Viviamo una profondissima crisi culturale.
L’editoria è in crisi da decenni, ma questa di oggi è diversa dalla crisi storica e per così dire endemica di cui parliamo da quando abbiamo memoria. Quella che stiamo vivendo è totale. Una crisi di qualità, di contenuti e di scopi, di valore e di senso, qualcosa di decisamente più profondo e preoccupante.
Ogni cosa che conosce chiunque sia dentro l’editoria da un po’ di tempo o non vale più o non varrà più a breve.
Dobbiamo cioè tener ben presente che questo sistema non è in crisi economica per chi fattura. Il mercato del libro, inteso come oggetto che viene venduto e acquistato, genera comunque un buon fatturato, nel suo insieme. Solo che quel fatturato è di fatto accentrato in poche realtà molto grandi, esistono grossi gruppi che da questo sistema guadagnano, colossi contro cui non esiste possibilità di concorrenza.
I manager d’impresa guardano a sei mesi, un anno, il tempo di un bilancio e le aziende editoriali puntano a fatturare solo con pochissimi titoli ogni anno, best-seller su cui si accentra tutta l’energia promozionale e pubblicitaria, a scapito di tutti gli altri, sui quali non si investe nulla, né si richiede la minima attenzione.
La crisi vale per quelle migliaia di persone che davvero lavorano ai libri.
E nessuna comunità può reggere se si basa solo su un potere tecnico-economico.
Si avverte l’assenza di una tensione critica, vale a dire la capacità di trasformare la letteratura in uno strumento perturbante di conoscenza, di spregiudicata indipendenza, evitando ogni forma di cristallizzazione del pensiero e dell’esperienza.
A lungo e fino a tempi recenti la cultura, nel suo complesso, ha riconosciuto il prestigio e il valore della letteratura e la scelta di dedicarsi alla scrittura si fondava sulla certezza che, attraverso di essa, si potesse partecipare a momenti di confronto e dibattito in nome di una valorizzazione del proprio lavoro e quello altrui. E perché no, anche al destino collettivo.
Oggi quell’orizzonte di crucialità e storicità della letteratura non esiste più.
Il processo di industrializzazione dell’editoria e del suo mercato ha ridotto nel tempo le potenzialità di un patrimonio letterario nazionale e internazionale e sdoganato una sorta di sregolatezza nelle proposte, con l’unico fine di imporre duttilità nel fruitore, uno svuotamento progressivo dei contenuti che ha depotenziato il valore oppositivo, urticante, perturbante della letteratura.
Le tre grandi vittime sono state il lavoro, la crisi climatica e il patriarcato. Nel giro di venti, venticinque anni hanno smesso di essere temi centrali della produzione letteraria, oppure sono stati banalizzati e resi inoffensivi, del tutto addomesticati.
Oggi il ruolo del romanzo, ininfluente da molti punti di vista, primo fra tutti nel dibattito quotidiano, è convincere il lettore di vivere nel miglior mondo possibile attraverso un delirio consolatorio. Così evidente e normato che il romanzo “altro” trova sempre meno spazio nell’ambito mercantile, la diversità non conta nulla e gli autori stessi diventano difficilmente collocabili da un punto di vista promozionale. Le librerie si riempiono di titoli “facili” e commerciali – mentre le opere più originali e sperimentali faticano a trovare spazio – e di novità già destinate in partenza a non essere nemmeno viste, figurarsi vendute, pura merce di scambio che occupa posizioni in libreria e viene restituita in cambio dei titoli in arrivo.
Autrici e autori professionisti non hanno nessun motivo di lavorare al meglio, di fare ricerca o di perseguire originalità. La critica letteraria non esiste più, anche perché di fatto serve solo a lusingare qualche ego, dal momento che non sposta più le vendite, avendo perso ogni autorevolezza. I premi letterari – a eccezione di un paio – non cambiano le sorti di un libro né di chi lo ha scritto. Le librerie non sono stimolate a scovare titoli diversi
Le logiche commerciali ci stanno danneggiando anche economicamente: fanno vendere sempre meno libri, riducono progressivamente il numero dei lettori, non vanno affatto incontro al pubblico. Puntano semmai a sedurlo con false promesse e, molto spesso, lo ingannano allo scopo di vendere qualcosa che poi il pubblico stesso troverà deludente, allontanandosi dalle librerie anno dopo anno. Si vendono, a tutti gli effetti, prodotti di consumo concepiti senza alcun riconoscimento né per la qualità della scrittura né per l’appagamento di chi deve acquistare quei prodotti, un circolo vizioso che priva i lettori di nuove idee e prospettive, limitando la loro crescita intellettuale e il loro stimolo alla ricerca.
