Un uomo filma, come centinaia di suoi concittadini, le squadre ICE a Minneapolis.
Una donna, che fa la stessa cosa, viene spintonata e buttata a terra.
A un’altra spruzzano dello spray urticante.
L’uomo cerca di difenderle.
Quattro paramilitari lo immobilizzano.
L’uomo è armato, ma non estrae l’arma (che detiene legalmente), che gli viene tolta mentre lo immobilizzano.
Pochi istanti dopo, mentre gli sono sopra in 4, uno dei paramilitari gli spara.
Si sentono 10 colpi.
Si chiamava Alex Pretti, americano, 37 anni.
Questo è quello che si vede nei filmati da tante angolazioni riprese da chi era lì e ha visto.
Come è accaduto per Renee Good.
In un mondo in cui la realtà conta qualcosa non ci sarebbe da discutere.
Però c’è un altro mondo.
Il presidente degli Stati Uniti ha detto che l’ICE va lasciata lavorare e ha accusato il governatore e il sindaco di istigazione alla violenza.
La responsabile della homeland security ha detto che Pretti si è avvicinato agli agenti con un’arma.
Sono passati 18 giorni dalla morte di Renee Good.
Abbiamo visto bambini usati come esca, arrestati e rilasciati, donne portate fuori dalla loro auto come pacchi postali, anziani costretti a uscire di casa mezzi nudi nella neve, minacce, provocazioni.
Tutto documentato.
Io vorrei che ci facessimo tutti una sola domanda, cittadini e politici.
Se questi video venissero dall’Iran, dalla Russia di Putin, dalla Bielorussia di Lukashenko, dalla Cina, dalla Siria, dalla Libia, dall’Afghanistan restituito ai talebani, da una delle tante dittature o autocrazie del mondo di oggi, che cosa diremmo?
Perché il punto è solo questo.
Solo questo.
Ed è straniante applicarlo agli Stati Uniti.
Ma fingere che la realtà non ci sia, non la rende diversa.
(Immagine da https://it.wikipedia.org/wiki/File:ICE_Agents_in_Minneapolis_After_Shooting.jpg – Licenza: Credit Chad Davis with link to https://chaddavis.photography/sets/ice-in-minneapolis/)


