Storia non breve, vera e senza nomi.
X ha più di 80 anni, vive a Bologna, da qualche anno non sta bene e non solo per gli acciacchi dell’età, la pressione ballerina, la fibrillazione, tutta roba che tiene sotto controllo con le medicine e le visite periodiche. Il problema più grosso è il signor Alzheimer, un inquilino fastidioso che la svuota da dentro. Fatica a riconoscere le persone che ama (ma sa che le ama), la memoria breve non esiste, non sa in che anno siamo o in che mese o in che stagione, mescola realtà e invenzione, è spesso molto spaventat*, ha bisogno di aiuto per le necessità fondamentali. X non è mai sol*, vive con Y, quasi coetane*, che ne dimostra una decina di meno e lavora ancora e si occupa di X dal pomeriggio e nei festivi. Il resto del giorno c’è K, una meraviglia di assistente famigliare. Il geriatra di X consiglia il centro diurno, servirebbe a combattere la sua malattia, stimolarl*, cercare di tenerl* viv*.
J, il figlio di X, va a parlare con i sociali del suo quartiere, è il 18 luglio del 2025.
Un incontro preliminare, poco più che la compilazione di un’anagrafica. L’appuntamento vero, quello con l’assistente sociale, viene fissato il 16 settembre, due mesi esatti dopo.
Siamo sotto organico, è la spiegazione, la stessa che J si è sentito dire quando qualcosa non funzionava nei due ricoveri ospedalieri di X.
Due mesi dopo J si presenta all’appuntamento con l’ISEE socio sanitario già fatto, sperando di accelerare i tempi. Un documento inutile, perché il reddito non consente detrazioni, ma non sono ai sociali per avere contributi, solo un posto in un centro diurno. Il colloquio è quasi identico al primo. Le stesse domande, le stesse questioni, qualche informazione su come funziona l’iter. J chiede se esiste un ordine di grandezza dell’attesa, una vaga idea dei tempi. In primavera Y andrà in pensione, sta bene, vorrebbe evitare che si debba chiudere in casa con X, il centro diurno serve anche a rendere tutto gestibile. Ma un’idea dei tempi è impossibile averla. Prima bisogna valutarl* e capire il punteggio, gli spiegano. E prima ancora J deve andare a vedere il centro diurno C, per farsi un’idea. Se dovesse capitare un’emergenza, dicono, si può sempre rivolgere al privato, con quell’ISEE.
J risponde brusco: X e Y sono in affitto e l’assistente famigliare costa 25.000 euro all’anno. Senza aggiungere che l’ISEE considera un affitto massimo di poco già di 500 € al mese.
A Bologna (e non solo) un’assurdità.
La visita al centro diurno non è una richiesta di J, sono i sociali che la pongono come condizione. Gli danno il nome del centro, ci vuole un po’ per prendere appuntamento, ci va il 9 ottobre, il posto è molto bello, il 16 ottobre si può partire con la valutazione. La visita dell’infermiera a casa di X avviene 20gg dopo, il 6 novembre. È l’unica visita domiciliare che X e Y riceveranno. Poi tutto tace.
J scrive ai sociali il 17 novembre, i sociali rispondono il 24 novembre con i moduli da compilare per l’inserimento in lista.
“Mi sembrava che foste interessati solo al centro diurno C”, scrivono. Si sceglie quel centro diurno, d’altra parte la valutazione di X è stata vincolata al fatto che lo si visitasse. “L’anzian* è in ultima posizione”, ultima su quanti non si può sapere.
Dal primo appuntamento di luglio sono passati 4 mesi e mezzo.
Solo per la valutazione e l’inserimento in lista.
Sempre nel 2025 X ha fatto richiesta di invalidità e accompagnamento. La prima visita, a febbraio 2025. Alla domanda – con chi vive, signor*? – X risponde “con mio padre” e qualcuno della commissione sghignazza un “addirittura” che J fulmina con lo sguardo. Viene concessa l’invalidità al 100%, la 104, ma non l’accompagnamento. Per averlo si deve fare domanda di aggravamento con allegata valutazione geriatrica, che per l’invalidità non andrebbe portata perché se ne occupa la commissione. Alla seconda visita, identica alla prima salvo che X viene tenut* da sol* nella stanza della commissione e ne esce parecchio spaventat*, arriva anche l’accompagnamento.
Perché siano servite due visita resta un mistero.
Nel frattempo si arriva a gennaio 2026.
Del centro diurno nessuna notizia. E nemmeno dai sociali.
Il 21 gennaio X ha il controllo geriatrico, il 12 J scrive chiedendo una copia della valutazione fatta dai servizi (che la famiglia non ha visto) e notizie sulla graduatoria. La risposta è che per la copia della valutazione bisogna fare una richiesta di accesso agli atti via PEC all’AUSL e che la graduatoria del centro diurno non è pubblica nemmeno con codici al posto dei nomi, l’unica cosa che si può sapere è che X è in posizione arretrata e ha delle persone davanti. Arretrata come non si sa.
