Non ho mai pensato che Renzi sia un infiltrato, infiltrato presume una specie di accordo conto terzi, un complotto o meglio un gomplotto, una fesseria, alla fine.
Però la politica di Renzi ha poco a che fare con il PD, il sindaco di Firenze è essenzialmente un liberal-democratico, si ispira a Blair, sposa la linea economica di Zingales, poi finito in un movimento di certo non di sinistra come quello di Giannino. Piace agli elettori di centro destra ed è abbastanza logico, vista l’aria che tira di là. Lo evidenziano tutti i sondaggi, l’ultimo la scorsa settimana. Il 55% degli italiani lo vuole premier, ma solo il 40% degli elettori del PD, circa la percentuale che lo ha votato alle primarie.
Il motivo mi pare evidente.
Tutto legittimo. Lo è molto meno, dal punto di vista politico, quello che sta succedendo in questi giorni.
Dire che bisogna fare presto, fare un governo o andare a votare, quando sai bene che fino all’elezione del prossimo Presidente della Repubblica semplicemente non si può fare (mirabile dictu) mi sembra un modo facile per spintonare, guadagnare un titolo sui giornali, fare gazzarra per rimanere al centro dell’attenzione, ben sapendo che più tempo passa più corri il rischio di bruciarti.
Voler forzare la mano sulla propria partecipazione all’elezione presidenziale, specificando che nessun sindaco è mai stato grande elettore e aggiungendo in fondo che però è stata una telefonata da Roma a togliergli il privilegio, è l’ennesimo tentativo di forzare regole, accordi e consuetudini consolidate, che diventano vecchie, obsolete, inutili, solo quando sono a suo sfavore.
E’ significativa in questo senso la retromarcia sui nemici interni. Alle primarie il nemico numero Uno era D’Alema, talmente nemico che c’era quella foto buzzurra del pupazzetto del lider maximo schiacciato dal camper del divo Matteo. Ora, invece, non si dice nulla di D’Alema possibile Presidente della Repubblica, eppure è uno dei nomi che circola con più insistenza. Così come non si dice (come fa invece benissimo oggi Civati) che il primo obiettivo sarebbe recuperare con un partito vero, quei voti temporaneamente usciti in direzione Grillo e destinati a diventare una voragine se si comincerà anche solo ad annusare l’odore di accordo con Berlusconi. Sapete com’è, l’elettore di sinistra è fatto strano e tende a essere socialdemocratico, più che liberaldemocratico, specie in un Paese come l’Italia dove non manca di certo l’offerta di partiti di centro o centro destra.
Il rifiuto di Marini e Finocchiaro è sensato dal punto di vista politico, la penso allo stesso modo. Sono le argomentazioni che latitano e in politica non è un dettaglio.
Tralascio la polemica stupida e meschina sulla scorta della Finocchiaro all’IKEA.
Marini, invece, sarebbe stato appena trombato alle elezioni. Poco importa che abbia ceduto il proprio posto (sicuro) di capolista alla Pezzopane, proprio perché l’elezione era a rischio. Ed è vero, ha chiesto una deroga per candidarsi e gli è stata concessa, giusto o sbagliato che sia. Una deroga prevista dallo statuto del partito, a differenza della deroga pretesa da Renzi per candidarsi alle primarie, anche quella concessa, e per cui lo statuto è stato cambiato. Ed è ancora vero, Marini ha perso le elezioni, ma pure Renzi ha perso le primarie eppure si comporta come se le avesse stravinte, non vinte, anche se un giorno per l’altro dice che resta a Firenze e se qualcuno ha bisogno lo chiami.
Basta ascoltare gli eletti renziani per avere l’impressione che non sia il PD a considerarli estranei, ma loro stessi, anche con un certo orgoglio e ogni tanto, confesso, ho il sospetto che stiano alzando i toni a questo livello nella speranza di guadagnare consenso o che a qualcuno venga l’idea di cacciarli.
Veniamo da vent’anni di un signore che modulava regole a sua immagine e somiglianza, regole che diventavano lasche quando lo riguardavano e rigide se riguardavano gli altri.
Vent’anni di fuffa declamata come attualità politica o addirittura proposta, vent’anni stanchi, ritriti e di cui quello che accade oggi è la diretta conseguenza.
Non mi interessa l’età delle persone, mi interessano le idee che rappresentano e portano avanti e proprio guardare la politica mi pare l’unico modo sano di uscire dalla latrina.
Tutto il resto è utile a versare inchiostro o fotografare sorrisi.
Un po’ come candidare Gino Strada al Quirinale, fare ministro Maria Vittoria Brambilla o cullarsi nell’illusione fluorescente del partito liquido.