonata notturna una spaventata voce di donna gli dà appuntamento per l'indomani in tribunale. Controvoglia egli si reca nell'aula di giustizia e, subito dopo aver incontrato l'atterrita sconosciuta (si chiama Michela, è avvocata ed è lì per difendere un cliente), assiste a una scena agghiacciante: un uomo entra nell'aula, spara alla donna, al suo cliente, quindi a stesso. Prima di spirare, la donna sussurra al protagonista una sola parola: Solara.
Quel nome misterioso sarà l'inizio di una lunghissima traccia che il personaggio che parla in prima persona, sollecitato anche dalla coraggiosa figlia ormai adulta e indipendente, seguirà lungo un percorso in cui la dimensione romanzesca si fonde senza forzature con il quadro inquietante e variegato della lunga, nera stagione italiana dei complotti, delle morti eccellenti, delle stragi che variamente si iscrivono in quello che in questo libro viene con amarissima ironia definito «il quartetto»: massoneria, finanza, politica e mafia.
Da un capo all'altro d'Italia, da Milano a Roma, a Palermo, in uno spazio mobile, ma anche e soprattutto in un tempo che si muove a zig-zag per via di flashback che incrociano il privato romanzesco dell'io narrante con le occasioni storiche di stragi, terrorismo, opposti estremismi, tangentopoli, incerti passaggi da prima a seconda repubblica e via elencando, col cuore in gola (per ragioni di suspense, ma anche per il livido panorama mica tanto romanzesco che si viene dispiegando) si arriva alla soluzione del mistero celato in quella parola, Solara, esalata con l'ultimo respiro dalle labbra della sventurata Michela nella scena iniziale di questo libro.
Un libro che esalta il coraggio di uscire dal silenzio nella convinzione, come si legge nell'ultima pagina, che «l'arma più potente che resta è il coraggio di mettere un punto interrogativo in fondo a una frase e pretendere una risposta che abbia senso».
Calato, tutto questo, in una scrittura scattante, scandita in sequenze sovrapposte le une alle altre con cesure nette che sembrano indicare l'insofferenza dei tempi morti, con una tensione «visiva» che certe volte fa pensare ad una sceneggiatura cinematografica. Veramente una strategia valida agli effetti di trasmettere un messaggio di impegno storico-civile attraverso la garanzia dell'effetto avvincente prodotto dalla trama narrativa.