E fra stare in 20esimo posto o in 100esimo c’è differenza.
J fa la richiesta di accesso agli atti e nel frattempo porta X al controllo dal geriatra. L’indice MMSE che, semplificando, misura la sua malattia è diventato la metà in 8 mesi. Per farl* stare un po’ meglio servirebbe il centro diurno, dice il geriatra. X sorride e racconta. Pochi giorni dopo riceve la valutazione di X e scopre che nel punteggio con cui è stata inserit* in graduatoria l’indice MMSE non viene considerato.
Scrive di nuovo ai sociali per comunicare la variazione dello stato di salute di X e chiedere spiegazioni e un’eventuale rivalutazione.
Una settimana dopo arriva una telefonata.
Piccola nota: nessuno chiede notizie di come sta X o Y.
Niente di niente. Solo burocrazia e nessuna proposta.
Siccome il centro diurno è a utenza mista, sia con ospiti con problemi di demenza che senza, l’indice MMSE non viene considerato. Lo sarebbe se il centro diurno fosse solo per Alzheimer. Ossia il referto dello specialista non serve a nulla se l’anziano vuole essere inserito in un centro diurno che tenti di preservare quello che resta della sua socialità.
J chiede di nuovo notizie sulle tempistiche.
La pensione di Y si avvicina e i tempi sono così indefiniti che la preoccupazione aumenta. Dall’altra parte cercano di non rispondere, alla fine riesce a sapere che la prima persona in graduatoria è stata inserita un anno fa.
Un’informazione che si poteva di certo dare prima.
“Ma se scegliamo più di un centro diurno, potrebbe essere più veloce?” chiede.
“Potrebbe, ma ne avete scelto uno solo.”
“Ne abbiamo scelto uno solo perché è quello in cui ci avete mandato”.
Così J chiede un consiglio su altre strutture da aggiungere.
La risposta è che, siccome sono n quartieri diversi, si deve arrangiare con un elenco senza nessun consiglio professionale e che, di nuovo, si può sempre pensare a lavorare col privato.
“Se volevo una struttura privata, non avrei chiamato voi” dice J. Anche perché, spiega, quando Y andrà in pensione l’ISEE sarà molto diverso e certi costi non saranno sostenibili.
“Non ci sono dei risparmi?” è la domanda che si sente fare.
E ringrazia la sua buona educazione per riuscire a dare una risposta cortese.
Da allora sono passati alcuni giorni, J sta sfogliando la lista delle strutture per comunicarle ai sociali.
E dal primo appuntamento sono trascorsi quasi 7 mesi.
Alla situazione kafkiana si aggiungono alcuni dettagli.
In provincia di Bologna, i letti tecnici delle cure intermedie che consentono a un anziano di recuperare la sua autonomia dopo un ricovero ospedaliero, sono soltanto a Loiano e Vergato, oltre 30km a sud di Bologna. Nel territorio del comune non c’è nulla, con conseguenze evidenti sulla difficoltà di assistenza del ricoverato.
Lo stipendio delle assistenti famigliari (sempre sia lodata K, non smetterò mai di ripeterlo) è detraibile per un massimo di 2100 euro e solo se il reddito è di 40.000 massimo. Ma il costo annuo per un’assistente in regola a 8h al giorno è oltre 20.000, poco compatibile con quel tetto di 40.000.
Sempre che non si evada.
L’assegno di cura della regione Emilia Romagna per chi mantiene un anziano non autosufficiente ha una soglia ISEE (del nucleo, non del singolo) di 25.000 euro. La regione fornisce anche un contributo aggiuntivo all’assegno di cura di 160 euro al mese per chi ha una badante in regola ma l’ISEE scende a 20.000 euro massimo e la badante deve fare almeno 20h alla settimana. Ossia costare circa 10.000 euro all’anno. Di nuovo, il tetto e la spesa non stanno insieme.
Sempre che non si evada.
Il governo Meloni, con la solita grancassa, ha creato un contributo per i caregiver. Si concedono 400 euro netti al mese a chi assiste un anziano per almeno 91h alla settimana (13h al giorno su 24). La condizione però è che abbiano un ISEE sotto i 15.000 e un reddito inferiore a 3.000 euro. No, non ci sono refusi. In pratica per chi è sulla soglia del salto della finestra.
Sempre che non si evada.
Tutto queste parole per manifestare un enorme senso di abbandono. La malattia di X non migliorerà, J convive ogni giorno con lo svanire della persona che ama. Vuole solo che il tempo che resta non sia peggiore del dovuto e che Y non sia costrett* a immolarsi a fronte di un’assistenza pubblica inesistente.
Non è una questione di soldi, è una questione di rispetto.
Forse sarebbe meglio smettere di decantare le lodi di servizi al collasso, che lasciano sole le famiglie, faticano anche a garantire l’empatia minima e che di fatto dicono che si può occupare di una persona in difficoltà solo chi ha la fortuna e la salute di poterlo fare. Finché ne ha.
È più onesto un no cortese piuttosto che questa orribile messa in scena.


