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L'oscura verità delle stragi d'Italia
di Giovanni Pacchiano (il Sole 24 Ore, 13 marzo 2011)
Patrick Fogli, 40 anni, è uno dei nostri scrittori più bravi. Uno dei pochi i cui libri siano in grado di suscitarci emozioni profonde (senza di quelle, che scopo avrebbe leggere narrativa?). Il suo thriller L'ultima estate di innocenza (Piemme, 2007) è, l'abbiamo detto più volte, uno dei libri più importanti e appassionanti del nuovo millennio. Dopo, Fogli si è spostato verso un genere non-fiction novel all'americana, liberamente interpretato; dove a eventi realmente accaduti e a personaggi realmente esistiti o esistenti si mescolano figure d'invenzione. Ma troviamo sempre, al centro del suo narrare, momenti drammatici della recente storia italiana. Prima con Il tempo infranto (Piemme, 2008), sul terrorismo di destra verso la fine degli anni Settanta e sulla strage della stazione ferroviaria di Bologna (2 agosto 1980). Ora, insieme a Ferruccio Pinotti, valoroso giornalista d'inchiesta, con Non voglio il silenzio, che ha per sottotitolo «Il romanzo delle stragi». Per chi non sappia ricordare: la strage di Capaci, quando, il 23 maggio 1992, persero la vita Giovanni Falcone e la moglie, assieme a tre agenti della scorta. La strage di via d'Amelio a Palermo (19 luglio 1992), in cui fu ucciso Paolo Borsellino assieme a cinque agenti della scorta. E, l'anno dopo, le «stragi del '93». Quella di via dei Georgofili a Firenze (notte fra il 26 e il 27 maggio). L'autobomba in via Palestro a Milano, il 27 luglio. Gli attentati alle chiese di San Giovanni in Laterano e San Giorgio al Velabro, a Roma, ancora il 27 luglio.
«La verità è un'ossessione che ti riempie la vita», dice il personaggio centrale del romanzo. Un ex giornalista (mai chiamato per nome) che, negli anni 2002-03, si trova di colpo sbalzato nel clima di quella tragica realtà passata. Quando viene contattato da una giovane avvocatessa, Michela Santini: il suo cliente, un piccolo criminale, ha da rivelare importanti verità. Ma, al processo, un killer ucciderà a colpi di revolver l'imputato assieme a Michela. Che, prima di morire, balbetta un nome misterioso: Solara. Il medesimo sul quale, nei lontani primi anni Novanta, la moglie del protagonista, Elena, e il padre di lui, Adriano, entrambi giornalisti, avevano fatto indagini. Collegate ai rapporti fra grandi società del nord e mafia, e all'ingente flusso di denaro sporco riversatosi in quegli anni nel mondo dell'industria e della finanza. Gli anni dello stato «con le pezze al culo» dopo la morte di Falcone, e del crollo della vecchia politica, travolta dagli scandali ma anche da un progetto ben preciso...
L'inchiesta di Adriano ed Elena – a Palermo proprio il giorno della morte di Borsellino, per vedere Clara, una donna che sa molte cose, nello stesso momento della strage (uno dei pezzi più intensi del libro) – abortisce: in un oscuro incidente d'auto Elena morirà e Adriano finirà in carrozzina. Mentre, sconvolto e determinato a proteggere la vita della figlia, la piccola Giulia, il protagonista lascia il suo mestiere dedicandosi a scrivere libri (di successo) per bambini. Ma è il delitto in tribunale a ricondurlo all'antica vocazione. E a indagare sui tenaci rapporti fra mafia, politica, finanza, industria. Mentre scopre che hanno la loro parte i servizi segreti. E lo stato in cui i cittadini confidano: cosa sta succedendo allo stato?
Il romanzo di Fogli e Pinotti è un gioco labirintico di specchi, un groviglio di sospetti, confessioni, inganni (il riflesso, anche, dell'Italia di oggi?). Di improvvise rivelazioni cui concorre una folla di personaggi. Uomini a volte anonimi: spesso un capitoletto comincia con qualcuno che cammina, un criminale sanguinario che va ad ammazzare. O nasconde un segreto. O per contro figure che aiutano l'ex giornalista nella sua missione (ma i "buoni" finiscono in malo modo, guarda caso). A partire dal padre. O chi parla per enigmi, mezze frasi, allusioni: c'è troppa paura in un mondo dove gli inermi si sentono in pericolo e dove non pochi potenti fanno di tutto per occultare la verità, o peggio. «Segui il denaro», suggerisce Adriano al figlio, e arriverai alla verità. Lui ci arriva. Forse. Ma, alla fine, preferisce calarla nel miscuglio di vero e finto di una storia scritta. Come fosse un romanzo. Pur dicendo a se stesso: «E se fosse tutto vero?». Toccherà alla figlia, cui è destinata, l'obbligo di cercare di decifrarla. Anche a noi.