Chi legge è deluso dall’offerta, lamenta una scarsa qualità, dirotta il proprio tempo libero su piattaforme che offrono serie tv, podcast e quant’altro a un prezzo decisamente più conveniente e con molta più scelta.
Ogni romanzo ha vita assai breve ed è sostituibile con un altro analogo, un sistema che cerca galline in batteria pronte a fare l’uovo a comando. Del resto, con la giusta revisione di un editor, per non parlare delle intelligenze artificiali, chiunque può firmare un libro mediocre; e qualsiasi libro mediocre, con la giusta spinta pubblicitaria, può diventare un best-seller e salvare da solo il fatturato dell’anno, mentre tutto il resto del catalogo può finire al macero senza che nessuno alzi un sopracciglio.
Logiche aziendali suicide che considerano il libro un bene di consumo che segue mode, tendenze o trend momentanei, raccattando l’interesse occasionale di un pubblico non interessato per davvero alla lettura, una logica che ha pesantemente condizionato anche gli scrittori, ormai meri “fornitori” di prodotti editoriali. L’importanza di un autore non è più legata al valore e all’importanza dell’opera. Più sono mediatici più vendono. L’idea che uno scrittore possa essere bravissimo, ma poco incline alla relazione con il pubblico, non solo è perdente ma viene stigmatizzata dalle stesse case editrici.
Queste dinamiche si riflettono anche sull’aspetto pubblico e cioè festival e presentazioni, ridotti a momenti promozionali che, col tempo, hanno liquidato quel dibattito vitale e necessario allo sviluppo di un vero e proprio progetto letterario in questo Paese.
A cosa potrebbe mai servire organizzare rassegne o iniziative romantiche, spot pubblicitari o slogan emozionali con cui si invita a leggere di più, quando l’offerta dei titoli delude i lettori?
Raccontare il libro come portatore di chissà quale valore per il solo fatto di essere un oggetto cartaceo scritto, non funziona, se i contenuti di quelle pagine poi non sono interessanti.
La letteratura, alle sue origini, era uno strumento per raccontare la verità sulla società, denunciarne le ingiustizie, le irrazionalità e i paradossi. Il suo potere era quello di scuotere le coscienze addormentate, di smontare le narrazioni banalizzanti e creare consapevolezza.
Oggi abbiamo un panorama letterario incapace di affrontare le sfide del presente. Quello che sta accadendo a livello nazionale e internazionale è sotto gli occhi di tutti ma il primo atto dell’industria culturale, e quindi di quella editoriale, è stato adeguarsi.
Ma come può la letteratura accettare la guerra, il genocidio, lo sfruttamento, la limitazione delle libertà, l’attacco sistematico ai diritti delle donne, la schiavitù, l’inquinamento?
Eppure sta accadendo.
Quello che abbiamo il dovere e il diritto di chiederci è – di conseguenza – cosa stiamo facendo noi professionisti. E perché lo stiamo facendo.
Qual è lo scopo del nostro lavoro, se crediamo ancora al ruolo cruciale di chi racconta, cioè di chi scrive.
Analizzare la nostra condizione è il punto di partenza per poter restituire spessore e profondità al nostro stare nel mondo e la caratteristica saliente del nostro tempo è l’assenza di qualsiasi prospettiva. Il nostro orizzonte cieco lascia spazio solo all’effimero, al momentaneo. Cose e persone si consumano con un metabolismo veloce da lombrico.
Uno scrittore si sente disarmato, chi avverte il malessere sotto la pelle di una realtà apparentemente spensierata è nella condizione di una fastidiosa Cassandra che tenta di destare la società dal coma etilico in cui è precipitata.
Ma se guardiamo ai grandi testi della letteratura, l’analisi del presente e l’individuazione dei rischi che ci riserva il futuro (di conseguenza un’idea di prevenirli tramite un progetto collettivo), sono requisiti presenti in tutte le grandi opere. Pensiamo a “1984”, alle premonizioni di Philip Dick, a Thomas Mann.
La storia è un cammino e va raccontata nel suo sviluppo. Lo scrittore ha il compito di farlo partendo da un presente che oggi pare eterno e senza spessore, strappare il velo e mostrare la realtà nuda. Mai come oggi c’è bisogno di immaginare. Mai come oggi c’è bisogno di sperare.
