Lo sfratto di Bologna è solo l’ultima tragedia legata all’abitare e all’emergenza sociale che quest’epoca ci sbatte sotto gli occhi con tutta la violenza del caso. Penso al 71enne di Verona che si butta dalla finestra durante lo sfratto o al 91enne di Milano con figlio disabile a carico sfrattato dopo 50 anni di affitto.

Partiamo proprio dalla violenza.
Si poteva e si doveva fare diversamente. Anche nel caso di sfratto forzato. Le aperture giudiziarie non si facevano con i fabbri? Si è ragionato che c’erano dei bambini in casa e che buttare giù una porta e un pezzo di muro non è proprio la soluzione migliore per evitare un trauma? Quanto agli assistenti sociali. Leggo oggi che la loro presenza “non è prevista agli sgomberi”. Forse a Bologna, altrove sicuramente si. E non per “trovare soluzioni dell’ultimo momento”, ma per garantire sostegno a chi viene buttato fuori e tutelare i minori.

Un proprietario ha diritto a riottenere casa sua? Facile. Sì. È un suo bene. Ha diritto a farne quello che vuole, a essere tutelato dalla legge? Anche questa volta sì.
Ma non cerchiamo di sviare l’attenzione, qui non si sta parlando di questo. I proprietari, almeno quelli onesti che non cercano di affittare a peso d’oro luoghi di dubbia abitabilità, sono una cosa diversa.

Parliamo, invece, una pratica ormai consueta. Sono un’impresa, compro, faccio scadere il contratto, sfratto, ristrutturo, rivendo per affitto breve, sfruttando anche la libertà legislativa di affittare lo stesso posto a 8/10 volte il prezzo normale in periodo di fiera, pratica schifosa che è pure consuetudine degli alberghi.

Qual è la conseguenza? Che le città non sono più dei cittadini e diventano oggetto di speculazioni immobiliari che drogano i prezzi, cambiano il tessuto sociale e mettono ai margini proprio quelli che dovrebbero viverci, i loro abitanti. Oltre a cambiare completamente la città stessa. Se nel centro di Bologna trovi scritto “spaghetti alla bolognese” e il modello sembra essere Venezia, qualcosa è successo. E non poco. Come pure se proliferano gli studentati di lusso e mantenersi fuori sede è diventato un salasso.

Poi c’è la questione sociale.
Sul Corriere di Bologna di oggi Confedilizia dice che è la pubblica amministrazione a doversi occupare dei casi sociali e non il privato.
Vero. C’è però un distinguo.
Che cos’è un caso sociale?
Fino a una decina di anni fa era un povero in senso stretto. Qualcuno che aveva perso il lavoro, che non riusciva a trovarlo, qualcuno che per mille motivi, di salute, dipendenza, famigliari, era fuori dal contesto produttivo e aveva bisogno di aiuto.
Oggi non è più così.
Avete provato a fare la spesa? A comprare una bottiglia d’olio, del tonno, il caffè? A scoprire che le confezioni dei generi alimentari sono identiche, ma dentro c’è il 20% in meno (che a casa mia è truffa)? Avete avuto la meravigliosa esperienza di vedere moltiplicato per N il vostro mutuo a tasso variabile quando i tassi crescevano e di non vederlo calare in proporzione quando sono scesi? Avete provato a comprare un’auto, pagare il gas?

Mi capita spesso di ascoltare in radio Sebastiano Barisoni. Qualche giorno fa ragionava di prezzi. Dal 2019 il costo del carrello della spesa è cresciuto del 30%, il doppio dell’inflazione. Con gli stipendi che non si sono adeguati.
Chi guadagna 1.700 euro in una città o in un grande zona urbanizzata ed è in affitto semplicemente non è in grado di mantenersi da solo. In due galleggia appena.

Trovare casa, se vieni sfrattato, è molto complicato per un sacco di motivi.
Il costo, innanzitutto.
Se fate una ricerca banale sul più grande portale immobiliare d’Italia, un affitto a Bologna per un appartamento di due locali ha una media di circa 800 euro al mese con metrature in stragrande maggioranza intorno ai 50mq. Aggiungiamo che spesso la richiesta è di soli contratti a tempo indeterminato o anticipo di molte mensilità, per tacere di cosa accade quando a cercare casa non è qualcuno nato in Italia o della gestione degli alloggi di edilizia popolare e del patrimonio immobiliare delle amministrazioni.

