1623784_10152218767157521_1952142295_nNel 1987 avevo 16 anni e da poco ero diventato un divoratore di romanzi.
Era accaduto per caso, l’estate dell’anno prima.
A causare l’improvvisa malattia era stata una professoressa di lettere, al glorioso liceo scientifico Fermi di Bologna.
C’era una lista di titoli da leggere per le vacanze, l’obbligo era leggerne almeno un paio, ma il virus si manifestò così forte che vuotai la lista. Era una lista fatta con intelligenza, A ciascuno il suo, 1984, Il mondo nuovo e un’edizione Oscar Mondadori del Il nostro agente all’Avana che è qui accanto a me, ora che scrivo.
Insomma il danno era fatto, l’alba della mia vita di scrittore risale a quell’estate e se volete dare la colpa a qualcuno, datela a quell’insegnante.
Nel 1987, però, è successa un’altra cosa.
A Bologna, in via Rizzoli, proprio vicino al Nettuno, c’era allora la libreria (appunto) Rizzoli. Oggi, se non sbaglio c’è un negozio di abbigliamento, ma allora la libreria aveva una splendida vetrina, zeppa di volumi, che dava proprio sulla strada principale, vicina alla fermata dell’autobus.
Da quella vetrina, per molte settimane, mi ha fissato un volume. Dico fissato perché era proprio quella la sensazione, che fosse lì ad aspettarmi, in attesa che trovassi il coraggio per portare a termine un gesto che mi faceva paura.
Il maledetto era grosso come una cassapanca, oltre mille pagine. Ed era un horror.
It, che mi sono poi deciso a comprare, è stato il mio primo approccio con il suo autore e Stephen King è il secondo colpevole, dopo la professoressa, della mia insana passione per le storie da raccontare.
Recuperando tutto quello che mi ero perso, il rapporto con il Re è durato anni. Ho adorato King, considero ancora quel romanzo, It, come una delle opere più belle che siano state scritte sull’infanzia e sul bambino che finisce nascosto, quando diventiamo adulti. Eppure, a un certo punto, qualcosa si è rotto e forse sono io che sono diventato diverso, ma la magia mi è sembrata spegnersi, come se la disintossicazione del suo autore l’avesse attenuata.
In fondo anche la luccicanza cala, quanto diventi grande.
Così ci siamo persi di vista e anche se Dolores Claiborne e, soprattutto, Il miglio verde, sono fra i libri più belli che ho letto in vita mia, il resto mi sembrava una brutta copia di quello scintillio che aveva così contribuito a farmi amare le storie.
Tutta questa premessa personale per dire che leggere Doctor Sleep (che Giovanni Arduino traduce alla grande) è stato come frequentare di nuovo un posto in cui sei cresciuto. Era un territorio che avevo paura di affrontare, per due monumentali motivi.
Il primo appartiene alla premessa. Shining è King, quel King e avevo paura di trovarmi dalle parti de L’acchiappasogni.
La seconda è Stanley Kubrick perché, malgrado quello che ne dice il Re, il film è mostruosamente più spaventoso del libro e il mio immaginario di quella storia doveva per forza fare i conti con Wendy-tesoro-luce-della-mia-vita, col triciclo di Doc, con Jack Torrance congelato nel labirinto dell’Overlook e con una storia che, in pieno stile kubrickiano, è molto diversa dal romanzo di King.
Alla fine ha prevalso la curiosità.
Si può scrivere il seguito di una storia così? E come si fa?
La risposta è facile e difficile allo stesso tempo. Se ne racconta un’altra, all’apparenza.
Dan Torrance adulto non è il Doc di Shining eppure è lui, Doctor Sleep avrebbe potuto essere una storia che non tocca nemmeno l’Overlook Hotel eppure è perfetta per nascere e morire sulle rovine fumanti dell’albergo distrutto dalla caldaia.
La luccicanza – la grande protagonista del libro, insieme alla malinconia, al rapporto genitori-figli, a quello che resta di noi quando il tempo passa e finisce e tutto quello che conta è soltanto una serie di immagini nitide che in pochi frammenti raccontano una vita – avrebbe potuto essere un altro potere simile, uno fra i molti di cui King popola le sue storie. Ma è proprio quella luccicanza.
E Doctor Sleep riesce a rispondere alla domanda delle domande a cui deve rispondere un sequel.
E’ ancora quella storia? E che fine hanno fatto i personaggi?
E’ ancora quella storia, sì.
Ed è vero che alcune parti sembrano già sentite, è vero che l’originalità non è più quella degli anni splendenti, è vero che la soluzione della faccenda è un po’ un casino, è vero che la luccicanza dello scrittore brilla meno di un tempo, che il King di oggi è Dan Torrance e quello di allora era Abra, ma quando brilla lo fa davvero e lo fa molto di più di tante lucciole a batteria che durano lo spazio di una pagina e osanniamo come fiaccole nella notte.
Così, alla fine, ti ritrovi anche tu a guardare verso l’Overlook e quella mano che ti saluta da lontano, a chiudere fili che il tempo non chiuderà mai, sta salutando anche te.
E ti fa paura, come a Dan.
E anche tu, come Dan, le vuoi un bene dell’anima.