La speranza di cambiare e la libertà di immaginare. Anche il futuro.
La capacità e l’esperienza di chi scrive hanno smesso da tempo di essere il pilastro dell’editoria. E con loro, di recente perfino la professionalità del lavoro editoriale.
Non si tratta qui di stabilire cosa sia di qualità e cosa no.
Ogni autore e ogni autrice dovrebbe poter scrivere ciò che vuole come vuole, ma esistono delle discriminanti oggettive, come in tutti i settori e in tutti i lavori.
Un libro come prima cosa è scrittura.
È la voce, quella che fa uno scrittore, la forma narrativa è essa stessa parte integrante del contenuto.
La lingua è il perimetro dei nostri pensieri.
Per essere in grado di decrittare e descrivere il nostro stare nel mondo, c’è bisogno di una lingua capace di guizzi al di sopra della superficie povera della banalità dei mezzi di comunicazione.
In un mondo che ci vorrebbe tutti consumatori e tutti uguali, sono proprio le voci diverse quelle che perdono e si perdono.
Accade per vari motivi e per molte colpe.
Per un sistema distributivo illogico, che spinge le case editrici a pubblicare più libri di quanti possa venderne. Perché chi scrive si arrende all’idea che per essere pubblicato deve snaturarsi o perché questo mestiere procura un piacere in sé, tale da spingere molta gente ad accettare di lavorare gratis o addirittura in perdita, in nome del solo prestigio o della visibilità.
Perché la soglia di attenzione di chi legge è calata a livelli impensabili. Perché viviamo in una società in cui alla fine della giornata ci si vuole distrarre con leggerezza. Perché, tornando ai numeri, la semplicità vende di più e con facilità e se chi pubblica è alla ricerca disperata del best seller arriva la tempesta perfetta.
Viviamo di semplicità. Le storie devono essere semplici anche perché, si dice, è così che le vuole il lettore. Come lingua, costruzione, montaggio. Qualcosa che ti faccia stare bene.
Anche per questo con il passare degli anni, sono venute sempre meno le certezze strutturali di un sistema che, in teoria, dovrebbe reggersi in prima battuta sul lavoro intellettuale di chi scrive e, immediatamente dopo, su quello di chi sceglie cosa pubblicare e cosa proporre sugli scaffali.
Ogni mestiere ha due scopi di massima: da un lato assicurare un reddito e una soddisfazione a chi lo fa; dall’altro offrire un servizio al pubblico. E oggi, in editoria, questo due scopi vengono meno entrambi.
Il libro in Italia è irrilevante, il passatempo di un gruppo sempre più ristretto di lettori, il lavoro di professionisti che si ostinano a scriverli e garantiscono il sostentamento economico di distributori, corrieri, tipografie, grossi gruppi editoriali. Ma non il loro.
Con pochissime eccezioni, chi scrive è l’unico punto della filiera che non si mantiene con il suo lavoro, malgrado sia chi produce il bene. Almeno fino a che non verrà sostituito da qualche intelligenza artificiale. Di sicuro, in alcuni casi, accade già.
Una situazione a cui si aggiungono enormi e drammatici problemi di sfruttamento del lavoro operaio, dal settore tipografico a quello della distribuzione che si appoggia su corrieri e magazzinieri sottopagati e spremuti fino al parossismo, all’interno delle stesse case editrici dove permangono pratiche disfunzionali e forme di precariato diffuso. In generale, del lavoro culturale, percepito spesso come un privilegio in un Paese in cui pare che chiunque non crei qualcosa di materiale con le proprie mani non stia davvero lavorando. Lavoro culturale, sia chiaro, non significa solo scrivere libri. È scrivere articoli, testi per radio e televisione, organizzare incontri, eventi, festival, insegnare, fare ricerca, presentare libri altrui, partecipare a convegni. Un mondo che dovrebbe ricadere nell’enorme tema del lavoro italiano e che invece resta ai margini, considerato poco più di un hobby. Una situazione, per altro, destinata a peggiorare alla svelta con l’utilizzo massivo dell’intelligenza artificiale e su cui occorre fare massa, fronte comune, perché o ci salviamo insieme o non si salverà nessuno. Agire separati non ha nessun senso, come in tutte le battaglie sul lavoro occorre massa critica, trasformare io in noi. Soprattutto quando un lavoro non è nemmeno riconosciuto dall’opinione pubblica come tale.
Tutte questioni di cui i lettori non sono consapevoli.