I casi sociali non sono solo casi sociali.
Sono persone che hanno un lavoro e uno stipendio con cui non si possono più permettere una casa perché il mercato è questa roba qui e se lo lasci lavorare senza regole queste sono le conseguenze.
Sono persone con un ISEE troppo alto per una casa popolare e un reddito troppo basso per un affitto o un mutuo. Gente che ha un lavoro, ma non ce la fa lo stesso.
E quando cerchi per anni una casa e non la trovi, è ovvio che fai resistenza.

È il capitalismo, bellezza.
Certo, ma la politica dov’è?
Leggo in questi giorni e in queste ore dichiarazioni suggestive su quanto accaduto, parole di sdegno, accuse al governo (di certo non sono uno governativo). Fanno di certo più onore di alcuni silenzi, ma ci si chiede dove abbiano vissuto quando questa cosa succedeva.
Perché non è nata oggi.
Non è una catastrofe naturale caduta sulla nostra testa, è il punto di arrivo di una trasformazione sociale che ci ostiniamo a chiamare crisi e che ha cambiato nel silenzio totale delle istituzioni, tutte e di tutti i colori politici, il tessuto sociale ed economico del nostro Paese.

Il problema casa è solo l’ultimo sintomo, forse il più pericoloso, dell’inadeguatezza del reddito da lavoro di fronte al costo della sopravvivenza, non della vita. L’ultimo atto di un’epoca violenta in cui si è lavorato ad accrescere le diseguaglianze, gonfiando i portafogli di chi già aveva e sgonfiando quelli di chi poteva permettersi qualcosa, è stato spremuto fino all’esaurimento e ora non ce la fa più.
Il tutto tagliando sulla scuola, la sanità, l’assistenza (lo hanno fatto tutti) e con il capolavoro comunicativo con cui si è creata una guerra fra poveri, fomentando ogni ignoranza e convincendo chi è arrivato al limite a votare gli interessi dei più ricchi perché la colpa di tutto è di chi sta come lui o peggio di lui.

Il caso di Bologna e la notizia sui dati fiscali, che attesta che il 77% delle tasse è pagato dal 25% dei contribuenti, avrebbero dovuto monopolizzare il dibattito politico per giorni, settimane.
Invece il primo è quasi un caso di cronaca locale, il secondo è passato in cavalleria, fra le grancasse di un taglio IRPEF da 30€ all’anno e il tentativo di costituzione del campo largo.
Ma se la politica non si occupa di temi come questi, se non rimette la questione sociale al centro del dibattito, abolendo la fuffa e riempiendo le parole di fatti, il minimo che può aspettarsi è l’astensionismo.
Il minimo.

Lo dico per prima alla parte politica a cui appartengo, quella sinistra irriconoscibile e spuntata che governa la regione in cui è accaduto. Una regione in cui servono almeno sei mesi, per dire, per inserire un anziano in un centro diurno, in cui ti può capitare di prenotare visite a 50km da dove abiti, sempre se non sei costretto al privato, e in cui per qualsiasi problema sanitario o socio-sanitario ti senti rispondere che c’è carenza di organico. E comunque va molto meglio che in tante altre parti.

Lo dico alla sinistra perché è quella che dovrebbe sapere che il mondo si guarda dal basso e non dall’alto e che la crisi del modello abitativo delle città e l’imbuto che risucchia verso il fondo chi ha sempre avuto pochi problemi ad arrivare alla fine del mese è l’ecatombe sociale che finirà per distruggere tutto, per primo il loro consenso.
Perché quando si impoverisce chi non è abituato a essere povero, le cose si fanno pericolose, la rabbia fatichi a tenerla e qualcuno se la intesta.
Sta già succedendo.

Il livello peggiorerà.
Per esempio sta per andare in pensione una generazione che ha uno stipendio adeguato alla vita, ma percepirà una pensione che la renderà molto al di sotto dello standard.
Viaggiamo a velocità siderale verso un muro di cemento.
Non so se siamo in tempo a fermarci.
So di certo che i giorni delle parole all’aria devono finire per sempre.

Un’ultima cosa.
Ho notato in questi giorni il silenzio imbarazzante sulla questione da parte di chi non perde occasione sui social per azzannare, anche giustamente, i partiti di governo.
Le cose sbagliate sono sbagliate ovunque accadono. Sarebbe bello che avessimo almeno le palle di dirlo.