La gran parte della gente che legge suppone che in editoria tutto funzioni come in ogni altro settore, che i libri più visibili siano i più meritevoli, che gli scrittori possano guadagnare abbastanza da vivere e così chi lavora nella cultura, e così via.
Chi compra i libri oggi non ha gli strumenti per scegliere cosa leggere con spirito critico. E noi pensiamo che, se invece avesse questi strumenti, il suo approccio alla scelta delle proprie letture cambierebbe. E se una parte del problema fosse che chi legge non trova quello che cerca non perché non esiste, ma perché finisce nel mare sterminato dei libri dimenticati?
Siamo stufi di sentire lamentazioni.
In linea di massima siamo ormai tutti d’accordo sui problemi. Si pubblicano troppi libri, la qualità media dei libri pubblicati è scarsa e a volte semplicemente assente, la gente legge sempre meno, il nostro lavoro sta perdendo di senso.
Allo stesso tempo non è pensabile intervenire nella macchina editoriale, è pura utopia sperare che cambi indirizzo culturale. A chi vende interessa poco o nulla del mondo e dei suoi destini, è concentrato a inventare prodotti che soddisfino quel pubblico che ha creato e addomesticato nel tempo.
Siamo incapaci di generare lettori, manca un corpo sociale che entri in libreria e sappia fare la differenza. È un problema che, come è ovvio, non si risolve dal giorno alla notte, ma di cui bisogna tenere conto e parlare. L’istruzione è uno dei bachi del nostro sistema Paese. La qualità di scrittura e di invenzione che in Italia esiste, eccome, si applica a una società che sta perdendo – e forse nel grande numero ha già perso – la capacità di leggere.
Non tutti quelli che pubblicano sono scrittori, ma chi scrive non può essere considerato ininfluente e non può considerarsi tale.
È necessario che scrittori, editori illuminati, lavoratori dell’editoria, librai e lettori si uniscano per difendere il diritto di tutti a liberarci da questo sistema che ci incatena al nulla.
Siamo noi, il contesto.
Non bisogna disperdere quel piccolo patrimonio di lettori, librai, bibliotecari che ancora credono nella letteratura come indispensabile radicalità della visione del presente. Anzi rafforzarlo e ampliarlo, costruendo reti di dibattito, organizzando momenti di riflessione pubblici. La diversità “degenere” di questo percorso deve essere rivendicata, rovesciando il punto di vista della relazione perversa tra celebrità e qualità.
È una questione di scelte. Rigorose.
Siamo in un momento fondativo. Anzi, (ri)fondativo.
Il punto in cui bisogna scegliere se rassegnarsi a scomparire o gettare le basi per qualcosa che resista al tempo e riparta. Non è una rivoluzione, ma nemmeno una battaglia di retrovia, è resistenza, una sfida culturale, necessaria, per rivendicare il ruolo della parola scritta, della discussione e delle storie nella vita di una società, non come materiale di consumo, ma come chiave di interpretazione e racconto della realtà, di ragionamento sull’essere umano, sul presente, sul passato, sul futuro.
Storie che non seguano le mode, che superino gli steccati e non si siedano comode e non lascino comodo chi legge, che inventino e lo facciano con orgoglio, andando oltre l’abuso di verità che sembra una condizione imprescindibile, per chi scrive, per chi pubblica, per chi legge,
Storie degeneri perché in un mondo di assimilazione e di mass market rivendicano una strada diversa, alternativa, personale, non elitaria, popolare, accessibile, ma non consolatoria, non accomodante. Sovversiva, disturbante, sistemata in quella fessura fra il reale e il possibile, lo spazio in cui si vedono cose che altrimenti sfuggirebbero, il punto di vista migliore per portare uno sguardo diverso e aprire scenari.
Massimo Carlotto
Patrick Fogli
Antonio Paolacci
Paola Ronco
Valerio Varesi
Eraldo Baldini
Sara Bilotti
Luca Briasco
Onofrio Catacchio
Andrea Cotti
Luca Crovi
Marcello Fois
Otto Gabos
Veronica Galletta
Raffaella Garruccio – Ubik Bologna
Giovanni Angelo Jonvalli
Cecilia Lavopa
Loredana Lipperini
Loriano Macchiavelli
Nicoletta Maldini – Libreria trame
Bruno Morchio
Enrico Pandiani
Giorgio Benazzi, bibliotecario
Orso Tosco
Francesco Trento
Stefano Tura
Michele Vaccari
Nicoletta Vallorani
Grazia Verasani
Daniele Vicari
Marco Vichi


